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| Nona tappa La preghiera: nel Silenzio, verso la conoscenza ultima: il respiro, la nuda presenza | ||
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Abbiamo visto che la parola seme può orientare i pensieri verso una stessa direzione ed è adatta alla meditazione discorsiva, ma è utile anche come allenamento a disciplinare e controllare la mente. Il cammino continua con il mantra, la ripetizione continua (vocale o mentale) di una parola o di una brevissima frase data da un maestro, o trovata seguendo le sue indicazioni. A un certo punto questa parola ripetuta crea un campo energetico stabile che si sostiene anche senza la ripetizione. La mente e il cuore restano sospesi in questa energia, e si comincia a percepire una sottile beatitudine. L’esperienza può divenire ancora più completa e profonda quando il mantra corrisponde a un Nome divino individuato in se stesso dal meditante. Un nome divino esplicitamente indicato da p. Ballester è “Io sono”.
Un risultato analogo si ottiene facendo attenzione al proprio respiro. Dapprima l’attenzione altera spontaneamente il ritmo del respiro: bisogna osservarlo e lasciarlo tornare in modo naturale al suo ritmo normale. Molte discipline, ma soprattutto quelle dello yoga, hanno sviluppato la ricchezza incredibile contenuta nell’esperienza del respiro. La Bibbia ci insegna fin dalle prime parole che “il Ruah (respiro, spirito) di Dio aleggiava” all’inizio della creazione. Lo stesso Respiro divino viene alitato sulla creta e dà la vita all’uomo (Adam). Anche Gesù alita sui discepoli per comunicare doni spirituali, e promette l’avvento dello Spirito consolatore. Nel giorno di Pentecoste questo soffio è percepibile con tale forza che i discepoli lo descrivono come “vento impetuoso”. L’attenzione al respiro non richiede di essere accompagnata da pensieri, considerazioni, riflessioni di alcun genere. Diventa gradualmente attenzione pura. Poi anche il respiro si perde e tutto il nostro essere diventa pura presenza, fino a fondersi con l’unica Presenza. |