Dov’è o morte la tua vittoria?*

 

Mia madre morì alla fine di marzo
Una comunicazione inattesa
Il mistero rivelato: il glorioso capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi
Un nuovo approccio culturale al tema della morte
Prepararsi alla propria morte
Dov’è o morte la tua vittoria?
Come assistere chi si avvia alla morte
Come aiutare chi è appena morto

 

 

 

 

 

 

 

 

Mia madre morì alla fine di marzo.
Era il venerdì santo, e si fece il funerale il giorno di Pasqua. Aveva 82 anni e da 8 anni pativa per una forma di morbo di Parkinson. Il farmaco di elezione era a base di dopamina, ma questa sostanza le provocava allucinazioni. Ne poteva prendere solo dosi così ridotte che il sollievo era minimo. Quando la dopamina per qualche ragione si accumulava un po’ nell’organismo, riusciva a parlare con chiarezza e appariva più vitale, ma scambiava le sue fantasie per la realtà. Quando era lucida mentalmente, era così sfinita da non riuscire ad articolare che una breve parola ogni tanto.

All’inizio la situazione non era così grave, ma il peggioramento è stato costante nel corso degli otto anni. Il suo primo dolore fu rendersi conto che non poteva fidarsi a tenere in braccio la nipotina di un anno. Aveva allevato 4 figli e aiutato ad allevare 4 nipoti, ma ora doveva rinunciare. A questa prima rinuncia ne seguirono molte altre.

Dapprima dovette rinunciare ad aiutare gli altri. Aveva aiutato tutti quelli che poteva durante tutta la vita. Lo faceva con discrezione, non pensava di fare nulla di speciale, era il suo modo di essere. Di molte cose venni a conoscenza solo dopo la sua morte, quando qualcuno che era stato aiutato da lei fisicamente o moralmente venne a raccontarmelo. Per chi è abituato a dare, non poterlo più fare è una vera sofferenza. Mi domandavo che senso avesse tutto questo nel suo cammino. Un giorno le dissi quello che mi era parso di capire:

“Vedi, mamma, tu hai passato tutta la vita a dare, forse Dio vuole che tu impari anche a ricevere.”

Mi ascoltava con pazienza, senza parole, e sembrava che dicesse: “Ci sto provando”.

Dovette poi rinunciare alla cura dei suoi fiori, del suo giardino. Per lei ogni vaso, ogni pianta aveva una storia: le ricordava una persona che gliel’aveva donata o un viaggio fatto con il marito da cui aveva riportato un germoglio. Quando potevo andarla a trovare la portavo sulla sedia a rotelle in mezzo ai suoi fiori e, come in vece sua, strappavo le erbacce, sarchiavo la terra, toglievo le parti secche… Lei guardava, ma non poteva più farlo.

Poi dovette rinunciare alla cura della sua casa, della cucina, della biancheria, dei vestiti… Era orgogliosa soprattutto di quelli che erano costati meno e che aveva adattato con le sue mani. Ma a un certo punto non fu più in grado neppure di aprire un cassetto o lo sportello dell’armadio. Si dovette fare ricorso all’assistenza di donne extracomunitarie, e lei si adattò ancora una volta con una sofferenza silenziosa e paziente.

Infine non fu più in grado di gestire il suo corpo, le sue funzioni vitali: spostarsi, lavarsi, mangiare. Arrivarono i pannoloni. Negli ultimi tempi non poteva muoversi, non aveva più muscoli e ogni movimento costava una fatica esagerata. Dove la si metteva, così restava, nella posizione in cui veniva messa. Mio fratello e mia cognata, che abitavano vicini, abbondavano in massaggi, terapie non invasive, unguenti… E curavano che ogni poco venisse spostata, per evitare il formarsi di piaghe.

Una settimana prima che morisse le telefonai: “Venerdì vengo a trovarti”. “Oh che regalo che mi fai”. Furono le ultime parole che le sentii dire. Mio fratello era meravigliato: da tempo, mi disse, non parlava in modo così chiaro e coerente. Ma c’era una ragione: la sua anima conosceva quello che la mente ordinaria non poteva conoscere, e voleva morire vicino ai tre figli che le erano rimasti.

Avvertito del suo aggravamento, arrivai giovedì. Non parlava, respirava affannosamente. Intervenne un blocco renale.

Aveva già ricevuto l’Unzione dei malati, e venne un sacerdote a portare l’Eucarestia. “Signora Bruna, vuol fare la Comunione?” Trovò la forza di assentire con un sospiro, e fu l’ultimo segno visibile di una sua espressione di volontà.

Dopo qualche ora, mia sorella e io stavamo ai due lati del letto tenendole la mano. Convinto che qualcosa in lei poteva capirmi, inghiottii le lacrime e dissi: “Mamma, è il Venerdì santo: se sei tanto stanca e non ce la fai più, chiedi a Gesù che ti prenda in braccio e vai con lui ”.

Mia sorella si fece forza e assentì: “Sì mamma, ti diamo il permesso di andare”.

Dopo un paio d’ore il rantolo si fermò, i lineamenti si distesero, e per un attimo pensai che fosse guarita. Un gran senso di pace riempì la casa, la stessa emozione che si provava fino a otto anni prima quando lei era in casa e si sapeva che tutto andava bene perché c’era lei che provvedeva. Anche mia sorella, e mio fratello, arrivato poco dopo, provarono in modo nettissimo una sensazione simile, che si protrasse fino al giorno seguente. L’energia vitale che aveva animato il suo corpo fisico se n’era andata, ma rimaneva presente per qualche ora in mezzo a noi la sua sfera emotiva, quello che qualcuno chiama l’astrale.

Pensai che quello che la tradizione cristiana chiama “purgatorio” sia la dolorosa esperienza di distacco dai vari attaccamenti che le anime devono compiere dopo la morte. Una persona ordinaria, usa a conoscere attraverso i sensi, legata affettivamente a persone, cose, potere, valutazioni altrui, quando muore si sente disorientata e deve acquisire distacco da ciò in cui aveva riposto la sua sicurezza. Mia madre aveva imparato questo distacco negli otto anni della sua malattia ed ora la percezione che noi avevamo della sua condizione spirituale non era di angoscia o disorientamento, ma di serenità.

Anche l’esperienza di morire il Venerdì santo ed essere sepolta a Pasqua mi parve paradigmatica della morte cristiana: morire con Cristo per risorgere con lui.

Una comunicazione inattesa.

Dopo una settimana circa mi trovai in Tunisia per un impegno precedente. Il pullman su cui andavamo fu costretto dalla polizia a fermarsi in aperta campagna per un paio d’ore, perché più avanti c’erano disordini. A un certo punto sentii il bisogno di scendere e, sedutomi sul marciapiedi, fui come assorbito quasi istantaneamente in una meditazione profonda. Una bambina sui sette anni attraversava il cielo con la spensieratezza di una bimba che va a scuola. Aveva due ciuffetti legati con nastrini e dondolava la cartella allegramente con ampi movimenti del braccio. Disse: “Mi hanno detto solo che devo andare un po’ a scuola dai Cherubini per completare la mia formazione”. E scomparve. Dava un senso di leggerezza, di felicità e, chissà perché, mi parve anche di spregiudicatezza.

Sapevo che era mia madre, ed ero meravigliato di vederla bambina. L’avevo conosciuta sempre impegnata in qualche cosa, con quel tipico atteggiamento lombardo che è frutto anche dell’influenza calvinista proveniente dalla Svizzera. In rarissime occasioni l’avevo vista allegra come una bambina: era quando si incontrava con una cugina di Milano, quasi coetanea. Quell’incontro riportava a galla la spensieratezza infantile, ed erano scherzi, lazzi, risate. Ma proprio quella fu la vibrazione astrale con cui potè comunicare con me.

Non appena, finita la meditazione, i ritmi cerebrali tornarono al livello ordinario e la mente tornò allo stato di coscienza consueto, il mio spirito critico, al quale ho sempre cercato di dare uno spazio adeguato, non mi consentì di accettare semplicemente quell’esperienza interiore come una visione. Conclusi che la mente aveva rivestito, con i materiali a sua disposizione (in particolare con l’immagine della bimba di sette anni che va a scuola quasi danzando con la cartella), una comunicazione reale. Ero sicuro che mia madre voleva dirmi qualcosa e per questo mi aveva suscitato il desiderio di sedere in meditazione. Ella comunicò con il mio spirito in modo tale che la sua comunicazione fosse traducibile in qualcosa che poteva essere compreso dalla mente ordinaria.

Mi chiesi anche se questo tentativo di comprendere la dimensione in cui ora viveva mia madre fosse in linea con l’insegnamento tradizionale della chiesa sulla vita dopo la morte. Da ragazzo avevo immaginato, ascoltando questi insegnamenti, che dopo la morte ci fosse una istantanea illuminazione dell’anima, che avrebbe subito incontrato Cristo giudice e, nei casi migliori, Cristo luce beata. Eppure il Vangelo, nella sua sobrietà sul dopo morte, ci lascia intendere anche altro.

“Venite benedetti dal Padre mio, perché ebbi fame e mi deste da mangiare… Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro ?…

Andate lontano da me… perché ebbi fame e non mi deste da mangiare… Allora anche questi gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato… e non ti abbiamo assistito?” (Matteo, 25,31-46).

Queste parole lasciano capire come sia possibile dopo la morte una sorta di smarrimento delle coscienze, che non comprendono immediatamente la propria condizione. La durata di questo smarrimento non si può valutare, perché non abbiamo coscienza di come si percepisca la durata nella condizione del dopo morte. Quello che mi è parso di cogliere in meditazione su mia madre sembra proprio una presa di coscienza che il suo modo di amare era stato imperfetto: “Signore, quando ti ho visto nel bisogno e ti ho assistito?”. E’ per comprendere che lei aveva proprio assistito il Signore e non solo Marietta, Antonio o Peppina che deve “andare a scuola dai Cherubini”. Non aveva attaccamenti da bruciare, perché aveva già lasciato tutto negli otto anni di malattia, ma doveva fare altri passi sulla via dell’amore.

Il mistero rivelato: il glorioso capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi.
Paolo ci dà altre informazioni importanti:

“Nessuno può gettare altro fondamento oltre quello già posto, Gesù Cristo. Se uno fabbrica su questo fondamento con oro, argento e pietre preziose, oppure con legno, fieno e paglia, l’opera di ciascuno si renderà manifesta qual è. Difatti il giorno del Signore la farà conoscere, poiché si rivelerà nel fuoco: e il fuoco proverà quel che vale l’opera di ciascuno. Se l’opera che ciascuno ha costruito sul fondamento resterà, egli ne riceverà la ricompensa. Colui invece la cui opera prenderà fuoco, ne soffrirà danno, però si salverà, ma come attraverso il fuoco” (1Corinzi 3, 11-15).

Ciascuno di noi costruisce nel corso della vita qualcosa degno di rimanere nel mondo nuovo che nascerà quando tutto verrà attratto nel campo energetico di Cristo. Questo sarà la sua beatitudine. Quello che invece è eterogeneo rispetto a questa energia sarà come bruciato nel fuoco, e questo avverrà con sofferenza. E’ possibile che questa cernita non sia percepita in modo istantaneo, ma richieda una presa di coscienza progressiva.

La parola definitiva e completa sulla nostra morte e sul dopo morte è la Resurrezione di Cristo. Questo è il cuore luminoso della fede cristiana: Cristo è risorto, e ciascuno di noi è chiamato a risorgere con lui. All’apostolo Paolo è stato dato di rivelare con chiarezza questo mistero nel glorioso capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi:

“Come tutti muoiono in Adamo, così tutti rivivranno in Cristo”. Alla fine, anche la morte sarà distrutta, e solo allora Cristo potrà riconsegnare il regno al Padre, dopo aver distrutto ogni attaccamento al potere e ogni forza che esprime avversione al progetto di Dio sull’umanità e sul cosmo. Per dirlo con le parole di Paolo, “verrà la fine quando egli riconsegnerà il regno al Padre, dopo aver distrutto ogni dominazione, ogni autorità e ogni potere” (15,24). Allora finalmente tutta la creazione potrà esultare perché, terminate le doglie del parto, i figli di Dio si manifesteranno come tali. Solo allora potremo riprendere, affiancata alla pienezza dei sensi spirituali, la facoltà di operare nel mondo materiale rinnovato: ma questo avverrà solo dopo la seconda venuta di Cristo. In quel contesto l’esperienza solo spirituale del dopo morte sarà completata dalla “risurrezione della carne”. Prima di quel momento lo spirito del defunto, che vivendo nella materia aveva acquisito le sue conoscenze soprattutto tramite i sensi fisici, deve apprendere a conoscere attraverso l’emozione e la contemplazione. Coloro che in vita avevano consuetudine con la meditazione profonda, che consente di avvicinarsi a forme embrionali di conoscenza non concettuale, e a forme di esperienza nei mondi non fisici, dopo la morte si troveranno avvantaggiati e sarà loro risparmiato qualche aspetto del disorientamento iniziale. Ma solo dopo la resurrezione finale dei corpi, quando la creazione cesserà di provare le doglie del parto e Cristo consegnerà al Padre il regno di Dio restaurato, gli spiriti umani torneranno ad essere entità umana completa, si ricongiungeranno al loro “corpo trasformato” e saranno nuovamente in grado di agire nel mondo fisico nella creazione rinnovata.

Paolo mette in guardia contro un’interpretazione troppo materialistica della resurrezione:

“Non ogni carne è la stessa carne… vi sono corpi celesti e corpi terrestri… si semina il corpo incorruttibile e risorge incorruttibile, si semina spregevole e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza, si semina corpo animale e risorge corpo spirituale” (15, 42-44).

E conclude:

“Quello che affermo, fratelli, è che né la carne né il sangue possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione può ereditare l’incorruzione” (15,50).

La dottrina esposta da Paolo è nuova, ed egli afferma di averla ricevuta per rivelazione:

“Ecco, vi svelo un mistero: noi non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati… Al suono dell’ultima tromba… i morti risorgeranno incorruttibili e noi [cioè quelli che saranno vivi in quel momento] saremo trasformati. Perché è necessario che questo corpo corruttibile rivesta l’incorruttibilità e che il nostro corpo mortale si rivesta d’immortalità… Allora avrà compimento la parola che è stata scritta: ‘La morte è stata assorbita nella vittoria’. O morte, dov’è la tua vittoria?” (15, 51-55).

Un nuovo approccio culturale al tema della morte
Possiamo chiederci allora come possiamo migliorare il nostro modo di intendere la morte, di prepararci alla nostra morte, di assistere chi sta per morire e di accompagnarlo in spirito dopo la morte.

Il primo approccio è quello culturale. Le nostre parole consuete sulla morte non esprimono una mentalità cristiana né un approccio culturale cristiano. Dobbiamo controllare il nostro linguaggio e rinnovarlo. Quando un corridore termina la sua corsa, nessuno dice “il povero Barrichello, il povero Montoia, il povero Schumacher…”. La morte, insegna Paolo, è come la meta di una gara:

“Non che abbia già conseguito il premio… ma continuo a correre per conquistarlo… corro verso la meta per conseguire il premio della chiamata di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3,12-14. Analogamente in 1Corinzi 9,24-27)

Chi muore non è da compatire, a meno che non crediamo alla vita nuova in cui è entrato. Trovo fastidioso veder fare scongiuri (sia pure in modo semiserio) quando si parla di morte, ma anche l’uso di formule falsamente pie come “non mettiamo limiti alla Provvidenza”.

Che problema è la morte? Non son forse morti tutti da Adamo in poi? E quando mai si è compatito uno studente che ha finito il compito in classe prima di altri, o un artigiano che ha concluso rapidamente il suo lavoro? Occorre acquisire premesse culturali che ci consentano di accettare la morte con piena coscienza e serenità. Questo non significa mancare di rispetto al dolore di chi piange la perdita della compagnia - nel viaggio terreno - di una persona cara, legata strettamente al suo progetto di vita: è una sofferenza condivisa da Gesù di fronte alla morte di Lazzaro e di cui i santi, a partire da sant’Agostino, ci hanno dato testimonianza. Ma bisogna capire che la condizione umana, anche in anime evolute spiritualmente fino ai livelli più elevati, implica un oscillare fra due stati di coscienza, la coscienza che potremmo chiamare divina (cioè quella che riesce a valutare gli avvenimenti ponendosi in sintonia con il punto di vista divino) e la coscienza ordinaria, che reagisce sui dati sensoriali. E’ normale che si pianga quando un progetto di amore terreno viene spezzato, ma non è normale per un cristiano che non si riesca – almeno – ad oscillare tra il punto di vista dei sensi e quello dello spirito.

Avevo quindici anni quando mio fratello, maggiore di due anni, morì improvvisamente, all’alba, nel letto a fianco al mio. La mano di Dio fu con me allora, e mi resi conto subito che “lui non era più lì”. Mio padre era uomo di grande fede, ma di fronte alla salma era straziato. “Perchè piangi sul suo corpo? – gli dissi – non è più lui, è solo una casa abbandonata”. Ricorderò sempre la sua risposta: “Ma io amavo anche il suo corpo”.

Prepararsi alla propria morte
Con simili premesse è possibile prepararsi alla propria morte senza desiderarla né temerla. Siamo già in Cristo fin da ora, il Padre ci ama fin da ora, lo Spirito che da loro procede ci indica il senso del nostro operare, ci dà “il pane quotidiano”, l’energia per vedere, oltre i veli dell’illusione, le cose che realmente valgono. La morte allora sarà un sciogliere le vele, lasciare questi lidi in cui siamo ancora soggetti all’Avversario che oscura i nostri occhi, e andare con sguardo libero verso Gesù Cristo, il Sole attorno al quale abbiamo accettato di gravitare.

Come prepararci dunque? La meditazione profonda ci abitua a disidentificarci dai veicoli transeunti: io non sono il mio corpo fisico… io non sono le mie emozioni… io non sono i miei pensieri… Io Sono. Questo facilita il distacco, il non attaccamento, e allo stesso tempo aiuta a costruire un ponte tra la coscienza ordinaria e la coscienza superiore (o Supercosciente). Morire allora non è un trauma, ma un passaggio verso un altro tipo di consapevolezza.

Nel riquadro a fianco c’è un tentativo di esprimere in modo poetico un simile atteggiamento.

Dov’è o morte la tua vittoria?

Quando tu mi chiamerai
Verrò con allegria
Con suono di trombe e flauti
E mi ricorderò del nostro Campione1
Per cui danzarono le galassie
Su tutte le onde del cosmo.
Lo so, non sarà come per la tua Prima Amica2
Scortata dai cori dei tuoi messaggeri.
Verrò dopo tutti i tuoi servi, i tuoi amici, i tuoi figli.
Verrò con passo sicuro
Con la gioia del trionfo
Come trionfa un bimbo in braccio a sua madre
Come trionfa un fanciullo per mano a suo padre.
E scioglierò finalmente il canto3
Che la tua voce all’alba mi seminò nel cuore.
E brinderanno gli amici con canti di vittoria
Col vino degli amanti brinderanno.

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  [1] Gesù Cristo, la cui morte invertì la parabola evolutiva del cosmo

[2] Maria, che fu assunta in cielo con un corpo trasformato in corpo di resurrezione

[3] E’ il canto dell’amore di Dio, che portiamo in noi dalla nascita e che teniamo legato.

 

Penso alla mia morte, dice il testo, come alla voce del Padre che mi chiama. Per questo andrò con allegria, come accompagnato da una musica festosa. Tutto il mio essere sentirà l’energia di Gesù, il primo uomo della nuova creazione, il Campione di tutta l’umanità, che varcò per primo la soglia della Risurrezione con un evento di risonanza cosmica, aprendo all’intera creazione la via verso il regno di Dio. E mi ricorderò di Maria, prima amica di Dio, che passò alla nuova vita accompagnata da schiere di angeli. Verrò lieto e trionfante per aver portato a termine il mio compito. Sarà un trionfo senza orgoglio e senza violenza, come il trionfo di un bimbo che viene sollevato fra le braccia della madre o come quello di un fanciullo che cammina sicuro dando la mano al padre. E’ il trionfo di cui parla Giuda Taddeo nella sua lettera:

“A Dio Padre, che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili davanti alla sua gloria e pieni di esultanza, al solo Dio, nostro salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, sia gloria e maestà, impero e potenza dall’inizio dei tempi, ora e per tutti i secoli!” (24-25).

E Paolo ricorda che

“siamo figli di Dio, se figli anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo, se soffriamo con lui per essere con lui glorificati” (Romani 8,16-17).

Essere glorificato, trionfare, pieni di esultanza davanti alla gloria di Dio, è dunque il destino che ci attende dopo la morte.

A quel punto, varcata la soglia del nuovo mondo, potrò finalmente amare Dio con pienezza, restituendogli l’amore che mi seminò in cuore alla nascita. Quegli amici che, pur essendo rimasti ancora nel corpo, saranno in grado di condividere questa concezione della morte, saranno felici per me e il loro pensiero vibrante d’amore e di festa sarà come un brindare con il vino dei mistici.

Come assistere chi si avvia alla morte
Coltivando un simile atteggiamento riguardo alla nostra morte, ci mettiamo in grado di assistere in modo adeguato chi si avvia alla morte. Anzitutto non dobbiamo impedire al loro spirito di elaborare il pensiero della morte: il tabù della morte non è cristiano. Se, a seguito dei condizionamenti culturali in cui è stata immersa, una persona ha paura della morte, il nostro atteggiamento deve consentirle di non seppellire questa paura nel silenzio, ma di lasciarla venire a galla, di guardarla in faccia: è così che la paura si ridimensiona, e può anche svanire.

Pietro, prima di ricevere lo Spirito Santo, non voleva sentire Gesù che parlava della propria morte (Marco 8,31-33), e Gesù lo rimproverò di comportarsi da tentatore, di ragionare in base all’uomo vecchio e non secondo Dio. Spesso noi parliamo così con i nostri cari che stanno morendo, non vogliamo sentirli parlare di morte. Così facendo li inganniamo, e siamo di ostacolo al cammino della loro anima. Lo stesso Pietro, scrivendo più tardi ai discepoli, mostra grande familiarità con il pensiero della morte:

“Finchè io mi trovo in questa tenda, devo tenervi svegli con i miei avvertimenti, perché io so che ben presto dovrò lasciare questo mio corpo mortale” (2 Pietro, 1, 13-14).

Gli apostoli parlano della propria morte senza alcun disagio, e spesso con entusiasmo.

“Per me vivere è Cristo, e morire un guadagno. Ma se vivere ancora quaggiù deve significare per me frutti di apostolato, allora non so cosa preferire. Son preso infatti tra queste due brame: desidero morire per essere con Cristo, cosa di gran lunga migliore, ma d’altra parte è più necessario che io rimanga ancora nella carne, perché lo richiede il vostro bene” (Filippesi 1,21-24).

“Sappiamo infatti che se questa tenda, in cui abitiamo sulla terra, viene distrutta, noi abbiamo un altro edificio che è opera di Dio, una dimora eterna che non è stata costruita dalla mano dell’uomo e che si trova in cielo… Bramiamo di rivestirci della nostra abitazione celeste… Finchè siamo in questo corpo, gemiamo oppressi, non perché vogliamo esserne spogliati, ma perché vogliamo essere sopravvestiti (del corpo celeste)” (2 Corinti 5,1-5).

La vera morte, per Paolo, è la liberazione dalla condizione di peccato, che avviene quando entriamo nella sfera di energia di Cristo. Infatti la vita eterna è già operante in noi fin da ora, e si può dire correttamente che la morte fisica è solo un cambiamento di stato di coscienza.

“Se dunque siamo morti con Cristo, noi crediamo che vivremo pure con lui; ben sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più: la morte non ha più alcun potere su di lui… così anche voi siete morti al peccato e vivete per Dio in Gesù Cristo” (Romani 6,8-11).

Eliminato il tabù della morte, diventa facile parlare ai propri cari del passaggio che li aspetta. Probabilmente un essere umano che si sia identificato completamente, durante la vita terrena, con il modo di conoscere e di operare basato sulle informazioni ricevute dai sensi, troverà qualche difficoltà ad abituarsi alla nuova condizione del dopo morte, in cui è necessario un livello di coscienza diverso e le informazioni arrivano attraverso veicoli più sottili. Questo passaggio sarà più facile per chi durante la vita abbia sviluppato qualche familiarità con analoghi livelli di coscienza: la meditazione non concettuale, certo, ma anche l’arte. Beethoven diceva che la musica è l’espressione più alta della vita spirituale, e che essa precede immediatamente il momento in cui la musica sarà Dio stesso. Ma non è neppure necessario essere artisti per sviluppare simili facoltà. Ricorderò sempre una vecchina magrissima della bassa bresciana che, mentre si trovava al lavandino per lavare un uovo prima di romperne il guscio, si fermò rapita per qualche istante e poi mormorò: “Com’è buono il Signore! Ha fatto le galline che fanno le uova, e poi il brodo di gallina fa bene ai malati… Come fanno a dire che Dio non esiste!” Era un persona semplice, la si sarebbe potuta dire, per certi aspetti, quasi una debole di mente. Ma alla sua morte non credo che avrà avuto difficoltà a vedere il mondo nuovo, perché aveva vissuto con un’attitudine contemplativa.

Vicino a una persona che si avvia a morire, è bene aiutarla a ricordare le sue esperienze contemplative: intellettuali, artistiche o religiose che siano. Così rinnoverà la consapevolezza di come si possa conoscere e operare a prescindere dai sensi fisici. Le si ricordino le parole della fede sulla gloria che l’aspetta alla fine della corsa. Se possibile, sarebbe bene leggere il capitolo 15 della prima lettera ai Corinti:

“Vi richiamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato… Cristo è risorto dai morti, primizia di quelli che sono morti… Quando questo corpo corruttibile avrà rivestito l’incorruzione e questo corpo mortale avrà rivestito l’immortalità, allora avrà compimento la parola che fu scritta: La morte è stata assorbita nella vittoria. O morte dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione?… Sia ringraziato Dio che ci dà vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei diletti, mantenetevi fermi, incrollabili… sapendo che il nostro lavoro nel Signore non è vano”.

Come aiutare chi è appena morto
Quando una persona muore, tutti, credenti o non credenti, sono attratti in un modo di pensare più profondo, spesso fino a momenti di contemplazione. I credenti pregano, cioè si mettono in contatto con il mondo divino e insieme con l’anima del defunto, come per illuminare la strada che conduce quest’anima a Dio.

Questo atteggiamento universale corrisponde alle necessità che ordinariamente hanno dopo la morte gli esseri umani non completamente illuminati. Penso che sia lo stesso defunto che, nel disorientamento iniziale, stabilendo le coordinate per orientarsi nella nuova situazione, riconosce per prima cosa il mondo affettivo che lo unisce a familiari ed amici e cerca di comunicare con essi chiedendo a loro di rafforzare i segnali che egli può cogliere nel mondo emotivo: segnali di affetto, memorie delle opere buone da lui compiute, gratitudine, apprezzamento.

Un pomeriggio, tornando da un viaggio, sentii il desiderio di telefonare a un amico carissimo. “Mi stai chiamando in un giorno di grande vigilia!” “Quale vigilia?”. “No, niente di speciale, domani mi ricovero per delle analisi”. “Se desideri che venga a trovarti, fammi un colpo di telefono e verrò subito”. “Grazie, non dubitare”.

Alle quattro di notte arrivò una telefonata: “Filippo è morto”. Emorragia cerebrale.

Sono convinto che la sua anima sapeva che cosa lo aspettava: nessuno dice “grande vigilia” solo perché deve fare delle analisi. E sono convinto che la sua anima, in un livello di coscienza diverso da quello ordinario, mi aveva chiamato nella notte, come eravamo rimasti d’accordo poche ore prima. Avevamo parlato spesso di cose spirituali, e certo egli desiderava che anch’io cercassi di illuminare con la mia energia interiore l’inizio del suo nuovo cammino.

Fra i primi cristiani, nella chiesa di Corinto, si era diffusa addirittura la devozione di “farsi battezzare per i morti”. Gli esegeti si industriano per capire che cosa fosse questo battesimo per i morti. Il battesimo, ricevuto da adulti, dopo una preparazione lunga e fascinosa, era l’esperienza spirituale più intensa dei primi cristiani. Quale modo migliore per dare energia spirituale al defunto ed aiutarlo a riconoscere la luce divina che lo avvolge? Quando l’esperienza del battesimo non fu più così intensa, perché si faceva da neonati, i cristiani individuarono correttamente nella celebrazione dell’Eucarestia il culmine dell’esperienza di adesione al mistero di Cristo. Di qui la pratica di “far celebrare una messa” per i morti. In molti casi questa pratica si è ridotta a una routine. Gesù Cristo è morto una volta sola e celebrare l’Eucarestia non aggiunge nulla a quanto egli ha ottenuto con la sua morte e risurrezione. Ci serve però a restare collegati a questo fondante mistero. Far celebrare una messa serve al defunto – per il quale, ricordo ancora, Cristo è già morto e risorto una volta sola – solo se c’è qualcosa in questa celebrazione che lo aiuta a collegarsi al mistero di Cristo. La sola registrazione burocratica del nome del defunto nel registro delle messe sembra un po’ poco. E’ importante che qualcuno partecipi alla messa collegandosi a Cristo e, al tempo stesso, collegandosi al defunto.

L’elaborazione dottrinale su questo atteggiamento di fondo è cominciata già con san Paolo, che parlava di Corpo mistico di Cristo, e con il vangelo di Giovanni, che riferisce le parole di Gesù sui cristiani come tralci di un’unica vite. In seguito si è usato il termine Comunione dei santi. Son tutti modi per dirci come sia possibile aiutare spiritualmente un’altra persona, ancora nel corpo fisico o già passata all’altra vita, facendoci canali e ripetitori dell’energia irradiata da Cristo.

Come dunque aiutare chi è appena morto? Individuerei quattro atteggiamenti.

1. Formulare pensieri d’amore e di luce (in altri termini, pregare) per aiutare il defunto, prima ad orientarsi, e poi a riconoscere la sfera di energia di Cristo e lasciarsene attrarre. Era proprio quello che facevano i cristiani di Corinto quando si facevano “battezzare per i morti”; ed è quello che fanno i cristiani di oggi quando con piena consapevolezza partecipano all’eucarestia per il defunto. Nella tradizione antroposofica gli amici e i familiari si riuniscono e parlano a lungo di tutto quello che il defunto ha fatto nella sua vita e delle sue qualità. Ritengono in questo modo di aiutarlo a conservare coscienza di sé e allo stesso tempo a riconoscere le opere buone, valide, di cui si è arricchito e quelle che invece deve abbandonare.

2. Condividere la gioia del defunto nella sua nuova condizione. Se il defunto può già rendersi conto dell’incontro con il mondo divino, perché la sua energia interiore (o grazia, o virtù, e si possono usare altri concetti ancora) è sufficiente a prender coscienza del mondo nuovo, possiamo immaginarlo in una condizione di entusiasmo. La tristezza degli amici può trattenere, nella fase iniziale, questo entusiasmo, ed attirare verso il basso l’elemento psichico ancora presente nel defunto. Per questo, nella tradizione sufi, gli amici brindano al defunto e in molte tradizioni popolari si banchetta al funerale. Per questo la liturgia della Chiesa accompagna i defunti con espressioni di letizia: “In Paradiso ti conducano gli angeli, al tuo arrivo ti accolgano i martiri e ti accompagnino nella città santa, Gerusalemme. I cori degli angeli ti portino…”

3. Condividere il distacco. Dice Paolo che la vita terrena è per noi come il costruire una fabbrica su un fondamento preciso: Gesù Cristo.

“Or se uno fabbrica su questo fondamento con oro, argento e pietre preziose, oppure con legno, fieno e paglia, l’opera di ciascuno si renderà manifesta qual è. Difatti il giorno del Signore la farà conoscere, poiché si rivelerà nel fuoco, e il fuoco proverà quel che vale l’opera di ciascuno. Se l’opera che ciascuno ha costruito sul fondamento resterà, egli ne riceverà la ricompensa. Colui invece la cui opera prenderà fuoco, ne soffrirà danno, però si salverà, ma come attraverso il fuoco” (1 Corinti 3,12-15).

Lo stesso concetto, che sta alla base della dottrina del purgatorio, si può esprimere in varie maniere. E’ evidente che chi sarà rimasto attaccato al modo di conoscere e di operare proprio della vita nel mondo materiale, dovrà affrontare l’esperienza di un distacco doloroso. Chi si identificava con il prestigio sociale, il potere, la ricchezza, sarà smarrito trovandosi privo di queste illusioni in cui aveva riposto la propria ragione di vita. Quando queste persone muoiono, possiamo aiutarle cercando di far percepire loro che li amiamo a prescindere dalle illusioni in cui erano vissute. Li amiamo non perché erano famosi, potenti, belli o comunque importanti, ma per loro stessi, per la loro realtà profonda, che reca in sé l’immagine del Creatore. Per far questo dobbiamo prima di tutto sperimentare in noi stessi il distacco dalle “potenze di questo mondo” (per usare il linguaggio di Paolo). Allora potremo condividere con il defunto questa esperienza di distacco. Egli, che in una prima fase conserva in modo più intenso la connessione emotiva con noi, sarà aiutato a percorrere il proprio cammino di distacco.

4. Un corollario assai importante di questa condivisione del distacco è l’invito rivolto a tutti noi a non “trattenere” lo spirito del defunto nella nostra sfera emotiva. Passato il primo periodo, se abbiamo affinato una certa sensibilità interiore, possiamo cogliere che il nostro bisogno di affetto sta frenando il defunto nel cammino deve compiere. Allora dobbiamo benedire il suo cammino e affidarlo a Gesù Cristo, alla Vergine o ad altre figure celesti e “lasciarlo andare”. Possiamo, certo, continuare a pregare per lui, ma deve trattarsi di una preghiera nello spirito, distaccata dal carico emotivo che non farebbe che attirarlo nei cieli più bassi dell’astrale anziché facilitarne l’ulteriore elevazione. Chi ha già compiuto, nel corso dell’esperienza terrena, qualche forma di cammino mistico, sa, come hanno insegnato Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che l’anima dapprima comunica con Dio nella sfera emotiva, poi sente che deve staccarsi dal mondo emotivo, troppo grossolano, e comunicare nella sfera mentale, per poi lasciare anche questa e comunicare nella sfera spirituale, quella che ci appare per lo più, nella condizione terrena, come una “nube di non conoscenza”. Chi non ha percorso un simile cammino in vita, deve imparare dopo la morte a comunicare nel mondo divino con i veicoli più sottili, superando via via la dimensione emotiva, e la stessa dimensione mentale. La nostra comunicazione emotiva con i defunti quindi, se in un primo momento è senz’altro utile, a un certo punto può diventare un vero ostacolo alla loro evoluzione.

Per coloro che hanno consuetudine con la meditazione profonda può essere utile considerare come questa pratica sia importante in rapporto all’esperienza della morte e del dopo morte. Anzitutto essa ci aiuta a prepararci alla morte con distacco, perché già abbiamo sperimentato attraverso la meditazione il distacco dai nostri stessi pensieri. Poi ci aiuta ad orientarci dopo la morte, perché ci familiarizza con una sia pur iniziale e approssimativa esperienza dei mondi non fisici. La meditazione profonda affina quella sensibilità interiore che può consentire di sintonizzarsi con le condizioni di spirito di chi sta morendo e trovare, più che le parole, la forza interiore e la direzione da imprimerle per aiutarlo. Infine – pur con tutte le necessarie cautele e senza dimenticare l’utilità del dubbio sulle presunte esperienze interiori – l’apertura di facoltà spirituali che consegue all’esperienza della meditazione profonda può consentire di seguire meglio, dopo la loro morte, le vicende spirituali dei nostri cari e di adottare di conseguenza l’atteggiamento interiore appropriato.

Carlo Crocella

*Appunti di viaggio, numeri 65 e 66/ 2003

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