“Vigilate e pregate” : è una
delle ultime raccomandazioni di Gesù, prima di portare a compimento la sua
opera. Vigilate: le vigiliae
erano i turni di guardia delle sentinelle, durante i quali, specie di notte,
l’impegno era quello di restare svegli, con gli occhi aperti. Vigilare è dunque
conservare un livello di coscienza elevato, rimanere desti
alle realtà spirituali.
Secondo Rudolf
Steiner esistono due principali forze avverse
all’evoluzione dell’umanità: Lucifero e Arimane.
Lucifero spinge l’uomo a sentirsi Dio, in modo che la volontà di ogni singolo uomo pretenda di farsi legge morale. Arimane invece è tutto orientato a farci restare
addormentati, con gli occhi chiusi, velati ai mondi spirituali. Seguendo Arimane l’uomo orienta le sue energie al mondo materiale,
senza armonizzarle con quello spirituale. Insomma, quello che l’Avversario
cerca di ottenere è una minorazione dell’essere umano: che esso sia pure un
Angelo, oppure che sia un Animale, ma non deve essere una creatura dotata della
possibilità di armonizzare in sé tutti i mondi, quelli celesti e quelli
terrestri.
Ora est iam de somno surgere, è ora di svegliarsi, incita l’apostolo Paolo. Vigilate e pregate, incita Gesù. Il pregare sempre tanto cercato dal
Pellegrino russo è tutto qui: restare svegli, cioè
conservare anche nella vita ordinaria una coscienza desta alla visione dei
mondi spirituali.
Questa consapevolezza è
aperta a tutti gli esseri umani e non è prerogativa di una religione o di una
tradizione spirituale. Anzi, negli ultimi secoli la Chiesa, chiamata dalla sfida
delle filosofie e della scienza moderne a accentuare
ancora di più la sua cultura della razionalità – già tanto sviluppata a seguito
dell’inculturazione nel mondo greco-romano - non
sembra aver proposto come una priorità ad ogni cristiano la ricerca spirituale
personale e la prospettiva della vita mistica. Il disegno divino tuttavia ha
fatto sì che l’uomo di oggi cogliesse dentro di sé un
bisogno così intenso di interiorità, da indurre molti cristiani – in assenza di
un’offerta adeguata in seno alla loro chiesa (come quantità se non come
qualità) - a rivolgersi alle esperienze maturate in contesti induisti e buddhisti. Persino dove l’offerta non mancava, come nei
monasteri, si sono fatte esperienze di yoga o di zen. Il frutto di questo incontro è stato duplice: da un lato un maggior
rispetto fra le diverse religioni e le esperienze spirituali connesse;
dall’altro un arricchimento dell’esperienza spirituale propriamente cristiana.
Si è riscoperta la
tradizione mistica, e si sono potute rileggere le testimonianze dei padri del
deserto, di Eckart, dei
mistici spagnoli o di quelli nordici scoprendo a volte che una pratica zen o
una meditazione yoga ci aveva dato la chiave per una comprensione più profonda
di aspetti essenziali della tradizione cristiana.
Ora la fase movimentata
dell’esplorazione e della riscoperta sembra cedere il posto a
una fase più matura. Personalmente anch’io sono debitore alla ricerca
spirituale di origine orientale o comunque non
cristiana, ma devo dire in sincerità che gli esercizi di vigilanza e di
risveglio ai mondi spirituali appresi da altre tradizioni mi hanno
semplicemente condotto ad approfondire la ricchezza incomparabile del mistero
cristiano.
La consapevolezza propria
del cristiano è insieme coscienza di Cristo e coscienza trinitaria. L’una ci introduce nell’altra.
Il discepolo di Gesù sa che
il suo Maestro è per lui il solo Maestro. Egli è la porta delle pecore: chi
passa per quella porta “entrerà e uscirà e troverà pascolo”. “In Cristo”,
ripete continuamente Paolo. I primi cristiani, in un contesto
di cultura ellenista, dicevano di rimanere “nell’eone
di Cristo”. Oggi è di moda parlare di “energie”. Possiamo dire che noi vogliamo
rimanere nella corrente di energia di Cristo. A questo
servono tutti i sacramenti, le liturgie, le varie forme della preghiera
cristiana. Sono strumenti che ci servono a “restare collegati” all’energia del
nostro Maestro.
Coltivare la coscienza di
Cristo è dunque per noi coltivare la consapevolezza di essere in Cristo.
Essere in Cristo ci apre
gradatamente gli occhi a comprendere il mistero di Cristo. Non si tratta solo
di ammirarlo come maestro. Cristo è ontologicamente
il salvatore. Per i suoi discepoli è importante ciò che egli è più ancora di
quello che dice. Gesù ha sventato il piano dell’Avversario: riunendo in se
stesso l’umanità e la divinità, egli ha immesso
nell’umanità un principio insopprimibile destinato a generare armonia fra la
materia e lo spirito. Se l’uomo, spinto dalle forze
avverse, si rivolge verso la materia, l’energia di Cristo svilupperà un
processo che alla fine porterà il principio spirituale dentro la materia.
Qualche aspetto di questo processo possiamo già
verificarlo, o almeno intuirlo: l’illuminismo e il razionalismo, anziché
distruggere la fede, l’hanno purificata; l’eclissi del sacro e la laicizzazione stanno avendo come effetto la nascita di una
spiritualità diffusa e non più limitata a quello che era stato l’ambito del
sacro; la globalizzazione dell’economia e gli stessi
eccessi del terrorismo stanno conducendo l’umanità a una coscienza planetaria
delle sue responsabilità. Questo è ciò che si vede quando si guarda la storia
con sguardo illuminato dalla coscienza di Cristo.
Cristo, da supremo stratega,
non combatte le forze avverse sul loro terreno. E’ lui che sceglie il terreno.
Il terreno dell’avversario è quello del potere luciferico
e insieme del materialismo avido. Gesù non insidia il potere sul suo terreno: “il mio regno non è di questo mondo”. Quando
i cristiani competono per il potere, sono energie sprecate. Il regno di Dio è dei piccoli. Quando ci lamentiamo
perché il male si diffonde non soffriamo forse di una distorsione ottica?
Vediamo la forma vuota del potere dell’Avversario e lo scambiamo per il suo
successo. “Vigilate e pregate per non cadere in tentazione”. “E’ ora di
svegliarsi dal sonno”. E’ ora di acquisire la coscienza di Cristo, e allora
potremo prorompere con lui nell’acclamazione gioiosa al Padre: “Ti ringrazio
perché hai nascosto queste cose ai sapienti di questo mondo e le hai rivelate
ai piccoli”.
Dio creò l’uomo a sua
immagine.
E’ dunque dentro di noi che
possiamo scoprire le tracce di quel Dio verso il quale l’anelito mistico ci
spinge. E viceversa se Dio ci rivela qualcosa di Sé, è guardando dentro di noi
che possiamo ottenere una comprensione più profonda di
questa rivelazione. Quando ci è dato di gettare anche
solo uno sguardo sull’immagine della Trinità riflessa in noi, dapprima ci
possiamo sentire disorientati, ma se si persiste si può sperimentare una sorta
di regalità: non siamo forse figli di Dio?
Alcuni maestri spirituali
propongono un cammino di totale accettazione della realtà, altri insegnano a
raggiungere una comprensione profonda di tutte le cose, altri ancora indicano
la strada dell’amore per tutte le creature. Queste tre vie si possono indicare
rispettivamente come coscienza del Padre, coscienza del Figlio e coscienza
dello Spirito.
Un bambino accetta tutto ciò
che suo padre gli dà, anche se non capisce. Il Padre è il generante cosmico, la
fonte di tutto ciò che si manifesta. Chi siamo noi per giudicare che cosa è
bene e che cosa è male? I discendenti di Caino, racconta la Bibbia, da nomadi
si fecero sedentari, costruirono città, lavorarono metalli,
forgiarono strumenti musicali. Possiamo immaginare lo scandalo dei
pastori discendenti di Set. Chi è desto ai mondi spirituali ed ha cominciato a
sviluppare in sé la coscienza del Padre accetta ogni
cosa come proveniente da lui, senza giudicare. Nei testi vedici come in molte
testimonianze di mistici si trova il suggerimento di rimanere equanimi di
fronte al bene come al male, espresso in modo sublime in questi versi della
Bahagavad Gita:
“E mi è altrettanto caro
colui che considera allo stesso modo l’amico e il nemico
che dà
il medesimo peso alla fama e all’infamia
che sa
essere il freddo e il caldo, il piacere e il dolore
l’uno
più desiderabile dell’altro.
Un
tale individuo non si dà alcuna preoccupazione per le cose del mondo
e sono
indifferenti per lui la lode e la condanna.
Egli è silenzioso e soddisfatto di ciò che gli
succede
e non
ha una particolare dimora nel mondo, si sente ovunque a casa propria.
Colui
di cui ti ho parlato è di animo fermo e giusto e la devozione
promana da lui.”
Alcuni considerano una
simile proposta come un obiettivo arduo, che comporta l’esercizio di un duro
controllo sulla sfera emotiva, altri ritengono che si tratti di un obiettivo
disumano, altri ancora credono di potervi intuire il suggerimento di una morale
superiore, in cui non c’è né bene né male. A me sembra che si tratti
semplicemente di acquisire la coscienza del Padre, di tentare di mettersi dal
suo punto di vista, di assumere a priori un
pregiudizio favorevole verso la sapienza del suo atto creativo.
Assumere la coscienza del
Padre mette al bando immediatamente ogni pessimismo sulla gravità del momento
che viviamo (gli uomini peraltro hanno sempre pensato di vivere in un periodo
più malvagio del precedente: che sia l’imprinting rimasto dopo la vicenda del
paradiso terrestre?).
Non è forse l’Avversario che
ci deprime insinuando che in realtà il mondo va a rotoli? La cosa più
importante, e più impegnativa, che possiamo fare di
fronte alla sfiducia e alla depressione diffusa è credere che qualunque cosa
stia avvenendo e qualunque cosa il futuro ci riservi, tutto ci viene donato da
un governo del mondo pieno di sapienza e di amore. Rudolf
Steiner, dopo l’esperienza terribile della prima
guerra mondiale, scrive:
“Dobbiamo
sradicare dall’anima tutta la paura ed il timore di ciò che il futuro può
portare all’uomo.
Dobbiamo
acquisire serenità in tutti i sentimenti e sensazioni rispetto al futuro.
Dobbiamo
guardare in avanti con assoluta equanimità verso tutto ciò che può venire; e
dobbiamo pensare che tutto quello che verrà ci sarà dato da una direzione del
mondo piena di sapienza.
Questo
è parte di ciò che dobbiamo imparare in questa era: a saper vivere con assoluta
fiducia, senza nessuna sicurezza nell’esistenza; fiducia nell’aiuto sempre
presente del mondo spirituale.”
Come il Padre esprime l’essere di Dio, il Logos esprime il suo conoscere.
Il Logos, il Verbo, il Figlio è colui per mezzo del quale tutte le cose sono
create. Egli dunque ha una particolare affinità con le creature, ne conosce
l’intima natura. Diverse vie iniziatiche si pongono
come obiettivo ultimo l’illuminazione, e noi sappiamo che la luce è una qualità
di Cristo: “In lui era la luce”.
Essere
desti ai mondi spirituali
cercando di risvegliare in noi l’immagine della coscienza del Logos ci conduce
verso un’illuminazione che è comprendere, per quanto può essere dato nella
condizione umana, la natura profonda delle cose, di se stessi e di Dio.
Se la coscienza del Padre mi
conduce ad accettare a priori la bontà della creazione e di quanto in essa ogni giorno mi viene dato, anche quando l’Avversario mi
tenesse ancora gli occhi velati e mi impedisse di vedere intorno a me ragioni
di fiducia e di speranza, la coscienza del Logos mi consente di cominciare a
penetrare un poco in queste ragioni, di cominciare a svelarle. Allora scopro
che il regno di Dio cresce nel silenzio, nascosto come il lievito nella pasta.
La sua forza non emerge prima di tutto al centro dell’Impero, nella Banca
mondiale o nel governo delle maggiori istituzioni. Il governo divino invece
cura le possibilità residue di una candela che fa fumo e non riesce a dar luce,
consolida le ginocchia vacillanti, vive nei giochi dei bambini, riscalda il
cuore dei poveri. Di tutto questo l’Avversario non riesce ad accorgersi, e il
governo di Dio (o preferite che dica ancora il
regno?) cresce nel silenzio. L’Avversario vela i nostri occhi e ci mostra
altro: il potere, la corruzione, il dominio… Non rattristiamoci
se questo ci manca: non è lì ciò che conta. Ciò che conta resta
nascosto ai grandi e ai sapienti di questo mondo, resta nascosto ad Arimane, e viene rivelato ai piccoli, di cui Arimane non si cura. Le Beatitudini sono profonde verità, e
la gioia di tutta la terra è per chi le pratica.
Ponendosi nella coscienza
del Figlio, quello che prima accettavamo con fiducia
dalle mani del Padre, ma senza comprendere, comincia qua e là ad accendersi di
luce. Allora, come dice Martin Buber
e con lui un’importante tradizione mistica ebraica, si risveglia la Shekinà, la gloria di Dio incatenata
nelle creature. E’ la Gloria che si risveglia e ci consente di scorgerla, od è
invece il nostro entrare nella coscienza del Verbo che ha il potere di
liberarla dalle sue catene e lasciarla irrompere per il nostro tramite nell’ambiente
umano?
La Gloria di Dio risvegliata
diviene operosa per mezzo nostro nel mondo quando portiamo la nostra
consapevolezza in seno allo Spirito Santo. Se la
coscienza del Padre ci consente di accettare la bontà della creazione pur senza
comprenderla, la coscienza del Figlio ci mostra la gloria di Dio nascosta in
ogni cosa, in ogni avvenimento e fonda la speranza nel futuro perché abbiamo
cominciato a vedere i germogli della presenza di Dio nel mondo, che cosa
avviene quando il nostro livello di coscienza è portato a risuonare con lo
Spirito Santo? La coscienza dello Spirito Santo ci riempie d’amore per Dio, per
noi stessi, per ogni cosa e ci spinge a operare nel
mondo in conseguenza.
Allora si risveglia nell’uomo
la sua vera natura, quella di cooperatore di Dio. Allora egli può veramente lavorare il giardino dell’Eden, allora veramente può
dare il nome alle creature. Allora egli è rinato come figlio di Dio e la
creazione, che aveva lungamente atteso la manifestazione dei figli di Dio,
dimentica le doglie e può esultare.
Abbiamo considerato nella
prima parte di queste riflessioni che l’esperienza mistica cristiana può
prendere l’avvio da strade diverse, può cercare di condividere l’Essere del
mondo e accettarlo, può sondare le vie dell’illuminazione alla ricerca del
senso, può amare Dio e servire il prossimo. Ma nel suo cammino è chiamata a divenire progressivamente trinitaria. Si può iniziare il
cammino praticando la fede, oppure riconoscendo i germogli che fondano la
nostra speranza, o ancora praticando la carità. Ma
proseguendo nel cammino si avverte come le tre esperienze si richiamino a
vicenda: non si può vivere la fede senza avvertire l’esigenza di aprirsi alla
speranza e di comunicare nella carità, e allo stesso modo non si può vivere la
speranza e la carità senza aprirsi alle altre due.
Quando, attraverso la
meditazione, impariamo ad elevare il nostro livello di coscienza e a
sintonizzarci con i mondi spirituali, troviamo che
condividere la coscienza del Padre è l’espressione pura della fede, cioè
dell’affidarsi a lui, dell’accettare con adesione filiale tutto quello che egli
ha fatto, fa e farà per noi. Condividere la coscienza del Figlio è cominciare a
mettere a fuoco l’occhio interiore e scorgere la presenza della gloria di Dio
nel mondo, manifestata a partire dalla resurrezione di Gesù fino alla
margherita nel prato, agli occhi di un bambino, al bicchier d’acqua dato a un malato: e questo fonda la nostra speranza.
Sintonizzarci con la coscienza dello Spirito è lasciarci smuovere dalla nostra
immobilità e vivere l’amore, la carità.
Queste tre esperienze
spirituali tendono dunque per loro natura a diventare una cosa sola.
Certo, l’uomo in questa
condizione terrestre conosce prevalentemente distinguendo e dividendo. Così i
risvegliati ai mondi spirituali normalmente sperimenteranno dapprima in modo
separato la sintonia con la coscienza del Padre, con quella del Logos o con quella
dello Spirito. Ma prima o poi queste tre esperienze si
esprimeranno insieme, richiamandosi a vicenda in una sinfonia interiore che è
lo specchio della vita trinitaria.