Meditazione cristiana: coscienza trinitaria[1]

“Vigilate e pregate” : è una delle ultime raccomandazioni di Gesù, prima di portare a compimento la sua opera. Vigilate: le vigiliae erano i turni di guardia delle sentinelle, durante i quali, specie di notte, l’impegno era quello di restare svegli, con gli occhi aperti. Vigilare è dunque conservare un livello di coscienza elevato, rimanere desti alle realtà spirituali.

Secondo Rudolf Steiner esistono due principali forze avverse all’evoluzione dell’umanità: Lucifero e Arimane. Lucifero spinge l’uomo a sentirsi Dio, in modo che la volontà di ogni singolo uomo pretenda di farsi legge morale. Arimane invece è tutto orientato a farci restare addormentati, con gli occhi chiusi, velati ai mondi spirituali. Seguendo Arimane l’uomo orienta le sue energie al mondo materiale, senza armonizzarle con quello spirituale. Insomma, quello che l’Avversario cerca di ottenere è una minorazione dell’essere umano: che esso sia pure un Angelo, oppure che sia un Animale, ma non deve essere una creatura dotata della possibilità di armonizzare in sé tutti i mondi, quelli celesti e quelli terrestri.

Ora est iam de somno surgere, è ora di svegliarsi, incita l’apostolo Paolo. Vigilate e pregate, incita Gesù. Il pregare sempre tanto cercato dal Pellegrino russo è tutto qui: restare svegli, cioè conservare anche nella vita ordinaria una coscienza desta alla visione dei mondi spirituali.

Questa consapevolezza è aperta a tutti gli esseri umani e non è prerogativa di una religione o di una tradizione spirituale. Anzi, negli ultimi secoli la Chiesa, chiamata dalla sfida delle filosofie e della scienza moderne a accentuare ancora di più la sua cultura della razionalità – già tanto sviluppata a seguito dell’inculturazione nel mondo greco-romano - non sembra aver proposto come una priorità ad ogni cristiano la ricerca spirituale personale e la prospettiva della vita mistica. Il disegno divino tuttavia ha fatto sì che l’uomo di oggi cogliesse dentro di sé un bisogno così intenso di interiorità, da indurre molti cristiani – in assenza di un’offerta adeguata in seno alla loro chiesa (come quantità se non come qualità) - a rivolgersi alle esperienze maturate in contesti induisti e buddhisti. Persino dove l’offerta non mancava, come nei monasteri, si sono fatte esperienze di yoga o di zen. Il frutto di questo incontro è stato duplice: da un lato un maggior rispetto fra le diverse religioni e le esperienze spirituali connesse; dall’altro un arricchimento dell’esperienza spirituale propriamente cristiana.

Si è riscoperta la tradizione mistica, e si sono potute rileggere le testimonianze dei padri del deserto, di Eckart, dei mistici spagnoli o di quelli nordici scoprendo a volte che una pratica zen o una meditazione yoga ci aveva dato la chiave per una comprensione più profonda di aspetti essenziali della tradizione cristiana.

Ora la fase movimentata dell’esplorazione e della riscoperta sembra cedere il posto a una fase più matura. Personalmente anch’io sono debitore alla ricerca spirituale di origine orientale o comunque non cristiana, ma devo dire in sincerità che gli esercizi di vigilanza e di risveglio ai mondi spirituali appresi da altre tradizioni mi hanno semplicemente condotto ad approfondire la ricchezza incomparabile del mistero cristiano.

La consapevolezza propria del cristiano è insieme coscienza di Cristo e coscienza trinitaria. L’una ci introduce nell’altra.

Coscienza di Cristo

Il discepolo di Gesù sa che il suo Maestro è per lui il solo Maestro. Egli è la porta delle pecore: chi passa per quella porta “entrerà e uscirà e troverà pascolo”. “In Cristo”, ripete continuamente Paolo. I primi cristiani, in un contesto di cultura ellenista, dicevano di rimanere “nell’eone di Cristo”. Oggi è di moda parlare di “energie”. Possiamo dire che noi vogliamo rimanere nella corrente di energia di Cristo. A questo servono tutti i sacramenti, le liturgie, le varie forme della preghiera cristiana. Sono strumenti che ci servono a “restare collegati” all’energia del nostro Maestro.

Coltivare la coscienza di Cristo è dunque per noi coltivare la consapevolezza di essere in Cristo.

Essere in Cristo ci apre gradatamente gli occhi a comprendere il mistero di Cristo. Non si tratta solo di ammirarlo come maestro. Cristo è ontologicamente il salvatore. Per i suoi discepoli è importante ciò che egli è più ancora di quello che dice. Gesù ha sventato il piano dell’Avversario: riunendo in se stesso l’umanità e la divinità, egli ha immesso nell’umanità un principio insopprimibile destinato a generare armonia fra la materia e lo spirito. Se l’uomo, spinto dalle forze avverse, si rivolge verso la materia, l’energia di Cristo svilupperà un processo che alla fine porterà il principio spirituale dentro la materia. Qualche aspetto di questo processo possiamo già verificarlo, o almeno intuirlo: l’illuminismo e il razionalismo, anziché distruggere la fede, l’hanno purificata; l’eclissi del sacro e la laicizzazione stanno avendo come effetto la nascita di una spiritualità diffusa e non più limitata a quello che era stato l’ambito del sacro; la globalizzazione dell’economia e gli stessi eccessi del terrorismo stanno conducendo l’umanità a una coscienza planetaria delle sue responsabilità. Questo è ciò che si vede quando si guarda la storia con sguardo illuminato dalla coscienza di Cristo.

Cristo, da supremo stratega, non combatte le forze avverse sul loro terreno. E’ lui che sceglie il terreno. Il terreno dell’avversario è quello del potere luciferico e insieme del materialismo avido. Gesù non insidia il potere sul suo terreno: “il mio regno non è di questo mondo”. Quando i cristiani competono per il potere, sono energie sprecate. Il regno di Dio è dei piccoli. Quando ci lamentiamo perché il male si diffonde non soffriamo forse di una distorsione ottica? Vediamo la forma vuota del potere dell’Avversario e lo scambiamo per il suo successo. “Vigilate e pregate per non cadere in tentazione”. “E’ ora di svegliarsi dal sonno”. E’ ora di acquisire la coscienza di Cristo, e allora potremo prorompere con lui nell’acclamazione gioiosa al Padre: “Ti ringrazio perché hai nascosto queste cose ai sapienti di questo mondo e le hai rivelate ai piccoli”.

Coscienza trinitaria

Dio creò l’uomo a sua immagine.

E’ dunque dentro di noi che possiamo scoprire le tracce di quel Dio verso il quale l’anelito mistico ci spinge. E viceversa se Dio ci rivela qualcosa di Sé, è guardando dentro di noi che possiamo ottenere una comprensione più profonda di questa rivelazione. Quando ci è dato di gettare anche solo uno sguardo sull’immagine della Trinità riflessa in noi, dapprima ci possiamo sentire disorientati, ma se si persiste si può sperimentare una sorta di regalità: non siamo forse figli di Dio?

Alcuni maestri spirituali propongono un cammino di totale accettazione della realtà, altri insegnano a raggiungere una comprensione profonda di tutte le cose, altri ancora indicano la strada dell’amore per tutte le creature. Queste tre vie si possono indicare rispettivamente come coscienza del Padre, coscienza del Figlio e coscienza dello Spirito.

Coscienza del Padre

Un bambino accetta tutto ciò che suo padre gli dà, anche se non capisce. Il Padre è il generante cosmico, la fonte di tutto ciò che si manifesta. Chi siamo noi per giudicare che cosa è bene e che cosa è male? I discendenti di Caino, racconta la Bibbia, da nomadi si fecero sedentari, costruirono città, lavorarono metalli, forgiarono strumenti musicali. Possiamo immaginare lo scandalo dei pastori discendenti di Set. Chi è desto ai mondi spirituali ed ha cominciato a sviluppare in sé la coscienza del Padre accetta ogni cosa come proveniente da lui, senza giudicare. Nei testi vedici come in molte testimonianze di mistici si trova il suggerimento di rimanere equanimi di fronte al bene come al male, espresso in modo sublime in questi versi della Bahagavad Gita:

E mi è altrettanto caro

colui che considera allo stesso modo l’amico e il nemico

che dà il medesimo peso alla fama e all’infamia

che sa essere il freddo e il caldo, il piacere e il dolore

l’uno più desiderabile dell’altro.

Un tale individuo non si dà alcuna preoccupazione per le cose del mondo

e sono indifferenti per lui la lode e la condanna.

Egli è silenzioso e soddisfatto di ciò che gli succede

e non ha una particolare dimora nel mondo, si sente ovunque a casa propria.

Colui di cui ti ho parlato è di animo fermo e giusto e la devozione promana da lui.”

Alcuni considerano una simile proposta come un obiettivo arduo, che comporta l’esercizio di un duro controllo sulla sfera emotiva, altri ritengono che si tratti di un obiettivo disumano, altri ancora credono di potervi intuire il suggerimento di una morale superiore, in cui non c’è né bene né male. A me sembra che si tratti semplicemente di acquisire la coscienza del Padre, di tentare di mettersi dal suo punto di vista, di assumere a priori un pregiudizio favorevole verso la sapienza del suo atto creativo.

Assumere la coscienza del Padre mette al bando immediatamente ogni pessimismo sulla gravità del momento che viviamo (gli uomini peraltro hanno sempre pensato di vivere in un periodo più malvagio del precedente: che sia l’imprinting rimasto dopo la vicenda del paradiso terrestre?).

Non è forse l’Avversario che ci deprime insinuando che in realtà il mondo va a rotoli? La cosa più importante, e più impegnativa, che possiamo fare di fronte alla sfiducia e alla depressione diffusa è credere che qualunque cosa stia avvenendo e qualunque cosa il futuro ci riservi, tutto ci viene donato da un governo del mondo pieno di sapienza e di amore. Rudolf Steiner, dopo l’esperienza terribile della prima guerra mondiale, scrive:

“Dobbiamo sradicare dall’anima tutta la paura ed il timore di ciò che il futuro può portare all’uomo.

Dobbiamo acquisire serenità in tutti i sentimenti e sensazioni rispetto al futuro.

Dobbiamo guardare in avanti con assoluta equanimità verso tutto ciò che può venire; e dobbiamo pensare che tutto quello che verrà ci sarà dato da una direzione del mondo piena di sapienza.

Questo è parte di ciò che dobbiamo imparare in questa era: a saper vivere con assoluta fiducia, senza nessuna sicurezza nell’esistenza; fiducia nell’aiuto sempre presente del mondo spirituale.

 

Coscienza del Logos

Come il Padre esprime l’essere di Dio, il Logos esprime il suo conoscere. Il Logos, il Verbo, il Figlio è colui per mezzo del quale tutte le cose sono create. Egli dunque ha una particolare affinità con le creature, ne conosce l’intima natura. Diverse vie iniziatiche si pongono come obiettivo ultimo l’illuminazione, e noi sappiamo che la luce è una qualità di Cristo: “In lui era la luce”.

Essere desti ai mondi spirituali cercando di risvegliare in noi l’immagine della coscienza del Logos ci conduce verso un’illuminazione che è comprendere, per quanto può essere dato nella condizione umana, la natura profonda delle cose, di se stessi e di Dio.

Se la coscienza del Padre mi conduce ad accettare a priori la bontà della creazione e di quanto in essa ogni giorno mi viene dato, anche quando l’Avversario mi tenesse ancora gli occhi velati e mi impedisse di vedere intorno a me ragioni di fiducia e di speranza, la coscienza del Logos mi consente di cominciare a penetrare un poco in queste ragioni, di cominciare a svelarle. Allora scopro che il regno di Dio cresce nel silenzio, nascosto come il lievito nella pasta. La sua forza non emerge prima di tutto al centro dell’Impero, nella Banca mondiale o nel governo delle maggiori istituzioni. Il governo divino invece cura le possibilità residue di una candela che fa fumo e non riesce a dar luce, consolida le ginocchia vacillanti, vive nei giochi dei bambini, riscalda il cuore dei poveri. Di tutto questo l’Avversario non riesce ad accorgersi, e il governo di Dio (o preferite che dica ancora il regno?) cresce nel silenzio. L’Avversario vela i nostri occhi e ci mostra altro: il potere, la corruzione, il dominio… Non rattristiamoci se questo ci manca: non è lì ciò che conta. Ciò che conta resta nascosto ai grandi e ai sapienti di questo mondo, resta nascosto ad Arimane, e viene rivelato ai piccoli, di cui Arimane non si cura. Le Beatitudini sono profonde verità, e la gioia di tutta la terra è per chi le pratica.

Ponendosi nella coscienza del Figlio, quello che prima accettavamo con fiducia dalle mani del Padre, ma senza comprendere, comincia qua e là ad accendersi di luce. Allora, come dice Martin Buber e con lui un’importante tradizione mistica ebraica, si risveglia la Shekinà, la gloria di Dio incatenata nelle creature. E’ la Gloria che si risveglia e ci consente di scorgerla, od è invece il nostro entrare nella coscienza del Verbo che ha il potere di liberarla dalle sue catene e lasciarla irrompere per il nostro tramite nell’ambiente umano?

Coscienza dello Spirito Santo

La Gloria di Dio risvegliata diviene operosa per mezzo nostro nel mondo quando portiamo la nostra consapevolezza in seno allo Spirito Santo. Se la coscienza del Padre ci consente di accettare la bontà della creazione pur senza comprenderla, la coscienza del Figlio ci mostra la gloria di Dio nascosta in ogni cosa, in ogni avvenimento e fonda la speranza nel futuro perché abbiamo cominciato a vedere i germogli della presenza di Dio nel mondo, che cosa avviene quando il nostro livello di coscienza è portato a risuonare con lo Spirito Santo? La coscienza dello Spirito Santo ci riempie d’amore per Dio, per noi stessi, per ogni cosa e ci spinge a operare nel mondo in conseguenza.

Allora si risveglia nell’uomo la sua vera natura, quella di cooperatore di Dio. Allora egli può veramente lavorare il giardino dell’Eden, allora veramente può dare il nome alle creature. Allora egli è rinato come figlio di Dio e la creazione, che aveva lungamente atteso la manifestazione dei figli di Dio, dimentica le doglie e può esultare.

 

Et hi tres unum sunt: queste tre coscienze sono un’unica Coscienza trinitaria

Abbiamo considerato nella prima parte di queste riflessioni che l’esperienza mistica cristiana può prendere l’avvio da strade diverse, può cercare di condividere l’Essere del mondo e accettarlo, può sondare le vie dell’illuminazione alla ricerca del senso, può amare Dio e servire il prossimo. Ma nel suo cammino è chiamata a divenire progressivamente trinitaria. Si può iniziare il cammino praticando la fede, oppure riconoscendo i germogli che fondano la nostra speranza, o ancora praticando la carità. Ma proseguendo nel cammino si avverte come le tre esperienze si richiamino a vicenda: non si può vivere la fede senza avvertire l’esigenza di aprirsi alla speranza e di comunicare nella carità, e allo stesso modo non si può vivere la speranza e la carità senza aprirsi alle altre due.

Quando, attraverso la meditazione, impariamo ad elevare il nostro livello di coscienza e a sintonizzarci con i mondi spirituali, troviamo che condividere la coscienza del Padre è l’espressione pura della fede, cioè dell’affidarsi a lui, dell’accettare con adesione filiale tutto quello che egli ha fatto, fa e farà per noi. Condividere la coscienza del Figlio è cominciare a mettere a fuoco l’occhio interiore e scorgere la presenza della gloria di Dio nel mondo, manifestata a partire dalla resurrezione di Gesù fino alla margherita nel prato, agli occhi di un bambino, al bicchier d’acqua dato a un malato: e questo fonda la nostra speranza. Sintonizzarci con la coscienza dello Spirito è lasciarci smuovere dalla nostra immobilità e vivere l’amore, la carità.

Queste tre esperienze spirituali tendono dunque per loro natura a diventare una cosa sola.

Certo, l’uomo in questa condizione terrestre conosce prevalentemente distinguendo e dividendo. Così i risvegliati ai mondi spirituali normalmente sperimenteranno dapprima in modo separato la sintonia con la coscienza del Padre, con quella del Logos o con quella dello Spirito. Ma prima o poi queste tre esperienze si esprimeranno insieme, richiamandosi a vicenda in una sinfonia interiore che è lo specchio della vita trinitaria.



[1] Articolo pubblicato sul n. 58 di Appunti di Viaggio