La fede è un delicatissimo
senso animico che rivela all’uomo la realtà
trascendente nell’immanenza di ogni cosa; senso che
rivela alla coscienza il segreto significato della manifestazione e le permette
di equilibrare il richiamo che viene dal silenzio del passato e da quello del futuro.
Giovanni Vannucci, Omelia
sulla 27° domenica del tempo ordinario, Lc 17, 5-10
30 agosto 2004 - La partenza
31 agosto 04 – Roncisvalle: il fascino dei luoghi e dei simboli
1 settembre 2004 - Dalla tragedia templare alla fonte del
vino
2 settembre, giovedì - Il gallinero,
la purificazione del pellegrino, il saluto
3 settembre
2004 – Le certose
di Burgos, il Cid e una
strage
4 settembre 2004 – Un Angelo alla Ermita
di San Nicolas
5 settembre,
domenica – Trecento lance spezzate per orgoglio e per amore
6 settembre 2004 – La Croce di ferro e il Pellegrino
7 settembre 2004 – Vivere personalmente una leggenda e liberare le
emozioni
8 settembre 2004 – A Santiago
9 settembre 2004 – La statua di San Giacomo
10 settembre 2004 - Finisterrae
L’apostolo Giacomo
San Giacomo
apostolo e suo fratello Giovanni, figli di Zebedeo, furono chiamati da Gesù
“figli del tuono” per il loro carattere irruente: è l’unico scherzo di Gesù che
ci viene riferito. Questo loro carattere si manifestò
anche in una occasione grave. Gesù e i discepoli,
erano diretti a Gerusalemme, e volevano sostare in un villaggio di Samaritani, che però si
rifiutò di accoglierli. I due fratelli dissero a Gesù: “Vuoi che diciamo al
fuoco di scendere dal cielo e consumarli? Ma egli,
voltatosi, li rimproverò” (Luca 9,54-55). Dopo la
resurrezione di Gesù, Giovanni sviluppò una spiritualità mistica e amorevole,
mentre Giacomo cercò di difendere la tradizione ebraica e fu un vigoroso capo
della chiesa di Gerusalemme dopo la partenza di Pietro per Roma.
E’
tradizione antichissima che Giacomo in seguito abbia
evangelizzato la Spagna. Tornato a Gerusalemme con due discepoli, fu
decapitato. I discepoli riportarono il suo corpo in Spagna e lo seppellirono.
Del luogo di sepoltura si perse notizia, finché, nell’anno 813, l’eremita
Pelagio vide brillare ripetutamente luci come di stelle in un prato, e poi
sognò san Giacomo (in spagnolo Santo Iago) che gli indicava la sua tomba.
L’eremita scavò e, trovata una tomba di marmo con iscrizioni riferite a San
Giacomo, ne informò il vescovo e il sovrano. Il luogo fu chiamato “Campus stellae”, da cui Compostella. Il
periodo della scoperta era quello delle guerre contro i mori di Spagna, e il
sepolcro dell’apostolo diede grande vigore ai
combattenti cristiani. C'è anche una leggenda imbarazzante: durante una
battaglia tra spagnoli e mori, che volgeva dalla parte dei mori, comparve un
cavaliere su cavallo bianco che cominciò a mietere teste di mori, e la
battaglia fu vinta dai cristiani. Il cavaliere era san Giacomo (Santiago), che
da allora ha l'appellativo di matamoros (ammazzamori).
C'è una statua raccapricciante del matamoros in cima
al retablo dell'altar maggiore della cattedrale di Santiago, riportata nelle cartoline e nei gadgets. In seguito a Santiago fu anche attribuito
l’appellativo di mataindios (durante la conquista
dell’America) e di matarojos (durante la guerra
civile).
Dal secolo
XI il pellegrinaggio a Santiago, detto anche “Cammino di Santiago” o “Via
lattea”, divenne famoso in tutta Europa e, sia pure con alterni periodi di
fulgore e di decadenza, continua fino a oggi e
costituisce una singolare creazione dello spirito cristiano. Mauriac lo definì
“Fiaba millenaria dello spirito”.
Oggi questa
tradizione, che si è nutrita a lungo di spunti bellicosi, ma anche di penitenza
e di intensa ricerca spirituale, penetrando le diverse
culture europee, richiama, insieme ai pellegrinaggi istituzionali di
parrocchie, diocesi e movimenti cattolici, schiere di giovani new age, di scout, di pacifisti. Conta migliaia di siti web,
trasmissioni radiofoniche e televisive, libri,
articoli.
Tutto
questo pone molte domande. Uno dei meriti non secondari del pellegrinaggio a
Santiago è di aiutare a scioglierle.
Quello che
segue è il resoconto di un pellegrinaggio svolto nel settembre 2004.
Si parte da Fiumicino verso
le 12 per Barcellona e poi da Barcellona a Bilbao. Pullman fino a Pamplona. Hotel.
Siamo un gruppo di 30
persone impegnate in un lavoro di allargamento della
coscienza nella direzione transpersonale. Uno degli
strumenti di questo lavoro è la condivisione
serale. Si tratta di una riunione in cui chi lo desidera mette in comune, cioè condivide con il gruppo, gli avvenimenti significativi,
le esperienze spirituali, le emozioni della giornata.
Questa sera, alla prima
“condivisione”, mentre ascolto le prime emozioni dei miei compagni in questo inizio del Cammino, mi chiedo “Perché sono qui?” che
cosa mi aspetto? In primo luogo colgo una sorta di curiosità spirituale, cioè una componente di tipo turistico-culturale.
Ma di fondo sento venire a galla la volontà di essere
aperto alla possibilità di ricevere un dono da Dio.
MB, che guida la
condivisione con molta sobrietà, suggerisce di predisporsi a camminare nei
prossimi giorni in uno stato di silenzio interiore. E presenta la condivisione
come una occasione di allargamento della coscienza.
Penso che allargare la
coscienza significhi essere disposti a vedere le cose e gli eventi con gli
occhi aperti a cogliere la dimensione che essi hanno nei mondi spirituali, ogni
volta che questi mondi ne lasciassero trasparire qualche spiraglio. Forse il
pellegrinaggio è proprio una occasione in cui i mondi
spirituali si presentano più aperti. Allora chi è disposto può cogliere
qualcosa delle energie spirituali che reggono il mondo a noi noto.
Il pullman ci porta al passo
di Roncisvalle, m.1200 slm, da dove inizia il nostro camminare. Vediamo dai
finestrini i primi pellegrini e li scrutiamo con
interesse.
Al passo c’è nebbia. La
ritroveremo alla fine del cammino, a Finisterrae,
quasi a incorniciare il cammino in un tempo fuori del
tempo. Racchiuso fra due nebbie, il pellegrinaggio ci apparirà allora metafora
della vita.
C’è una
chiesetta romanico-templare con una campana
senza corda, che può essere suonata solo lanciando un sasso. Molti lo fanno:
inizio simbolico del cammino. A pochi metri, un dosso con un
monumento recente a “Roland”, il paladino di Carlo
Magno, che secondo alcuni sarebbe stato ucciso non dai mori ma dai baschi.
Occasione per riflettere su “Durlindana”, la spada che egli
lanciò chissà dove prima di essere sopraffatto, dando inizio a varie leggende.
La spada è uno dei simboli del cammino. Come il bastone, che alcuni hanno
portato da casa, altri cercano fra i rami caduti nel
basco, altri ancora compreranno in qualcuna delle mille rivendite di souvenir.
La spada, come il bastone, possono essere uno
strumento di difesa o di appoggio, per il corpo e per lo spirito. Entrambi,
l’una per la forma, l’altro per la materia, sono vicini alla croce, e, essendo
oggetti molto personali, ci inducono a chiederci quale
sia la nostra croce personale.
Ci avviamo sotto una
pioggerellina finissima. Il bosco è splendido nella nebbia: aceri e pini
antichi, maestosi, dalle forme suggestive. Il suolo è
coperto di erica, mirtilli, cespugli di more,
un’aghifoglia con fiori gialli che ci dicono essere una specie di ginestra.
Vediamo anche una digitale purpurea fiorita. C’è un ché
di primordiale in questo bosco, che contribuire a dare vigore alla nostra
percezione di un inizio.
Camminiamo per due
chilometri, fino alla collegiata romanica di Roncisvalle.
Nel nostro gruppo non c’è una maggioranza di cattolici praticanti, ma non ci
perderemo una chiesa lungo il cammino, attenti a scoprire simboli, a cogliere
segni, a “allargare la coscienza”. L’interno della collegiata, in penombra,
invita alla preghiera.
Proseguiamo in pullman fino
all’inizio di un sentiero che percorreremo a piedi per circa 10 chilometri.
Comincia a far caldo. Cammino dicendo il rosario. Poco a poco mi si fa chiaro
che anch’io sto camminando per chiedere una grazia: che i miei familiari e io siamo aperti a ricevere l’amore di Dio. Già questa
formulazione della mia richiesta è un dono: in passato chiedevo la conversione,
oggi chiedo l’apertura del cuore, per me come per loro.
Sul sentiero incontriamo
altri pellegrini, a piedi e in bicicletta. Una ragazzona ha messo gli scarponi
nello zaino e cammina con sandali da spiaggia. Ha un grosso cerotto su un
polpaccio, ma va avanti. Più tardi, all’ostello, la
accoglieranno con un applauso. Alcuni suoi amici arrivati prima avevano
procurato un cavallo per andarla a prendere, ma lei ha rifiutato e ha voluto arrivare con i suoi piedi.
Il sentiero finisce ad Arré, vicino a Pamplona.
Dove finisce, c’è la chiesa della SS. Trinità, dell’XI
secolo, affiancata da un ostello per i pellegrini. E’ curata da una
confraternita che riunisce ben 1200 persone del luogo e dei villaggi vicini. Le
figure della Trinità sono scolpite in legno e c’è anche una statua lignea di
san Giuseppe col bimbo in braccio, che guarda papà con grande
trasporto e ammirazione.
Riprendiamo il pullman per Pamplona. Alcuni fanno altri tre chilometri a piedi per
visitare il centro della città, ma io e MS rinunciamo:
è il primo giorno, e i piedi sono dolenti.
Alle 19h30 c’è la
condivisione. Si parla dei simboli del cammino incontrati fino ad ora.
La spada – oggi abbiamo incontrato Durlindana! -è un simbolo forte.
Come il bastone, che alcuni hanno
portato da casa, altri cercano fra i rami caduti nel
bosco, altri ancora compreranno in qualcuna delle mille rivendite di souvenir.
La spada, come il bastone, può essere uno strumento di difesa o di offesa, ma può semplicemente essere un appoggio, per il
corpo e per lo spirito. Entrambi, l’una per la forma, l’altro per la materia,
sono vicini alla croce, e ci inducono a chiederci
quale sia la nostra croce personale.
Ci sono molti simboli nel
cammino. Oltre alla spada e al bastone, c’è la conchiglia, che i pellegrini di un tempo
usavano come tazza e cucchiaio, e che oggi è portata al collo o sullo zaino.
E’ un elemento acqueo, richiama l’oceano delle emozioni con cui il pellegrino
deve entrare in contatto, senza attestarsi su una razionalità critica. A ogni bivio si incontra la freccia, che indica la direzione verso Santiago, e ci richiama alla
direzione interiore che ci siamo dati. Simboli oggi meno evidenti sono il cavallo, la cappa, e la zucca per
bere.
Cominciamo a vedere che ciascuno porta con sé nel cuore altre persone. Alcuni hanno
ricevuto foto, messaggi, oggetti da portare nel cammino per conto di altri.
Qualcuno confida di avere camminato con un grande
senso di gratitudine, cantando dentro di sè il “Gloria in excelsis”
e “Non so proprio come far per ringraziare il mio Signor”.
Ci lasciamo con una domanda:
“Si può camminare per gli altri?”
Oggi il cammino è ricco di
luoghi significativi... e anche di more dolci lungo il
sentiero. Le more, come l’erica, ci accompagneranno ogni giorno.
Partiamo da Eunate, dove c’è la chiesa templare di S. Maria di Eunate, del sec. XII,
ottagonale. E’ protetta in cinte concentriche prima da un muro e poi da un
portico scoperto, delimitato da archi e colonne. Seguiamo il suggerimento di un
foglio appeso all’ingresso, e prima di entrare prepariamo lo spirito girando
tre volte attorno alla chiesa, lungo il portico, recitando una preghiera prima
al Padre, poi al Figlio e poi allo Spirito. Entrati, sostiamo in meditazione,
ad occhi chiusi. Prima di lasciare questo luogo ispirato, osserviamo strane
figure sui capitelli più vicini all’altare: sono volti con un largo ghigno, il
cosiddetto “Bafometto”. Quando
Filippo il Bello nel 1316 fece imprigionare i Templari e li processò, li accusò
delle peggiori infamie, fra cui anche di adorare Satana e di connivenza col
nemico islamico. Il Bafometto, a metà fra un demone e
Maometto, era uno dei capi d’accusa.
Si prosegue per Obanos, dove troviamo decine di ragazzi sulla piazza
principale intenti a simulare una corrida, impersonando chi il toro (portando
una sagoma di toro montata su una carrioletta), chi
il torero. Alla porta della cittadina sono scolpiti i simboli del Cammino,
diversi per chi va a Santiago e per chi ne torna. Dal lato per
cui passa chi va a Santiago ci sono il bastone, la zucca per bere, il
cavallo, la spada e la cappa; dal lato per cui passano i pellegrini di ritorno,
ormai purificati, ci sono due conchiglie e il monogramma di Cristo, IHS (Iesus Hominum Salvator).
Prossima tappa, Puente la Reina, con la cattedrale di san Giacomo moro
(senza allusioni alla leggenda del matamoros: fu
scolpita in legno di alberi anneriti da un incendio).
Vediamo la nostra prima cicogna, appollaiata su una ciminiera. Da qui i vari
percorsi dei pellegrini verso Santiago si uniscono in un cammino unico. Vediamo
anche il primo monumento al pellegrino, che da ora in poi saranno
frequenti.
Finita la nostra razione
quotidiana di chilometri, proseguiamo in pullman per la cittadina di Estrella e la vicina Irache, dove
non possiamo visitare il monastero (l’unico monaco presente non può
accompagnarci). In compenso lì vicino c’è la Fonte del vino, una fontanella
alimentata da una ditta produttrice di vino, Bodegas Irache, a beneficio dei pellegrini.
Abbiamo ancora il tempo di
una fugace visita a Torres del Rìo, con l’ennesima
chiesa ottagonale in stile romanico-templare, la
chiesa del santo Sepolcro.
Per un soffio facciamo in
tempo a visitare il monastero di San Milian (o Millàn) de la Cogolla, quasi un
rudere, dichiarato patrimonio culturale dell’umanità dall’Unesco. Milian era un pastore che fu chiamato da un
angelo prima a vivere da eremita, e poi a predicare ad altri pastori.
Sul luogo del suo eremitaggio e di quello dei suoi primi compagni fu edificato
un monastero (Monasterio de suso),
dove furono anche scritti i primi testi in lingua castigliana. Nel XVII secolo
il monastero, arrampicato sulla montagna, fu abbandonato e venne
eretto il “Monasterio de juso”,
ora trasformato in albergo. E’ lì che pernottiamo.
Alla condivisione sono
stanco e non riesco ad ascoltare. Rifletto su san Milian
e sulla sua chiamata. Mi pare che egli non si fece
fondatore del monastero per un proprio progetto, ma solo in risposta a una
chiamata. Oggi ho dimenticato il rosario in valigia: un ulteriore
stimolo a vivere il divino nel quotidiano, al di là delle formule.
Ci dirigiamo verso il borgo
di S. Domenico de la Calzada. In pullman apprendiamo
che Calzada significa sentiero, strada. S. Domenico
era un pastore, che, divenuto sacerdote, visse da eremita e si dedicò
all’assistenza dei pellegrini, e in particolare al miglioramento della vecchia
strada (“calzada”) romana. Per facilitare i
pellegrini, costruì vari ponti, fra cui uno più impegnativo, sopra il fiume Oja (da cui il nome della regione: Rioja),
nel 1044. Costruì anche un ostello per i pellegrini. Nel 1076 il re Alfonso VI
di Castiglia, impadronitosi della Rioja,
considerò le opere del santo utili al suo progetto e le appoggiò. Il piccolo
borgo nato intorno all’eremitaggio di San Domenico crebbe rapidamente. Anche
dopo la sua morte, nel 1109, gli furono attribuiti
molti miracoli in favore di pellegrini. Il più famoso, popolarissimo in tutta
l’Europa medievale, riguarda una famiglia tedesca che, diretta a Compostella, prese alloggio in
paese. Una ragazza della famiglia ospitante si innamorò
del figlio della famiglia tedesca, ma questi resistette alle sue proposte. La
giovane allora, per vendetta, nascose nel sacco di lui
un vaso d’argento e, alla sua partenza, lo accusò di furto. Catturato, fu
condannato alla forca, ma durante l’impiccagione san Domenico lo sostenne ed
egli rimase incolume. I genitori corsero a informare
il giudice, che era sul punto di mangiare un pollo. “Questa storia è vera –
rispose - come che questo gallo e questa gallina si alzano dal piatto e si
mettono a cantare”. E subito i due polli si coprirono
di piume bianche e cantarono.
Da allora un gallo e una
gallina bianchi – oggi offerti da famiglie locali e cambiati
ogni 15 giorni – sono posti in una gabbia all’interno della chiesa. Nel
medioevo i pellegrini ne raccoglievano le piume cadute e le esibivano sui loro
cappelli. Oggi la gabbia è in stile tardo gotico, con rete dorata, in linea con
lo stile della cattedrale. Quando un pellegrino entra
in chiesa, il canto del gallo è considerato di buon auspicio per il resto del
viaggio fino a Santiago.
Non sappiamo quale nucleo di
verità vi sia dietro questa storia, ma la sua grande
notorietà nell’Europa medievale e la strana presenza a tutt’oggi
di un pollaio in una chiesa – ribattezzato da un burlone del nostro gruppo la sacra-stìa - testimoniano
almeno la grande energia che il Cammino ha dato a vicende che, per quanto
romanzate nella trasmissione attraverso il tempo, sono rimaste così vitali per
secoli.
Il nostro cammino a piedi
inizia a Villafranca Montes
de Oja e prosegue per 12 chilometri. Il cammino
(forse perché il gallo non aveva cantato) è funestato dalla diarrea, che tra la
notte scorsa e la giornata di domani colpisce quasi tutto il nostro gruppo. Il
percorso è molto bello: querce, erica, e quella specie di ginestra aghifoglia
che abbiamo incontrato il primo giorno. I posti per ritirarsi comodamente sono
abbondanti. La sera, durante la condivisione, non ci saranno dubbi: questa
diarrea fa parte dell’esperienza di purificazione lungo il cammino.
Continuo a camminare,
assorto. Ascolto il respiro, e mi pare di sentirlo entrare e uscire da ciascuno
dei sette chakra principali. Mi sembra che la natura dell’energia di ciascun
chakra rifletta un’energia proveniente da altri universi, il respiro segna il
tempo di un canto cosmico di gloria.
MS contempla intensamente la
forza e la bellezza del bosco e si china fino a terra, con un gesto di amore e ringraziamento. Uno stelo duro la graffia a lato
dell’occhio. Anche il nostro sguardo si deve
purificare. La ferita e l’ematoma scompariranno arrivando a Santiago.
Incontriamo spesso altri
pellegrini, da soli o in gruppo, a piedi o in bicicletta, raramente a cavallo.
Ci salutiamo con il tradizionale “Ultreya!”. Questo termine è un germanismo contenuto, come
titolo di un inno medievale, nel Codex calixtinus (la prima guida del pellegrino di Santiago, che
risale al secolo XII). Potrebbe tradursi con Avanti!,
o meglio, Oltre! Spesso si preferisce
il meno solenne “Buen camino!” o semplicemente “Vale!”, “Ciao!”.
Su un’altura, un monumento
ricorda la guerra civile. Un parallelepipedo di cemento, con
una colomba in metallo, una lapide e la data del 1936. Poco distante, una
croce nera con la scritta "riposate in pace".
Dopo un percorso non molto
impegnativo di per sé (è il terzo giorno di cammino, e cominciamo ad essere
allenati) ma reso pesante dalle condizioni fisiche di buona parte del gruppo –
che peraltro ha un’età media di 60 anni - arriviamo a San Juan
de Ortega, un piccolo borgo a 1000 metri di altitudine. Anche San Juan (XII
secolo) si era assunto il compito di aiutare i pellegrini nel difficile
transito dei selvaggi monti di Oja
(oggi si scrive anche Oca, come si pronuncia). Fece costruire una cappella
romanica, dove poi fu sepolto. Trecento anni più tardi Isabella la cattolica
venne alla sua tomba in pellegrinaggio, per ottenere la guarigione dalla sua
sterilità (il santo era già noto per questa virtù). Guarita,
fece ingrandire e impreziosire la cappella, cui poi si aggiunse un monastero.
Oggi la chiesa è splendida, e tutti cercano un capitello con una scena
dell’annunciazione, illuminata agli equinozi da un raggio di sole.
Il monastero collegato alla
chiesa invece è fatiscente. Il parroco ci mostra con passione il tetto in parte
caduto e quello che potrebbe essere uno splendido chiostro se fosse restaurato.
Spera di poter attingere a uno dei fondi che
alimentano la manutenzione dei punti sosta lungo il cammino.
Finalmente arriviamo a Burgos, stanchi.
Oggi si cammina solo in
città, e Burgos è ricca di stimoli.
Entrando in città dal Ponte
di Santa Maria ci si trova di fronte la grande massa
bianca dell’Arco di Santa Maria, in origine la più bella porta della città. I
vecchi quartieri di Burgos sono dominati dalla Cattedrale,
una delle più belle d’Europa.
Non lontano dal centro città
c’è il Monastero cistercense de Las Huelgas,
costruito come pantheon della dinastia. Esso ospitava monache dell’alta
aristocrazia, che esercitavano una vasta
giurisdizione. Penso a come il potere e la ricchezza possano inquinare anche le
istituzioni nate con lo spirito più austero, come quelle dei certosini di san Bernardo, al cui ramo femminile il
monastero fu affidato. E tuttavia anche qui si manifestarono, pur in un contesto avverso, persone di intensa spiritualità e di vita
santa.
Fra tanta profusione d’arte,
fa sorridere una curiosa statua di san Giacomo, del sec. XIII, che, tirando una
cordicella, muove il braccio, come per dare la sua investitura ai cavalieri.
Il monastero è notevole per
la ricchezza dell’arredo in stile moresco. La parte più bella del convento è il
chiostro, in stile gotico-mudéjar, con le consuete
stelle ad otto punte insieme a rari disegni di pavoni.
Ci avviamo a piedi verso la
Certosa di Miraflores. Per strada una signora del
nostro gruppo ondeggia, inciampa e sviene sul marciapiedi.
Il capogruppo, che è medico, fa i controlli del caso e, rassicurato, la
accompagna in albergo a riposare. A sera, durante la condivisione, rifletteremo
sul cammino spirituale di questo tempo, che a noi sembra chiedere armonia e
saggezza più che fatica fisica; tensione interiore, lucidità, presenza più che
sofferenza. Anche il nostro andare a dormire in albergo invece che negli
ostelli del Cammino sembra non tanto una scelta di
comodità, quanto una forma di rispetto per l’età e le condizioni fisiche dei
partecipanti, che ci consente di accentuare l’attenzione sulla nostra ricerca:
allargare la nostra coscienza, attenti alle energie del luogo e del tempo.
La Certosa è un altro gioiello, ancora una volta affidato a monache
certosine. Al suo interno, un monumento seplocrale
di Giovanni II di Castiglia e della moglie Isabella
di Portogallo, con le mani teneramente intrecciate, molto romantico per
essere del Quattrocento.
E’ l’ora di pranzo. Molti di
noi sono ancora a dieta per i postumi della diarrea, ma non riusciamo a trovare
una trattoria in cui si possa avere un semplice riso
asciutto. Pazienza, mangiamo quello che c’è, senza conseguenze: forse perchè il segno di purificazione ormai ci
è stato dato, e non occorre insistere.
Il pomeriggio è dedicato a un terzo monastero cistercense, questa volta fuori città.
E’ il monastero di San Pedro de Cardena,
fondato nell’anno 899, distrutto nel 953 dai mori di Abderraman III e ricostruito nel secolo seguente. Qui il Cid, l’eroe
nazionale spagnolo (1045-1099), abitò da ragazzo con la famiglia, e qui la sua
memoria continua a essere conservata con amore. Occasionalmente
veniamo a sapere dalla guida che ci accompagna che l’esercito di Abderraman sterminò 200 monaci
insieme ai bambini della scuola esistente nel monastero. A questa notizia
nessuno fa caso, fino al giorno dopo.
Partiamo in pullman da Burgos e arriviamo a Castrojeriz,
da dove si cammina fino a San Nicolas de Puentefitero.
Il sentiero scorre nella Meseta, un grande altopiano
tutto stoppie, resti dei campi di grano mietuto da tempo.
La tappa è impegnativa, e chi ha problemi di salute resta sul pullman. La meta
è un ostello con sede nella “ermita de san Nicolas”, una piccola ex chiesa
templare, restaurata a cura della Confraternita italiana di san Giacomo, con
sede a Perugia. E’ la Confraternita presso la quale
gli organizzatori si sono procurati, prima della partenza, le credenziali per
ogni partecipante, da timbrare, come consuetudine, ad ogni tappa del cammino,
presso gli ostelli e altri luoghi autorizzati. Questa credenziale, oltre a essere un ricordo cui presto ci si affeziona, serve anche
ai pellegrini per l’alloggio negli ostelli.
All’arrivo dei camminatori, alcune
donne del gruppo che erano rimaste in pullman ci
vengono incontro quasi danzando e ci incoronano di foglie di luppolo
intrecciate nell’attesa. Ogni giorno, chi non può camminare s’ingegna a trovare
il modo di fare un’accoglienza al grosso del gruppo, che arriva a piedi. Mai si
percepirà una separazione fra i due gruppi, anzi, un’armonia costante.
L’ostello non ha acqua
corrente (c’è una fontana con pompa a mano all’aperto) né elettricità (ci si
arrangia con le candele). Ci fan festa due “confratelli”
italiani che passano le loro vacanze lavorando nell’ostello. Aprono alle
tre del pomeriggio, lavano i piedi a ciascun camminatore all’arrivo, poi
offrono a tutti una pastasciutta gratis per cena.
Squilla il mio cellulare, è
un messaggio dall’Italia che chiede di accendere un lume per i bambini morti in
Ossezia. Sono 200, dice il
messaggio. Chiedo notizie ai due “confratelli”, ma non ne sanno nulla. Sono
sgomento. In quel momento arriva un pellegrino sconosciuto, si siede davanti
all’altare e con voce meravigliosa canta invocazioni alla pietà divina: Kyrie eleison e Salve Regina. Tutto il vociare precedente si trasforma in un
silenzio religioso. Finito il canto, il pellegrino sta per uscire quando il
confratello gestore dell’ostello cerca di trattenerlo: “Resta qui almeno un
giorno intero!” “Restare?” Ci pensa un attimo. “Grazie, no, io devo seguire
quello che mi dice lo Spirito”. Esce, e più tardi lo scorgo seduto sulla riva
di un fiume, in meditazione profonda.
“Vedi, mi dice MS, questa era la risposta alla tua richiesta di notizie sui bambini
uccisi. Facendo il Cammino si lavora su un altro piano”.
“Per me era un angelo”,
dicono altri
Cammino e piango per i
bambini uccisi, e mi accorgo che essi accompagnano i 200 monaci e bambini di S.Pedro di Cardeña uccisi mille anni prima. Che cosa c’è di uguale, e che cosa è cambiato? Penso che è cambiata la coscienza di gran parte dell’umanità: i morti
ammazzati sono tutti uguali e non ne vogliamo più. Dobbiamo fare del bene a chi
ci fa del male, come ci insegna Gesù, altrimenti la
spirale del male non si interrompe.
Arriviamo in
serata a Léon, un po’ tardi perché oggi in città c’è
la Vuelta, giro ciclistico di Spagna e il pullman deve attendere. Facciamo in tempo prima di cena a visitare S. Isidoro, dove c’è un
altro pantheon (come qui chiamano le chiese destinate ad accogliere tombe dei
membri della famiglia reale). Conserva una sorprendente ricchezza di affreschi del XII secolo sulla vita dei campi e su
vicende bibliche, che a ragione gli hanno valso il titolo di “cappella sistina del romanico”.
Dopo cena, nonostante
violenti acquazzoni, MS e io riusciamo a fare una
breve visita, con un ombrello preso a prestito, alla piazza San Marco.
Vado a messa alle 7.30 a S.
Isidoro: ci sono sette persone in tutto. La Spagna si sveglia tardi, ma le
strade brulicano già di pellegrini che si avviano con lo zaino in spalla. Per
trovare posto agli ostelli devono arrivare presto: verso le tre del pomeriggio,
quando l’ostello apre, è bene essere già lì, se si vuole essere sicuri di
trovare posto.
Visitiamo la città di Léon: la cattedrale, un palazzo costruito da Gaudì, la piazza del mercato.
Il cammino a piedi inizia a
“Puente y Hospedal de Orbigo”. Il nome deriva dal ponte sul fiume Orbigo e dall’albergo per pellegrini (Hospital) costruito nel XII secolo dai
Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Il ponte, uno dei più famosi del
cammino giacobeo, fu costruito nel sec. XIII su 19
archi. Il nome di “Puente de paso honroso”
è legato a una sfida cavalleresca (justa o paso) lanciata dal cavaliere don Suero de
Quiñones con altri nove cavalieri leonesi,
suoi amici, a tutti i cavalieri d’Europa dal 9 luglio al 10 agosto 1434, anno
santo giacobeo. Egli si era costituito prigioniero
d’amore di donna Inés de Tovar
– che pare non corrispondesse - portando in segno di
schiavitù un ferro al collo. La sfida, autorizzata dal sovrano, si svolse con
un apposito regolamento e fu sempre vinta da don Suero, che giunse a spezzare 300 lance di avversari. I
dieci cavalieri leonesi andarono poi a Santiago come pellegrini, accompagnati da una folla di ammiratori e don Suero donò un braccialetto d’oro e pietre preziose che
ancora oggi adorna la statua di san Giacomo il minore, le cui reliquie sono
custodite nella cattedrale di Santiago. In ricordo di questa vicenda, che
allora fu famosa in tutta Europa, sono state poste al centro del ponte, verso
ponente, due iscrizioni su pietra con la storia del Paso e i nomi dei dieci
campioni.
Il racconto di questo fatto
dapprima mi infastidì: non sopportavo tanto spreco di
coraggio, e tanto successo “pubblicitario” all’epoca, per un fine così frivolo.
Ma la condivisione serale nel gruppo cominciò a farmi capire come dovessi mutare il mio atteggiamento interiore e cercare di
cogliere i valori, anche rappresentati in forme caduche. Più tardi, a Santiago questo atteggiamento mi sarebbe divenuto molto più chiaro.
Il sentiero passa ancora in
zone boscose, ma di tanto in tanto attraversa villaggi e orti. In una radura
qualcuno raccoglie mele da un albero: spero che i proprietari le lascino
volentieri ai pellegrini e che questo albero non sia
importante per la loro economia; ma non me la sento di partecipare alla
raccolta, sia pure limitata a quanto basta per un momentaneo ristoro.
Al momento di un primo
rendez-vous con il pullman, dopo 5 chilometri, M sente aumentare la febbre e la accompagnamo all’albergo, tornando a incontrare il gruppo
a 4 chilometri dalla città, per entrare in città con loro.
Astorga è una città di origini preromane, e i suoi abitanti, chiamati Maragatos, sono uno strano
incrocio di caratteri “Mori” (Cartaginesi? Berberi? comunque nordafricani) e “Goti”. E’ famosa per la produzione
di cioccolato, di cui non possiamo approfittare perché oggi è domenica e i
negozi sono chiusi.
6 settembre 2004 – La Croce di ferro e il Pellegrino
Facciamo una breve visita
alla città di Astorga: cattedrale,
castello di Gaudì, provocazioni artistiche
occasionali, come enormi sedie di cartapesta e vere scarpe disposte dentro e
intorno alla fontana della piazza principale.
Verso le 10 si parte in
pullman per Rabanal del Camìno,
da cui saliamo a piedi per 10 chilometri fino alla Croce di ferro (m.1500 slm). Lungo il percorso,
alcuni di noi mettono in canto le parole di Machado “Caminante, no hay Camino, Caminante, tu es el Camino”. Questo canto diventerà quasi un mantra di
gruppo.
Salendo in alto troviamo
molte greggi e ruderi suggestivi nei prati. Un grande cane bianco mostra la sua autorevolezza sul gregge:
un piccolo sbuffo e tutte le pecore corrono velocemente in una certa direzione,
allontanandosi dal sentiero, dove passiamo liberamente.
La Croce sembra perfino
banale, e in effetti esteriormente non ha nulla di
speciale, nonostante la leggenda secondo la quale fu posta lì dall’eremita Gaucelmo, sul posto dove sorgeva un altare a Mercurio. Però
alla sua base si è formata una collinetta di pietre: infatti
quasi non c’è pellegrino che non lasci lì la sua pietra portata da casa. Tutti
quei sassi sotto la croce rappresentano il peso del vivere e del soffrire. Sono
pesi che dalla Croce ricevono senso e alla Croce danno modo di manifestare il
suo potere. Molti portano biglietti consegnati da amici alla
partenza da casa, altri, insieme al sasso, o al posto di questo, depongono
oggetti. Una donna depone il suo bouquet di sposa, e piangerà a lungo: alcuni
mesi fa il marito l’ha lasciata. Il giorno dopo due sue amiche raccoglieranno fiori nei prati della montagna, durante il Cammino,
e la sera le daranno un nuovo bouquet: “E’ per il tuo matrimonio con te
stessa”. E’ l’augurio di trovare la pienezza del vivere senza far dipendere la
propria felicità da un partner.
Al mattino meditavo
camminando, e mi rammaricavo di non aver dato spazio a
incontri con pellegrini al di fuori del nostro gruppo. Una voce interiore mi
dice: “Non cercarli, ti cercheranno loro. Fai solo attenzione”. Scendendo dalla
Croce di ferro arriviamo a un ostello che si qualifica
“templare”, l’ostello di Manjarin. Lì davanti un uomo
alto, robusto, occhi azzurro chiaro, saluta i nuovi arrivati. Mi dà il
benvenuto con un abbraccio intenso.
“Chi sei?
Gli chiedo. Che lavoro fai?”
“Il Pellegrino! Tu stai facendo un pellegrinaggio, io sono un Pellegrino”.
“Da quanto tempo?”
“Ha fatto questa scelta di
vita da sei mesi. Ora vado a Santiago, poi andrò a Barcellona, a Roma e a
Gerusalemme, sempre a piedi.”
“Quanto tempo prevedi di metterci?”
“Non lo so, si tratta di essere Pellegrino, non di arrivare. Fare il Pellegrino è
un modo di aiutare il prossimo”
“Come lo aiuti?”
Mi porta pochi passi più in
là e mi mostra un luogo dove sta costruendo, in legno, simboli di diverse
religioni da installare insieme come auspicio di pace. C’è una
Om, una stella a sei punte, una a otto punte,
e una croce.
“E perché tu stai facendo il
pellegrinaggio?” mi chiede a bruciapelo
“Per restare aperto alla
possibilità di ricevere un dono di Dio. Il pellegrinaggio più importante è
quello interiore.”
“Bene! Anch’io sto seguendo
la voce di Dio, e di Santiago...”
“Mi sembra che questo Santiago a volte è duro!”
Fa vivaci segni di assenso, e mima, con le mani al collo, l’essere
strangolato con un cappio e poi rilasciato con un sospiro di sollievo. Insomma,
sta dicendo che a volte Santiago lo prende per il collo.
“Ad ogni modo puoi stare
tranquillo, Santiago non uccide nessuno, anche se lo chiamano matamoros”
Acconsente in pieno, e mi invita a servirmi il caffè offerto dall’ostello.
La sera pernottiamo
all’hotel Temple di Ponferrada,
pieno di simboli templari, in modo perfino stucchevole.
Durante la condivisione
serale si esprime l’emozione provata di fronte alla chiesetta di pietra di Rabanal, all’inizio della
salita, e il disagio di fronte alle cattedrali erette dai re. Molti raccontano
l’emozione provata alla Croce di ferro e a tutti quei sassi che portano alla
Croce la grandezza del dolore umano... Una persona
suggerisce di partecipare consapevolmente al compito della Croce di Cristo,
trasformando la sofferenza in allargamento della coscienza.
Allargare la coscienza di
fronte al mistero della morte di Cristo significa
partecipare consapevolmente al compito della Croce di Cristo, trasformando la
sofferenza in allargamento della coscienza. Allargare la coscienza può ridurre
di molto il nostro soffrire. Quando si cerca di
allineare il nostro punto di vista con i mondi spirituali, le ragioni del
soffrire scompaiono e alla Croce fa luogo la Resurrezione. Se questo allineamento non riesce, il nostro cuore deve
radicarsi nella convinzione che tutto quello che accade è governato da una
Volontà piena di saggezza e di amore, la volontà del Padre. Questo atto di fede
di per sé smorza le punte più aspre dei nostri dolori.
Anche di fronte all’eccesso
di simboli templari nel luogo in cui ci troviamo, qualcuno trova spunti di
riflessione spirituale: forse i Templari di oggi sono
cavalieri del tempio interiore...
7
settembre 2004 –
Vivere personalmente una leggenda e liberare le emozioni
Dopo una rapida visita al
castello di Ponferrada sotto la pioggia, partiamo per
Villafranca del Brienzo,
dove la chiesa ha una Puerta del Perdon.
Sono varie lungo il cammino le chiese dotate di una
Porta che si apriva solo per il pellegrino in pericolo di vita, che non era in
grado di arrivare fino a Santiago per ricevere l’indulgenza plenaria. La nostra
amica risanata canta la Salve Regina in chiesa. Visitiamo un ostello tra i più
rinomati del cammino.
Ancora 17 chilometri in
pullman e siamo all’inizio del nostro cammino a piedi, che ci porterà a
superare un dislivello di 600 metri in una decina di chilometri. Piove, e
partiamo rivestiti di k-way, mantelli o giacche impermeabili. E’ la giornata più faticosa di tutto il nostro cammino, la salita è
appesantita dal fango profondo e dalla pioggia battente. E’ un susseguirsi di
temporali con molti fulmini. Sono contento, mi pare che questa sia vita da
pellegrino, era giusto che avessimo almeno un giorno
di pioggia e fango.
MS teme i fulmini e
prudentemente vorrebbe fermarsi, ma il temporale
continua e la sosta è breve. Prima di arrivare alla cima c’è un lungo sentiero
incassato nel terreno, un muro a secco a destra e un terreno rialzato a
sinistra. La melma è accresciuta da generose deiezioni bovine. Provo a salire sul
prato a sinistra, per vedere se ci sia modo di camminare lì, fuori del
sentiero. Una numerosissima mandria di vacche s’incunea nel sentiero di fronte
a MS, che in quel momento è sola e senza modo di
allontanarsi. Le vacche spesso scivolano in discesa sul fango, anche per quasi
un metro, e potrebbero finirle addosso con tutta la
loro mole. Intanto un cane nero compare sopra il muro a secco e si slancia fino
a sfiorarle la testa abbaiando e raspando. Il mandriano passa accanto senza
farci caso. Si sarebbe potuto dirgli “Mi aiuti, faccia qualcosa per favore”, ma
prima di pensare a come si dice in spagnolo “faccia qualcosa” lui è già lontano. In realtà sopra il muro a secco c’è l’aia di
una fattoria e il cane è alla catena, non può avvicinarsi di più, ma questo MS
non può saperlo. Rimane immobile, dice qualcosa a ogni
mucca che passa, come fosse una mandriana: “Sì, vai, bene, di là” e la
allontana con il gesto. Finalmente l’incubo finisce e, dopo qualche decina di
metri, vede l’aia con tre case. Le sembra un posto bellissimo, per una vacanza,
o anche per viverci. Si ferma e prende qualche goccia di fiori di Bach. Rescue,
naturalmente. Solo allora mi rendo conto veramente della difficoltà in cui si è
trovata, che dal mio punto di osservazione non avevo
potuto cogliere. Una difficoltà degna del libro sul Cammino di Coelho: il cane bianco ieri, il cane nero oggi, e in più la
mandria e i fulmini. Passata la parte più difficile del sentiero fangoso mi giro indietro e lo benedico, perché nessuno si faccia male
percorrendolo.
Finalmente arriviamo a O Cebreiro, villaggio di origine
preromana, a circa 1300 metri di altitudine. E’ uno
dei posti mitici del cammino: case in pietra, nebbia, edifici celtici (pallozas), e soprattutto la piccola chiesa preromanica di Santa Maria la Real,
che conserva, oltre all’immagine bizantina di santa Maria (sec. XII), la patena
e il calice dove, nel XIV secolo, avvenne il miracolo
della trasformazione dell’ostia e del vino consacrati in carne e sangue.
La condivisione serale è
particolarmente ricca. L’energia dei luoghi ha esaltato la sfera emotiva. Chi ricorda le emozioni del cammino, chi risale a traumi giovanili,
chi condivide i dolori del momento che sta vivendo. Una donna, F., parla
del suo tumore in stadio avanzato, della sua lotta tra la vita e la morte, e di
quello per cui lotta: non vivere ad ogni costo, ma arrivare “viva” alla morte.
8
settembre 2004 –
A Santiago
Partiamo di buon’ora per Santiago. Durante il viaggio in pullman si
cantano vari motivi popolari. A un certo punto F. prende il microfono e ci regala la sua bella voce.
Alle 11 siamo in Cattedrale
a Santiago, in tempo per la messa del pellegrino. Celebra il cardinale, e ci
sono vari vescovi, fra cui il vescovo di Brescia con circa 200 pellegrini della
sua città.
Suonano le campane. F., che
non è mai stata molto praticante, ha una forte esperienza interiore e sviene.
Riavutasi, è condotta in una stanza laterale e chiede la Comunione. Verrà a
portargliela il cardinale, che ha appena terminato la messa, e la accompagna con una speciale benedizione. “Adesso posso andare, dice. Sono in pace”.
Intanto, finita la messa, dà
spettacolo il grande Bota fumeiro, un
enorme incensiere appeso al soffitto con una carrucola, che viene
calato a terra per mettere l’incenso e il carbone, e poi, manovrato da una
squadra di robusti addetti, vien fatto oscillare per
tutta la navata, fin quasi al soffitto, riempiendo d’incenso la Cattedrale. Uso
che doveva essere particolarmente utile nel passato, per coprire gli afrori dei
pellegrini che non avevano l’odierna facilità di lavarsi...
Alla condivisione serale
vari amici del gruppo dicono di essere entrati in meditazione profonda durante
la messa, tralasciando il dire del commentatore, che parlava alla mente. Tutti
o quasi riconoscono di aver provato una commozione grandissima. Io ero fra i
pochi rimasti freddi, forse per la maggior familiarità con le liturgie della
chiesa, forse per una diffidenza che sempre mi accompagna
di fronte alla commozione religiosa e alle liturgie di massa.
9
settembre 2004 –
La statua di San Giacomo
F., accompagnata da due
amiche, torna in Italia con due giorni di anticipo, perché sta molto male. Siamo
tutti un po’ con lei, e portiamo lei un po’ con noi. Il Cammino per lei è stato perfetto, il suo significato (metafora della vita, andare
verso il luogo sacro, andare verso Finis Terrae) per
lei è pieno.
Oggi il nostro programma
prevede visita libera della città, ciascuno secondo la propria ispirazione. Nella
piazza della cattedrale si va allungando la fila dei pellegrini che attendono
di entrare per la porta santa. Siamo in molti a mostrare indifferenza per la
tradizione dell’indulgenza e dell’abbraccio alla statua di Santiago, mormorando
le parole tradizionali: “San Giacomo, amico mio, raccomandami a Dio”. Però
tutti ci mettiamo in fila, sempre più raccolti in un
silenzio meditativo. Entriamo per la Porta, saliamo i gradini dietro l’altare
maggiore e abbracciamo le spalle della statua. L’impressione è di abbracciare
una persona viva. Sono preso dall’energia del Figlio del Tuono, canalizzata da
mille anni di pellegrinaggi. Mormoro la frase di rito, raccomando la mia
famiglia, uno a uno, ciascuno con la sua condizione di
vita, e aggiungo “ricordati anche di me”.
Nel pomeriggio visitiamo il
Portico della Gloria, all’ingresso occidentale della cattedrale, cui sono attribuite simbologie escatologiche, e addirittura
gnostiche. Anche qui c’è un piccolo rito: abbracciare
la statua di san Giacomo il minore e dare una piccola testata alla fronte di
Maestro Matteo, l’architetto della cattedrale. Un po’ per la stanchezza, un po’
perché manchiamo delle giuste informazioni, non riusciamo a visitare la cripta
(sapremo dopo che vi si accede a pagamento dal museo
della cattedrale), dove è conservato un prezioso busto di Giacomo il minore al
cui interno si troverebbe la reliquia del capo dell’apostolo.
Alla condivisione serale,
emerge con forza il disagio di fronte alla pesantezza dell’ornato di
cattedrali, statue, retabli... C’è nostalgia per le
chiese romanico-templari, che trasmettono ancora
un’intensa spiritualità, una sorta di energia che
porta alla meditazione. E non si tratta solo di stile
architettonico. Tutti ricordano quando, prima di arrivare a Lèon,visitammo S. Martin de Fromista. Artisticamente era splendida, ma era sconsacrata
e ospitava una mostra: nessuno ha sentito l’attrattiva della preghiera o della
meditazione, il restauro e la destinazione d’uso le avevano tolto
l’anima, l’avevano uccisa. Qualcuno si dice saturo di Santiago, di statue, di
liturgie, di matamoros...: “Ultreia!”
MB, che guida la
condivisione, suggerisce, di fronte al disagio delle forme, di riflettere sul
passaggio dalle forme alle qualità: essere dei filtri che trasformano le forme
in qualità. Intanto il nostro desiderio, come quello della nostra amica
rientrata in Italia, va verso Finis Terrae. Dopo il
pellegrinaggio sentiamo il desiderio di iniziare
qualcosa di nuovo e l’acqua dell’oceano a Finisterrae
è l’elemento che accoglie queste emozioni, da riconoscere e governare.
10
settembre 2004 -
Finisterrae
Duecento chilometri di
pullman ci separano da Finisterrae, da dove
camminiamo per circa 4 chilometri, salendo dalla cittadina al promontorio che
segna l’estremo ovest dell’Europa.
Qui, seguendo ancora una
volta la tradizione, varie persone gettano nell’oceano il loro bastone di
pellegrini. MS getta la sua conchiglia. Gettiamo anche il bastone di F., che ce
lo aveva affidato a questo scopo, e lo vediamo prendere il largo rapidamente,
prima degli altri, mentre un branco di pesci lo saluta danzandovi attorno.
L’ultima condivisione serale
è sulla spiaggia, dove alla nebbia della mattina fa luogo un pallido sole del
tramonto. Il pellegrinaggio, racchiuso tra la nebbia di Roncisvalle
e la nebbia di Finisterrae ci appare come la vita,
chiusa fra una nascita di cui non conosciamo il prima
e la morte, di cui non conosciamo il dopo. Siamo partiti senza sapere che cosa
ci aspettava, alla ricerca di qualcosa che ci aiutasse ad ampliare gli
orizzonti della coscienza, rendendola capace di accogliere i riflessi dei mondi
spirituali. Ora ci sentiamo come anime dopo il trapasso, bisognosi di lasciar
depositare, decantare l’esperienza e distillarne ciò che è valido, da portare
con noi nell’oltre. Ancora una volta sentiamo forte dentro di noi il messaggio
dell’”Ultreya!”.
Tutti si sentono grati a
ciascuno. MS osserva che ci sentivamo guidati da una energia
cui non si poteva resistere, energia di trasformazione.
Dopo cena, concludiamo con una parentesi buffa, che ci aiuta a
ritornare con i piedi per terra e a lasciar decantare anche le emozioni
spirituali, che devono essere sempre oggetto di discernimento. Il capogruppo, bardato con cappellaccio e bastone, consegna a
ciascuno i documenti timbrati che testimoniano il cammino compiuto,
accompagnati con una parodia d’investitura cavalleresca: la nomina a
“pellegrino di Santiago”.
Quello che ora mi sembra
restare più vivo in me di questa esperienza è una cosa
di cui non ho ancora parlato.
Ogni giorno, prima di
incamminarci, ci riunivamo in cerchio tenendoci per mano, chiudevamo gli occhi,
e visualizzavamo una fiammella nel nostro cuore e poi nel cuore degli altri componenti del gruppo, che diventava poi un’unica fiamma,
come un cuore del gruppo. Questa fiamma racchiudeva il nostro proposito, e il
rispetto per la qualità interiore dell’altro. Non era la prima volta che avevo
partecipato a un cerchio simile, e l’avevo sempre
trovato stucchevole. Questa volta è stato diverso. La visualizzazione
ha cambiato il mio atteggiamento iniziale verso l’altro. Mi sono accorto con
sorpresa che spesso avevo un atteggiamento di diffidenza, come di difesa, verso
i praticanti di usi, concezioni e persino gnosi
diverse dalle mie. Adesso qualcosa era cambiato. Prima di tutto prendeva spazio
dentro di me l’affetto per il cercatore di Dio che mi stava a
fianco, la stima per la sua fatica del vivere guardando più in alto e più a
fondo. Non importa dove questa tensione lo stesse portando: Dio è infinito!
Al di là
di ogni possibile distinzione di
gusti o di stile, al di là di ogni possibile critica, era nato un pregiudizio
favorevole a chi mi stava vicino, ero più rilassato e sereno.
Anche a distanza di tempo, tornato a casa, visualizzo
spesso la mia fiamma e quella dei miei interlocutori. Forse l’energia del
Cammino mi ha davvero cambiato in qualcosa.
Ultreya!
Carlo Crocella
c.crocella@mclink.it