Padre nostro[1]

 

Ci sono stagioni nella vita spirituale in cui troviamo affinità con una preghiera, con un particolare modo di meditare. Passano i mesi, o gli anni, e di nuovo l’esperienza di una diversa sensibilità interiore si rinnova. Non è questione di impazienza, o di smania di cambiamento, o di indocilità all’impegno di un lavoro spirituale regolare, è semplicemente attenzione al cammino che ci viene proposto.

A volte queste virate ci vengono sollecitate da un fatto nuovo nella nostra vita, un incontro, una conversazione, oppure una lettura.

Per me il lavoro sul Padre nostro è stato sollecitato dalla lettura di Neil Douglas-Klotz, Preghiere del Cosmo: meditazione sulle parole aramaiche di Gesù, edizioni Appunti di Viaggio.

Sul Padre nostro esistono migliaia di commenti. Quasi tutti i Padri della chiesa ne hanno trattato, e oggi su internet una ricerca con le chiavi “padrenostro” e “commento” dà oltre duemila risultati solo in lingua italiana. Questo per chiarire subito che non intendo addentrarmi in un nuovo commento, ma solo mettere in comune qualche frutto di un’esperienza interiore cresciuta sulla lettura di Neil Douglas-Klotz.

Già prima di questa lettura avvertivo una specie di disagio di fronte alle parole consuete del Padre nostro, sia latine che italiane. Avevo come l’impressione che esse non rendessero più, oggi, la ricchezza che doveva esserci nelle vere parole di Gesù. Avevo anche cercato di rifare la traduzione per mio uso personale, ma senza risultati soddisfacenti. A questo punto il libro di Neil Douglas-Klotz mi ha aperto il panorama delle parole aramaiche con cui la preghiera fu pensata e pronunciata da Gesù.

Sono stato incoraggiato in questo tentativo di trovare nuove parole per il Padre nostro anche dal pensiero che i maestri ebrei del tempo raccomandavano ai discepoli di non limitarsi a recitare le preghiere codificate, ma di rielaborarle con parole proprie. Se fosse proprio questo che i discepoli intendevano quando chiesero “Insegnaci a pregare!”?

Padre nostro

Padre e Madre, fonte di tutte le cose.

La parola iniziale della preghiera, che nel latino “Pater” richiama il ruolo istituzionale del paterfamilias e la sua autorità, in aramaico indica colui che genera, la fonte della vita, sia esso padre o madre. Questa presa di coscienza mi suscita un respiro profondo. Sento che sto andando alla radice del mio essere. Non sto andando di fronte a un giudice, ma alle scaturigini della mia più intima origine. Mi sento a casa, mi ritrovo. E alla stessa origine trovo il sasso e la lucertola, la compagna della mia vita e il mio nemico, il compagno di gite e il borseggiatore, il maestro di vita e il collega che mi sta silurando. Provo a vederli tutti nella stessa fonte, tutti originati dal Padre-Madre in cui io ho avuto origine. Ecco allora che scopro in ciascuno, con sorpresa, un’immagine di questa Origine. Anche nelle persone che sento più spiacevoli, scorgo un’immagine di Dio che vuol venire alla luce.

Che sei nei cieli

Che ti manifesti nel cosmo, ma sei più facilmente conosciuto nei mondi spirituali

I cieli, nel testo aramaico, sono il cosmo. Ma i cieli hanno sempre indicato anche i mondi spirituali: san Paolo racconta di essere stato rapito fino al terzo cielo (2Cor. 12,2).

Viene da chiedersi se Dio non sia anche sulla terra. Sì certo, Dio si manifesta in tutto il creato, eppure qui, nel mondo materiale, ci sono alcuni che si dichiarano atei. In questo mondo, dove l’uomo vive tra la nascita e la morte, il Padre, la Fonte da cui tutto ha origine, non è così visibile. Qui siamo vincolati a un modo di conoscere derivato dall’esperienza dei sensi, dal contatto con il mondo materiale. Il nostro livello di coscienza è quello di chi opera nel mondo materiale. Ci è dato a volte innalzarci fino alla coscienza del cielo, e forse, come Paolo, anche fino al terzo cielo, ma non è la nostra condizione ordinaria. Certo c’è una differenza fra la presenza di Dio nei cieli e sulla terra: già il salmista osservava che

“I cieli sono i cieli del Signore,

ma ha dato la terra ai figli dell’uomo” (Salmo 115 (113 B), 16)

Questa consapevolezza ci fa vacillare: dunque Dio qui da noi non c’è? Allora ci rendiamo conto dell’esilio in cui l’umanità è relegata nel lasso di tempo fra la nascita e la morte. Allora siamo pronti a comprendere la prossima parola.

Sia santificato il tuo Nome

Vogliamo farti presente anche sulla Terra: per questo facciamo dentro di noi uno spazio solo per te

Quando ero bambino la frase “sia santificato il tuo nome” mi evocava liturgie, incensi, prostrazioni… La sentivo come se significasse: tutti gli uomini ti adorino. L’atteggiamento era sempre quello del suddito davanti al sovrano.

Invece Gesù mi sta insegnando a dire al Padre: ti faccio spazio dentro di me.

Nel mondo ebraico “santo” è tutto ciò che è riservato a Dio. Noi vogliamo fare dentro di noi un posto riservato a Lui. Raccogliendomi in quel luogo del mio spazio interiore – per esempio con la meditazione profonda - io Lo riconosco, entro in sintonia con i suoi punti di vista. Non ho più bisogno di salire fino al cielo: adesso posso dire “Padre nostro che sei sulla Terra”. Adesso ho realizzato il compito del figlio dell’uomo, di essere immagine di Dio nella creazione materiale. Il mio livello di coscienza può facilmente innalzarsi dalla sua condizione ordinaria e sintonizzarsi con il punto di vista della Fonte da cui ho preso origine, io e tutto quello che vedo, che tocco, che ascolto, che odoro, che gusto. Gli oggetti dei sensi non costruiscono più catene che mi impediscono di salire ai cieli, perché il Padre ha trovato spazio dentro di me.

Venga il tuo Regno

Incontriamoci e governiamo

Troppo bello per essere vero. In aramaico il verbo usato significa venire, ma anche andare, incontrarsi. Quando vado nello spazio interiore che ho riservato al Padre, lo incontro, vedo il mondo con i suoi occhi: e questo è il suo Regno!

Non stiamo dicendo: vieni finalmente a stabilire il tuo Regno, metti in riga i cattivi e dà gloria e potere a noi che siamo buoni. Questa è la concezione imperiale di Dio derivata da quella dell’impero romano e dei regni orientali dell’epoca. Il regno c’è già, si tratta solo di vedere il mondo con gli occhi giusti, e agire, soffrire, gioire in conseguenza. Santificando il suo nome noi cominciamo a vedere il mondo con i suoi occhi, e ad agire di conseguenza. Questa è la nostra regalità, ritrovare quel senso che ad Adamo era chiaro quando dava il nome alle creature. Ci incontriamo con il Padre e governiamo con lui.

Il suo Regno è anche il nostro. Dio ci ha fatto liberi perché avessimo la capacità di inventare il bene e questo avverrà certo in armonia con gli orientamenti del Padre, ma non esclusivamente in rigida esecuzione. Quando chiesero a Madre Teresa, all’inizio del suo apostolato a Calcutta, perché si prendeva tanta briga dei moribondi e dei morti, rispose: “Per fare qualcosa di bello per Dio”. Il “qualcosa di bello” che ciascuno di noi può fare non è prescritto, è una nostra creazione, qualcosa di originale.

 

Sia fatta la tua volontà

I nostri desideri si incontrino

La frase “Fiat voluntas tua” esprime ancora una volta, nella cultura del suddito, un atteggiamento che può essere percepito come passivo. I termini in aramaico – per il cui studio rimando al libro citato sopra - sembrano esprimere invece un incontro armonioso di volontà. Non ha detto forse Gesù “Non vi chiamo più servi, ma amici” (Giovanni 15,15)? E non ha ricordato egli stesso l’affermazione biblica “Dii estis, et filii Altissimi omnes” (Salmi 82,6; Giovanni 10,34)? Noi umani siamo dèi, figli dell’Altissimo. Il Padre-Madre in cui abbiamo origine ci riconosce il diritto di desiderare, la facoltà di volere autonomamente collaborare al suo progetto creativo. Siamo giovani architetti, a cui il Grande Architetto affida incarichi parziali. Che tutto il male nel mondo sia forse da ricondurre a errori di apprendistato degli umani, candidati dèi che non hanno ancora imparato a districarsi con la libertà, la fantasia, la collaborazione, la sintonia?

Come in cielo, così in terra

In tutti i livelli di coscienza

Eccoli riuniti, il cielo e la terra. All’inizio della preghiera il Padre aveva una presenza precaria sulla terra, era presente nella natura, come nel resto del cosmo, ma non poteva essere presente nella cultura, cioè nel nostro modo di percepire la vita, se gli umani non lo riconoscevano e decidevano di accoglierlo. Questa accoglienza era resa difficile dal livello di coscienza determinato dai dati sensoriali. Ora l’uomo, unito al Figlio, può facilmente fare spazio dentro di sé e “santificare il suo Nome”. Allora acquista una nuova coscienza, opera in sintonia con il Padre e vede il regno di Dio che prima gli era velato. Allora i suoi desideri incontrano quelli del Padre e s’intrecciano con in suoi, in un’armonia che si stende tra il cielo e la terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Dacci ogni giorno quanto basta, il pane e il tuo amore materno

Questo versetto è stato sostanzialmente interpretato in modo univoco, dai Padri della chiesa fino ad oggi, e anche il testo aramaico non fornisce indicazioni diverse. Vi si può individuare una sottolineatura dell’atteggiamento materno con cui Dio dà il pane e, insieme a questo, il suo amore quotidiano.

Questa frase trova maggiore risonanza in noi quando siamo stanchi, affaticati dalla vita, e abbiamo bisogno di confermarci nella fiducia che, giorno per giorno, Dio continua ad amarci. Non solo come il Dio astratto dei filosofi, ma come mamma, che conosce personalmente le nostre qualità e i nostri limiti, è solidale con la nostra fatica, ci sostiene nella lotta.

Si può trovare anche una sfumatura per l’odierna riflessione politica in quell’invito a non accumulare il pane (nostro, non mio), ma ad averne ogni giorno quanto basta: come gli uccelli del cielo, che “non seminano, non mietono, accumulano in granai” (Matteo 6,26).

Rimetti a noi i nostri debiti

Ridonaci l’abbraccio anche se l’avevamo rifiutato

Qui il linguaggio originale di Gesù marca una netta differenza con la traduzione nei termini della cultura giuridica romana. Non è una differenza di contenuto, di sostanza, ma è una differenza di emozione. Io non sono davanti a Dio come un debitore davanti a chi esige la restituzione del prestito. Sono un figlio scapestrato, che ha voluto provare a andarsene per la sua strada. Non ho santificato il suo nome, quindi non ho riconosciuto il regno intorno a me e il mio desiderio ha perduto i parametri della sintonia con l’amore divino. Come il figlio prodigo, ritornato in me (in quello spazio interiore in cui si santifica il suo Nome), gli chiedo di tornare al suo abbraccio. E la gioia è sapere che quelle braccia sono pronte per me ogni momento.

Come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Anche noi siamo pronti ad abbracciare chi ci aveva respinto

L’atteggiamento legale, superato nel rapporto con il Padre, viene superato anche nel rapporto con gli altri. Per il cristiano non basta rinunciare alla vendetta, non basta rinunciare a “chiedere il conto” a chi ci ha respinto o ci ha fatto del male. Qui si va oltre. Si tratta di abbracciare chi aveva alzato il braccio contro di noi.

A ben vedere, c’è più gioia nell’abbraccio che nel mantenere una sdegnosa distanza.

Tutto nasce da quello spazio interiore in cui abbiamo santificato il Nome. Solo se abbiamo fatto quel passo possiamo ora fare questo. Nel nuovo livello di coscienza di sintonia con il Padre (cioè con quell’atteggiamento interiore con cui gli ridiamo cittadinanza sulla terra) noi riconosciamo facilmente nell’altro l’immagine del nostro amato Padre che vuole manifestarsi. Una volta riconosciuta l’immagine di Dio nell’altro, è facile amarlo. E’ facile perdonargli ogni cosa, perché sappiamo che il male viene da un’anima malata, destinata comunque alla guarigione.

E non c’indurre in tentazione

Non permetterci di cadere nell’errore

E’ definitivamente acquisita la convinzione che il Padre non induce nessuno in tentazione. E’ una traduzione che non regge, e la stessa conferenza episcopale sta varando una traduzione più adeguata. Nella cultura biblica, come in quella di altre civiltà del suo tempo, tutto si attribuiva a Dio, senza tener conto della distinzione che la filosofia avrebbe poi formulato fra la “causa prima” (Dio) e le “cause seconde”.

L’errore fa parte della condizione precaria in cui si trova l’umanità, non avendo ancora consolidato lo “spazio di Dio” nel suo intimo. Di conseguenza il livello di coscienza degli umani è spesso inadeguato, le convinzioni si formano sui messaggi dei sensi piuttosto che sulla sintonia con il progetto del Padre. Chiedere al Padre di aiutarci a non cadere è già un santificare il suo Nome, un riagganciarci a uno stato di coscienza armonico, da cui derivano convinzioni e azioni sane.

 

Ma liberaci dal male

Ma liberaci dall’inganno.

L’ultima domanda non offre nuovi spunti interpretativi. Da molto tempo i commenti si distinguono per due sottolineature diverse: liberaci dal male (libera nos a malo), oppure dal Male (a Malo)? Liberaci dall’inganno, oppure dall’Ingannatore?

In molti casi il male deriva dall’uomo, dalla sua insipienza, dal suo apprendistato ancora insufficiente nell’arte della libertà. A volte tuttavia è bene tener presente che una ricchissima tradizione religiosa – non solo cristiana – parla di entità spirituali ostili all’umanità. Non sono da sottovalutare, e neppure da sopravvalutare: quale entità avversa potrebbe penetrare nello spazio interiore che abbiamo riservato al Padre?

Ecco dunque il mio modo di pregare la “preghiera di Gesù”:

Padre e Madre, fonte di ogni essere

Tu che ti manifesti nel Cosmo e sei conosciuto nei mondi spirituali

vogliamo offrirti asilo sulla Terra: creiamo nel nostro intimo uno spazio solo per te.

Incontriamoci e governiamo:

i nostri desideri s’incontrino

in ogni livello di coscienza.

Dacci ogni giorno quanto basta: il pane e il tuo amore di mamma.

Ridonaci l’abbraccio che avevamo rifiutato,

anche noi vogliamo imitarti, pronti ad abbracciare chi ci aveva respinto.

E non permetterci di cadere nell’errore

ma liberaci dall’inganno.

Amen.

O anche, in forma semplificata:

Padre dei cieli

Ti offro il mio cuore perché tu scenda sulla terra.

Incontriamoci e governiamo

I nostri desideri si incontrino

In ogni livello di coscienza.

Dacci ogni giorno il pane e il tuo amore,

fa’ pace con noi

e noi la facciamo con gli altri.

Aiutaci a non peccare

E liberaci dal male.

Amen



[1] Questo testo riproduce con poche variazioni l’articolo pubblicato in Appunti di viaggio 2003, n .68