Gloria al
Padre
Al Figlio
Allo Spirito
Santo
Da ogni energia
e dimensione
In ogni
universo e in ogni quanto
Il
Padre nostro è la preghiera di Gesù, l’Ave Maria è la preghiera dell’arcangelo Gabriele, il Gloria è la preghiera dei cori degli
angeli e dei santi e di tutte le schiere delle creature.
Queste
preghiere sono doni grandi. Certo, la condizione umana
porta, attraverso la ripetizione, all’abitudine, e l’abitudine – preziosa per
alleviarci le fatiche – ha l’inconveniente di abbassare il livello di
consapevolezza.
Quando ci
si accorge che queste preghiere non distillano più sull’anima il loro succo
prezioso, allora è il momento felice. Sappiamo che dobbiamo cambiare.
Ognuno
di noi ha una strada che percorre quasi ogni giorno: lì è il momento di lasciar
lievitare dentro di noi le parole della preghiera, i ricordi che le parole evocano,
le esperienze interiori che vi si associano. A volte si sente il desiderio di
cambiare qualche parola, scegliendo quelle che sembrano rispondere di più, nel
linguaggio di oggi, al senso profondo della preghiera.
Alla fine la preghiera si rivela nuovamente. Ora una
sfumatura, ora una dolcezza segreta, ora una luce improvvisa. Come
un’innamorata trascurata, e poi nuovamente corteggiata. Bisogna prendersi del
tempo, anche mesi, e meditare ogni parola, ogni frase. A
un certo punto il cuore, la mente, lo spirito sono presi, il dono si rinnova,
la preghiera torna ad esserci sposa.
Il
Gloria mi si è rivelato tardi nella
mia vita. A lungo l’ho recitato passivamente, capivo il senso delle parole, ma
non le gustavo. Solo ora che
sono sulla sessantina e ho accumulato diverse sconfitte, comincia a schiudersi
l’uscio. Ecco, mi par di capire che per dire “gloria” a Lui
bisogna aver rinunciato alla gloria propria. Il desiderio del successo,
del riconoscimento, delle cose grandi di fronte al mondo… tutto questo deve
restare indietro. Non è che non ci sia posto per noi
nella gloria: la nostra gloria è “in Cristo”. E’ la gloria che il Padre aveva dato a Adamo, che Cristo ci ha recuperato, verso cui
lo Spirito ci chiama. E’ semplicemente la gloria di essere: sue creature, suoi figli, oggetto del suo amore. E’ la sua gloria.
La
preghiera del Gloria è l’altra faccia
(appunto: la faccia gloriosa) del Mantram della Croce
(cfr. Appunti di viaggio n. n.62/2002, pp.
27-33). E’ una preghiera “avvolgente”, che si può percepire nel corpo
fisico: la lode del Padre illumina a partire dalla sommità del capo e scende
fino al cuore e oltre; la gloria del Figlio risorto sale dalla terra, dal
sepolcro scoperchiato, e viene percepita fisicamente
con le piante dei piedi e poi alla base della colonna, su verso il cuore e
oltre; il fuoco dello Spirito si accende dove le energie del Padre e del Figlio
si incontrano, nel punto del cuore, e irraggia intorno, scoprendo in ogni
creatura l’amore del Padre e in ogni essere umano un fratello.
Gloria.
I
nostri concetti su Dio sono derivati da esperienze umane. Sono imperfetti,
inadeguati per definizione. Ma quando sono scelti bene
salgono verso Dio andando oltre la nostra capacità di comprendere e agganciano
l’energia divina che li trasporta fin nel cuore di Dio. Allora qualcosa di noi,
di cui non possiamo neppure essere consapevoli con chiarezza, entra in Dio. La
nostra piccola astronave si è spinta quanto basta per
essere accolta nella gravitazione universale.
Gloria è una di queste parole. Si usa per celebrare chi
eccelle in qualcosa, un eroe, un capo, un sovrano. Quando
diamo gloria sappiamo che dalla grandezza che lodiamo siamo arricchiti,
benedetti, illuminati e riscaldati, beatificati. Per questo dare gloria è anche
ringraziare; come dice la liturgia: “Ti rendiamo grazie per la tua gloria
immensa”.
Per
i mistici ebrei, che non nominano il nome di Dio, Gloria è la sua veste, la sua immagine, la sua ombra, la sua luce nascosta
in ogni cosa.
Da
ragazzo, questo termine mi sembrava un po’ retorico. Preferivo concetti come
“sapienza” o “amore”. Chi pretendeva gloria mi sembrava inutilmente borioso. Mi
era successo che il senso che davo al termine nel
linguaggio umano ordinario non aveva più l’energia per sollevare la mente e il
cuore fino al vortice dell’amore divino.
Un
termine più adeguato potrebbe forse essere lode.
San Paolo parla di “lode alla gloria” di Dio (Efesini
1,14). Questo testo fu come un’illuminazione per la beata Elisabetta della
Trinità, che vi si identificò al punto da aggiungere
al suo nome le parole “laudem Gloriae”.
Nel rinnovamento carismatico si usa ripetere “lode e gloria”, come sinonimi. Anche per il termine “lode” però c’è la miseria della
condizione umana che guasta le parole più belle. Nel linguaggio ordinario si
loda per compiacere il lodato, è raro che si lodi per il piacere di dir bene di
qualcuno, per riconoscere il suo valore. Spesso la lode è accompagnata da
malanni come l’invidia e l’ipocrisia.
Non
trovo una parola più adatta di Gloria.
Ma ho capito che questa preghiera non può essere
pronunciata a cuor leggero. Occorre prima far pulizia dentro di noi, smetterla
di cercare il nostro successo, purificarci da ogni ipocrisia, dalla pretesa di
ingraziarci la persona lodata, e ritrovare la gioia di lodare e glorificare per
il solo piacere di farlo. Allora si scopre che dare gloria ci fa bene, che
allarga l’anima.
Molti
anni fa frequentai per un periodo il Rinnovamento carismatico. Lì scoprii per
la prima volta il potere della preghiera di lode. “Dove c’è la lode di Dio, non
ci può essere la presenza del diavolo” mi spiegarono. “Una situazione triste,
dolorosa, o pericolosa può essere provocata dal Male, oppure può essere un dono
di Dio per stimolarci a scoprire un Bene. Se in quella situazione lodi Dio,
Satana si deve allontanare e il Bene da scoprire viene alla
luce con facilità”. Ho verificato in seguito più volte la fondatezza di
queste considerazioni. Quando mi trovo in una
situazione difficile (una persona amata in pericolo di perdere l’orientamento
sano, una relazione familiare difficile, un problema grave sul lavoro…) lodare
Dio in quella situazione e a causa di quella situazione aiuta a
fare chiarezza e a scoprire la grazia che quella situazione nasconde.
Glorificare
Dio è la prima conseguenza di quel “santificare il suo Nome” che ci è insegnato nel Padre nostro. Santificare il nome di Dio
è cercare di acquisire un livello di coscienza in armonia con il suo, e quindi
vedere il mondo come lo vede il Padre, bontà infinita, o come doveva vederlo
Maria. Proviamo, in una momento qualsiasi della nostra
giornata, a immedesimarci in Maria: ecco, al posto mio c’è il cuore, la mente,
l’anima di Maria. Come vedrebbe le cose che io sto vedendo? Mi sembra ovvio: le
vedrebbe come il regno di Dio, in tutta la loro bellezza creaturale, la loro
grazia di morte e risurrezione, la loro forza amante proiettata verso il
ritorno di Cristo e la fine del tempo. Sento Maria dentro di me e vedo che ama
e gode in ogni cosa l’opera di qualcuno di cui è a un
tempo figlia, madre e sposa.
Gloria al Padre.
Lodiamo
le nostre radici e quelle di ogni creatura. Come fu
detto a Gesù: “Beato il ventre che ti ha portato”, il Padre è il ventre che ha
portato ciascuno di noi. Come diciamo nella preghiera eucaristica: “Padre veramente
santo, a Te la lode da ogni creatura”.
Proclamiamo
la bellezza e la forza della fonte da cui il nostro essere proviene, del
Padre-Madre da cui la nostra entità profonda è generata, insieme alla infinita varietà delle creature. Se
penso a tutti coloro la cui esistenza mi disturba, dai virus delle malattie
fino alle persone spiacevoli, dicendo “gloria al Padre” cambio punto di vista:
in ogni cosa c’è l’impronta della sua sapienza e del suo amore.
Ma
c’è di più: dicendo “gloria al Padre” mi metto in una posizione di armonia con tutte le creature. Ancora non vedo come, ma
comincio a intuire che in radice siamo tutti una
benedizione l’uno per l’altro.
Gloria al Figlio
Questo
“come” si scopre più facilmente quando si passa a glorificare il Figlio.
I
vangeli parlano della gloria di Gesù fin dal racconto della
sua nascita, e poi in molte altre occasioni, fino alla gloria della Croce:
“Padre, glorifica il tuo Figlio”, “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”. Tutto
si compie nella gloria della Risurrezione, che continua a manifestarsi nella
grazia donata ai credenti. Per Paolo, Gesù è lo splendore della gloria di Dio
(Ebrei 1,3), “il Signore della gloria” (1 Corinzi 2,8) e la gloria splende “sul
suo volto” (2 Corinzi 4,6).
Possiamo
cercare di approfondire in che cosa consiste questa gloria.
Pensiamo
al dramma cosmico che Cristo interviene a risolvere. Dio aveva creato per amore
delle creature libere, in grado di essere simili a lui
anche nella capacità di amare liberamente. Questa libertà implicava la
possibilità che le creature non si conformassero al
piano di Dio. Il racconto del peccato originale ce ne dice qualcosa, con un
linguaggio che è insieme mitico e teologico, ma non ci è
ancora dato penetrare con la nostra mente le ragioni, le circostanze, di ciò
che veramente avvenne. Sappiamo però che il Figlio unigenito del Padre assunse
un corpo umano e restaurò nel suo corpo l’armonia tra la creazione materiale e
il Creatore. Questa completa armonia perdurò per tutta la sua vita, e per
questo i Padri dicono che la croce, cioè la sua morte,
fu il momento della sua vittoria. “Non mi glorierò che della croce di Cristo”,
esclama san Paolo.
La
gloria di Cristo è dunque – oltre a quella che gli compete per la natura divina
– collegata all’impresa di riconciliare il genere umano, e con lui tutta la
creazione materiale, con il Creatore. Nella futura evoluzione dell’umanità c’è
la promessa “Farete cose anche più grandi di quelle che io ho fatto, perché
vado al Padre”. Riconciliati, gli umani possono incamminarsi verso il loro
destino divino: “Voi siete dèi, tutti figli
dell’Altissimo”.
Gloria allo Spirito santo
Fra
le categorie fondamentali con cui comprendiamo il mondo c’è il tempo. Passato, presente e futuro sembrano un’altra eco impressa nella
nostra struttura profonda, della Trinità divina di cui siamo immagine.
Ci facciamo un’idea del Padre facendo riferimento alla fonte da cui il nostro
essere è generato: al nostro passato. Ci facciamo un’idea del Figlio con
riferimento al dramma del risanamento della nostra libertà e della nostra
capacità di amare: questo dramma è il nostro presente,
la lotta in cui siamo immersi qui ed ora. Lo Spirito è affine al nostro futuro.
Gesù stesso gli attribuisce un ruolo nel futuro quando dice “Vi condurrà verso
la verità tutta intera”.
La
gloria dello Spirito santo è al di là della lotta, al
di là della sofferenza, è nel sereno possesso della condizione divina: quella
che ci sarà data stabilmente nei tempi ultimi, e che fin d’ora possiamo
attingere, solo che riusciamo a elevare lo sguardo al di sopra delle nebbie in
cui è avvolta la condizione presente.
Da ogni energia e dimensione
In ogni universo e in ogni quanto.
“Come era in principio, ora e sempre” recita la formula
latina della preghiera, seguita fedelmente dalla traduzione italiana. Il
riferimento trinitario al passato-presente-futuro
fa eco alla gloria proclamata all’inizio per le Tre persone divine. Ho esitato
a lungo prima di superarlo. Il riferimento trinitario è solo per associazione di idee, in realtà le Tre persone divine sono ugualmente
fuori del tempo e presenti ad ogni tempo. E la
dimensione temporale (passato-presente-futuro), pur
rimanendo una categoria del nostro ordinario modo di conoscere, oggi è
declassata al rango di una dimensione fra molte. Non mi sembra di lodare
abbastanza la Trinità se mi limito a distendere questa lode lungo la dimensione
del tempo.
L’ultimo
versetto della preghiera, nonostante le apparenze, supera il semplice
riferimento temporale. La traduzione “nei secoli dei secoli” mi sembra meno
soddisfacente. In latino la parola “saeculum” indica
non tanto un periodo di tempo quanto un mondo organizzato: “in
hoc saeculo” vuol dire “in questo mondo”. “I secoli
dei secoli” sono dunque i mondi dei mondi. Le ardite visioni della fisica
contemporanea ci aiutano a capire ancora meglio. Oggi si parla, più che di
“universo”, di “multiverso”, o di moltitudine di universi. Sul crinale fra queste dimensioni c’è il
concetto di “quanto”, attorno al quale - malgrado la
natura insoddisfacente delle teorie che lo riguardano - ruota ormai da un
secolo il modo più avanzato di cercare una comprensione del mondo fisico.
Perché
quello che, al tempo della formulazione originaria della preghiera, era il “saeculum” e i “saecula saeculorum”, non può diventare oggi i molti universi?
Avevo
cominciato a usare, nella conclusione della preghiera,
la formula “in ogni dimensione e in ogni universo”. Ma
mi accorsi subito, nella ripetizione accompagnata al passo e al respiro (lungo
quella strada ripetuta ogni giorno di cui si diceva all’inizio) che mancava
qualcosa.
“Non
puoi immettere tanta gloria con l’inspirazione e poi espirare così brevemente”
mi disse una maestra di yoga indiana. E non volle
spiegarmi di più.
Spinto
anche da quelle parole misteriose, sono arrivato alla formula che uso oggi. Da
tutte le dimensioni create, quelle dei cieli e della terra, dei mondi degli
angeli e degli uomini, e da tutti i campi di energia
che le percorrono, vedo irradiarsi l’acclamazione alla gloria divina. Essa si rivela
nell’inconcepibile grandezza di tutti gli universi come nell’infinitesima
piccolezza del quanto, che, nel principio di indeterminazione
che lo governa, conserva una traccia della libertà donata dal Padre ai figli
del suo amore.
Carlo Crocella
in: Appunti di viaggio 2004, n. 72