Corpo di morte e corpo di gloria

di  Massimo Bolognino

 

Un corpo non opposto all’anima

Il corpo nel sesto giorno: la creazione

Il corpo nel settimo giorno: il dramma

La corporeità del Cristo, ottavo giorno dell'uomo

 

Un corpo non opposto all’anima

 E’ purtroppo ancora frequente la contrapposizione, presente in buona parte del discorso teologico-filosofico ed all'interno di una certa declinazione del cristianesimo stesso, tra corpo ed anima come costitutivi di un composto umano considerato oggettivisticamente in cui il primo termine viene affrettatamente ed unilateralmente associato a pesantezza, opacità, estraneità, molteplicità, peccaminosità e mortalità ed il secondo, in maniera altrettanto irriflessa, a libertà, in-finitezza, unità e deputato a luogo privilgiato di comunione con Dio quando non identificato con esso.

 

       Una rinnovata attenzione fenomenologica unita ad un profondo ripensamento ed una riappropriazione della novità inaudita della Rivelazione cristiana come salvezza del corpo e della totalità dell'uomo in comunione con lo Spirito vivificante, ci deve indirizzare verso una maggiore finezza nella considerazione dei rapporti tra corporeità ed esperienza di Dio, tra esistere corporeo, incarnato dell'uomo e sua apertura all'Altro, tanto più necessitante di uno sguardo libero da precomprensioni quanto più questa esperienza di incontro con l'Alterità inoggettivabile del divino si ri-vela - senza per questo consegnarsi a facili catture ideologiche ma nello spiazzamento di ogni abituale percorso concettuale, di ogni ascesa dell'intelletto a Dio per via astrattiva - nel volto del Cristo morto e risorto, nell'unione senza confusione tra la fragilità della condizione creaturale e l'abisso della divinità.

 

Il carattere simbolico, coniugale del corpo, le sue cifre di apertura e relazione, di esposizione all'altro e di difesa da esso, il suo essere luogo di nascita, amore, sofferenza, morte e delle primordiali e sorgive esperienze dell'umano trova nell' unione con il Verbo fattosi carne, nell'incontro con il corpo risorto del Cristo, uno spazio di dilatazione di questi dinamismi nel compimento oltre se stessi, oltre quell'intrico di ambiguità e ferite che segnano il rapporto dell'uomo con se stesso, l'altro e Dio, verso una pienezza di vita nella ricostituzione di tutto l'uomo come “gloriosa immagine di Dio” (lreneo di Lione).

 

Il corpo si profila come il luogo della nascita dell'uomo a se stesso, essere corporei significa essere situati nella costante imminenza del nostro nascere a noi stessi: nel miracolo quotidiano per cui il nostro corpo fisico nasce allo spirito e lo spirito nasce come carne. Attraverso la mediazione corporea, il suo essere aperto al mondo, io mi trovo contemporaneamente donato a me stesso, preceduto ed aperto all'autocoscienza e investito del compito di diventare me stesso, di crescere nella dilatazione della persona in comunione e come comunione piena capace non di abbandonare ma di inglobare i dinamismi corporei, creaturali assumendoli in una unificazione con Dio in Cristo, nel Verbo incarnato che ne costituisce l'intima verità ed il compimento definitivo.

 

E' dunque solo nell'incontro e nell'esperienza dello Spirito, nella comunione deificante con le energie divine che la corporeità dell'uomo potrà effettuare il passaggio, la metamorfosi dalla condizione carnale decaduta, oggettivata, schiava dei determinismi naturali alla pienezza di vita nel suo inserimento nel corpo risorto del Cristo, nella natura umana liberata da opacità e chiusura e divenuta trasparenza, diafania, sacramento della divinità. L'antropologia dei Padri della Chiesa, pur con alcune sfumature, individua nella struttura dell'uomo “ad immagine di Dio” una totalità psicofisica aperta nelle sue profondità ultime ed intime, conoscibile solo nello spossessamento dell'amore e come amore, alla comunione deificante con il Cristo.

 

“L'immagine di Dio non indica cioè una parte dell'uomo, né una grazia infusa che si aggiunga ad una natura umana creaturale oggettivata ma precisamente tutto l'uomo, la totalità del suo essere centrato sullo spirituale, sulla profondità del cuore unificato in Dio” (O.Clement), non per necessità ma nella libertà di un amore che è risposta al libero destinarsi di Dio all'uomo nell'abbraccio del Verbo incarnato. E' in particolare la teologia ortodossa, alla quale qui ci riferiremo, ad aver pensato con originalità il rapporto di unificazione tra l'uomo ad immagine di Dio, il suo essere corporeità aperta alla trascendenza ed il suo compimento divinizzante in Cristo, scandendolo in un percorso "corporeo" a tappe che ripercorre simbolicamente l'economia della salvezza. Corpo nel sesto giorno della creazione, corpo delle origini ed aperto alla comunione in Dio; corpo del settimo giorno e della caduta, della trasgressione del disegno divinizzante iscritto nelle sue fibre, ed infine corpo dell'ottavo giorno e della trasfigurazione segnano così quel cammino dalla morte alla glorificazione che coinvolge tutto il nostro essere nella vita spirituale.

 

II corpo nel sesto giorno.

"II sesto giorno è il giorno in cui l'uomo riposa nella sua condizione integrale di immagine, nell'armonia della sua unità in una corporeità originaria e diversa. Egli è nella semplicità, senza alcuna artificiosità: "nudo", proteso a una vita non dominata dalla corruzione, senza subire la forza delle necessità fisiche e delle passioni, rivestito di Dio, circondato dalla grazia, la luce, la gloria" (B.Petrà, "II mistero del corpo tra sesto ed ottavo giorno", su Rivista Liturgica n. 1/2002 cui da ora ci riferiremo per le citazioni). La condizione archetipica qui delineata non rimanda ad un tempo delle origini, non va letta secondo le modalità cronologiche della nostra temporalità decaduta ma si riferisce alla condizione originale, all'inizio, al principio ontologico dell'uomo creatura, al suo essere originariamente concepito come icona di Dio, profondamente unificato in sé ed aperto nello spirito alla pienezza della comunione con il mondo, il fratello e Dio in una nudità significante la trasparenza reciproca e la reciproca apertura delle realtà cosmiche all'uomo attraverso una mediazione corporea non maculata da passionalità ma davvero sacramento di comunione tra sensibile, intelligibile e divino, l'uno nell'altro e con l'altro.

 

In questa condizione originale, apertura al riceversi attimo per attimo in una genesi continua dalla fonte della Vita, i sensi sono veicoli trasparenti per facoltà dell'anima unificate nell'amore e capaci di cogliere la realtà della natura umana e cosmica all'interno dell'originario atto di donazione di Dio, che è Dio. Il cosmo è nell'uomo e l'uomo è persona, icona chiamata ad unificare la natura creata in relazione divinizzante; il rapporto tra corpo e persona è così di inerenza reciproca, il corpo è trasparenza della persona "ad immagine" e la persona si rivela in un corpo che possiede la semplicità di una veste luminosa, “un abito divinamente intessuto”, dice Gregorio di Nissa, privo di quelle caratteristiche di obiettivazione, di ossificazione, di impenetrabilità che aprono all'esperienza di un mondo di oggetti in contrapposizione reciproca. "Il fatto che Adamo sia stato creato ad immagine di Cristo, implica dunque che egli aveva il compito di elevarsi sino all'Archetipo, o, più precisamente, di purificarsi ed amare Dio a tal punto, da far sì che Dio venisse ad abitare in Lui, che il Verbo si amalgamasse ipostaticamente con lui e quindi che Cristo si manifestasse nella storia rivelandosi Dio-uomo" (O.Clement, Teologia e poesia del corpo, Piemme, Casale Monf., 1997) . Questa cristicità originaria e costitutiva dell'uomo include la corporeità, secondo le parole potenti di Giovanni Crisostomo il quale afferma che "prima fu raffigurata la realtà secondo la carne di Cristo... e quindi fu plasmato Adamo". Nella condizione originaria ed originante di immagine, l'uomo appare così come una unità psicosomatica aperta nello spirito all'attuazione della piena unificazione teandrica in una natura umana cristificata nell'amore e come amore.

 

Il corpo nel settimo giorno

Dal sesto al settimo giorno. E' il tempo del transito dall'immagine, apertura potenziale all’ "unificazione di tutto l’essere creato in Dio, in Cristo, alla piena somiglianza, alla pneumatizzazione dell'uomo. Anche nel sesto giorno, nella condizione innocente ed originaria l'uomo era nondimeno bisognoso di salvezza non nel senso riparatorio ma pleromatico, di integrazione piena e di assimilazione al Cristo attraverso la sinergia tra l'offerta della propria natura creata nel distacco e nell'amore ed il libero donarsi di Dio nel Soffio vivificante dello Spirito. Ed è qui, in seno all'esperienza dello Spirito nella libertà e come libertà, in cui Dio appare in Cristo non come l'annullamento ma come il garante della libertà e della piena umanizzazione, che si apre la possibilità del peccato, dell'anomìa, del disordine e dell'anarchia che infragilisce ed infrange, pur senza mai annullarla del tutto, l'ontologia iconica, personale dell'uomo. Dalla sua originaria e mai sopita vocazione ad essere "un laboratorio unificatore del tutto" (S. Massimo C.), un essere eucaristico in grado di accogliere la propria natura creata in un atto di disappropriazione e di dono, ricevendosi attimo per attimo dal Padre per il Figlio nello Spirito, dio in Dio, uno nell'Uno, egli si espone al rifiuto ed alla disgregazione interiore ed esteriore. L'oscurarsi dell'immagine, il sottrarsi dell'uomo all'apertura ed all'accoglienza della pienezza di sé nella comunione con Dio alla scaturigine ultima del suo essere, l'illusoria declinazione della libertà come autonomia, come possesso di sé, provocano una lacerazione nel tessuto unitario della sua natura, una alterazione nei rapporti tra i piani costitutivi del suo essere, una estraneità ambigua tra la profondità personale in comunione e la corporeità come sua veste luminosa, come sua presenza e trasparenza, chiamata ad essere assunta nel dinamismo divinizzante. Così la descrive Petrà "Dalla corporeità luminosa e gloriosa, visibilità e forma vivente dell'immagine, si passa alla corporeità segnata da una fisicità di ordine diverso, compatta, spessa, pesante, bisognosa di conquistarsi quotidianamente la sopravvivenza sino alla morte. Dalla veste di luce alla “tunica di pelle morta”

 

La corporeità diventa allora segno di un'immagine divina in catene, di una persona umiliata: schiava delle passioni e della corruzione rivela e rende effettiva la schiavitù dell'uomo. Si tratta di una congiunzione dell'uomo con la materialità, l'inesausto fluire degli elementi che costituiscono il mondo materiale, il movimento ed insieme il cambiamento continui che lo rendono schiavo delle passioni e nel suo insieme carnale" (Petrà, op.cit). Quella circolazione di gloria, quella reciprocità in attesa di compimento, l'inabitazione tra cosmo, corpo, anima e Dio, l'uno nell'altro e con l'altro, è interrotta. Non è più il cosmo ad essere interiore all'uomo che, attraverso la percezione pura, impassibile dei sensi, connette gli elementi creati alle loro radici intelligibili presenti nello specchio della sua anima, ne decifra il senso e la direzione dando un nome a tutte le cose amandole, servendole e riconoscendole in Dio, ma è invece l'anima alienata dalle sue profondità spalancate all'unione con il Verbo incarnato a venire trascinata dalle impressioni sensoriali disordinate verso il dinamismo entropico di una natura cosmica abbandonata all'impersonale fluire di elementi caotici.

 

Non si tratta più dell'inserimento eucaristico della natura, cosmica ed umana, nella persona, ma dell'incapsulamento della persona nel movimento oramai insensato della natura, di un'anima che staccatasi dalla sua profondità ultima, si oggettivizza in un ego illusorio che si riveste di apparenze sensibili (le pelli morte) per divenire percepibile a se stessa e protendersi con un corpo oggetto verso un mondo inteso come materiale a disposizione, consegnandosi così alla morte, alla disgregazione. Quella che l'uomo esperisce e chiama “vita naturale” è in realtà una condizione difforme e decaduta, il prodotto di una catastrofe e di un disordine, di un peccato consumato in un tempo originale e sempre reiterato, esteso attraverso la rete delle interconnessioni cosmiche, dei rapporti pervertiti tra natura e persone e nella reciprocità stessa di una comunione personale che non attinge più in Cristo la sua pienezza e la sua reale dimensione. I Padri denominano con il termine già incontrato di “tuniche di pelle” questo stato contro natura, questa estraposizione tra corpi opacizzati dallo sguardo oggettivante di anime passionali ed esposti attraverso una sensibilità fallace all'esperienza di un universo ostile ed in preda alla morte, ma pur affermandone il carattere di drammaticità essi sanno scorgere una sorta di economia provvidenziale inscritta nella loro stessa finitezza, grazie al loro essere esposte al divenire, alla ripresa della storia e della destinazione salvifica interrotta ma non cancellata, diversamente impossibile se tale condizione decaduta fosse fissata in una dimensione di definitività insuperabile . E' nel corpo di Cristo, nella sua umanità, consustanziale con la nostra eccetto che per il peccato  (nota bene: eccetto che per ciò che rende impossibile la condivisione piena, non “eccezione” dunque, ma assenza di eccezioni e di esclusività. Cosa caratterizza la nostra natura umana ormai espressa solo attraverso una carnalità opaca ed una psiche oggettivante se non l'impenetrabilità, l'assenza di comunione?), nel Suo corpo che non attinge sussistenza da "altro" che dalla relazione unificante con il Padre nella vita dell'unitas spiritus, che si attua la salvezza della nostra umanità integrale, riunificata dalla disgregazione in sé e tra i fratelli e che costituisce da sempre il progetto divinizzante di Dio sull'uomo. Il dramma della libertà, il rifiuto da parte dell'uomo di essere persona, di realizzarsi ad immagine divina, secondo il modo di esistenza triunitario in cui ciascuna persona divina non è sé che nel dono reciproco della "propria" natura (del proprio essere) alle altre e nelle altre, in una donazione che sottrae tale natura all'oggettivazione e la eventua come atto d'amore, lo ha condotto a voler essere origine di sé, ipostasi e soggetto che non attinge più in Dio, nello Spirito, la vita eterna. Declinata la libertà come arbitrio cieco, sete di possesso e dominio egli ha preteso di alimentare la sua sussistenza dall'impermanenza della natura cosmica ed umana in attesa di cristificazione e si è consegnato al disordine ontologico il cui sigillo è la morte, la ferita nella relazione teandrica in cui consiste la sua destinazione.

 

L'umanità del Cristo è testimonianza dell'amore assoluto di Dio, più forte della morte, capace di discendere al fondo dell'abisso della libertà umana deviata dissigillandone ed attuandone la dimensione profonda, risvegliando dalla morte quel corpo più profondo del corpo, quella corporeità gloriosa, quella natura umana divinizzata che ha in Lui la primizia di una nuova genesi, seme deposto in noi da sviluppare in una vita di ascesi e di preghiera. Ricordando ancora una volta come di fronte al paradosso cristiano della unificazione senza confusione di carne e divinità, follia per ogni concezione razionalistica di una realtà smembrata in categorie oppositive ma rassicuranti, sia difficile l'indifferenza ma, il "faut choisir" (Pareyson), negando a priori o accettando di rimettere in discussione ogni categoria e concezione divino-umana, cerchiamo ora con timore e tremore di suggerire simbolicamente l'indicibile novità della corporeità risorta.

 

 

La corporeità del Cristo, ottavo giorno dell'uomo.

I suoi segni. Il corpo risorto del Cristo, segno ed anticipazione della natura umana ricostituita dalla lacerazione e trans-figurata oltre sé in Dio, sfugge alla presa della logica mondana. Da una parte il suo corpo è quello proprio di un'individualità del mondo decaduto; dall'altra però è anche il corpo della comunione, il corpo inglobante, panumano e cosmico, dell'origine e soprattutto del termine ultimo. E' il corpo in ordine al quale tutto è stato fatto e tutto esiste per essere in lui ricapitolato. Il suo corpo - scrive Clement - di oblazione e di preghiera diviene così il corpo unificato dell'intera umanità e dell'universo penetrato dalla comunione trinitaria. Nel Cristo risorto l'uomo ritrova la sua luce perduta e solo intravista sotto le”tuniche di pelle”. Essa può tornare a splendere nella storia dell'uomo ed a operare assimilando la realtà alla luce. "(Petrà op.cit).

 

Il corpo risorto del Cristo non è più inglobato ma inglobante l'umanità e l'universo, non più frammento lacerato ed oggettivato, carne abbandonata alle forze dell'entropia e della morte, ma Corpo totale, natura umana dilatata nell'amore a raccogliere in sé, come un focolare immenso, le nostre promesse di umanità. Egli è ormai totalmente Presenza, la sua Presenza a noi senza fratture e separazioni è totale e ci raggiunge alla radice del nostro essere. In lui l'antinomia tra corpo e spirito, natura divina ed umana è superata nell'esperienza di un corpo reso tutto comunione e presenza, tutto accolto e transfigurato in quella vita di Comunione ed Amore assoluto che è lo Spirito, vita piena e pieno fiorire dell'umano e non immaterialità vuota. Il corpo pneumatizzato del Risorto, il suo corpo spirituale, pienamente Spirito e comunione, e pienamente umano, il solo realmente umano, è nuovamente la dimensione definitiva in cui la gloria triunitaria ci raggiunge al fondo della nostra morte e delle nostre quotidiane morti.

 

Nella sua carne, nel suo Spirito, senza più distanze, possiamo crescere, dilatandoci in umanità oltre noi stessi, abban-donando la contrazione della psiche identificata alla sopravvivenza biologica di un frammento di natura creata, destinata dalla psiche stessa alla dissoluzione, per farne dono di sé all'Altro nella preghiera ed all'altro, a tutti gli altri nella carità, dono totale sino alla morte, sino a fare della morte stessa un dono e solo allora ritrovandoci pienamente, ritrovando custodito ed eternizzato ogni momento di offerta di sé, ogni atto di bellezza e di creatività, di vittoria sui determinismi della vita biologica, ogni momento di comunione, custodito nell'umanità risorta del Cristo e nella nostra in Lui, non mortificata nell'attingimento di uno “spirito” che ne costituisca la semplice negazione ma vivificata in una immensa comunione di ciascuno con tutti in una sola natura, una sola volontà, un solo amore divinoumano. "Così si compirà la rivelazione del Regno, quando il vento immenso dello Spirito, attraverso i santi, disperderà per sempre la cenere che ricopre il braciere ardente del mondo in Cristo. L'intero universo si rivelerà Corpo del Cristo glorificato, e dunque nostro comune corpo di gloria. Ogni persona, grazie al disegno spirituale del suo corpo, custodito nella sua anima - e nella memoria, nella Sophia di Dio - attribuirà il proprio volto unico a quel cosmo trasfigurato. Carne di luce, vibrante di tutta la sensibilità originaria ma liberata dalla morte, da tutte le forme di morte. Allora tutta la carne vedrà Dio (Is.15,3 ). Lo spazio non sarà più separazione e territorio ma incontro, il tempo non sarà più usura ma slancio della conoscenza, che è amore inestinguibile di Dio e degli altri. Il corpo, parte visibile dell'invisibile, il corpo linguaggio e dialogo, sarà liberato dall'opacità delle “tuniche di pelle”. Non ci sarà più esteriorità perché Dio sarà tutto in tutti, tutto in tutto, il nostro soffio, la nostra luce" (O.Clement op.cit)