La tragedia asiatica e
il nostro cammino
Siamo tutti a contatto
con l’immane tragedia dell’ Asia sud orientale.
Molti
aspiranti spirituali vogliono condividere la sofferenza, ma se ne sentono
abbattuti e vorrebbero distogliere lo sguardo.
Credo
che la tragedia asiatica non ci chieda di condividere emozioni violente,
"di pancia" (astrale basso), ma condivisione con il cuore, quindi
amore per le entità coinvolte, quelle nel corpo e quelle fuori
dal corpo.
Entrando in meditazione
profonda
si può, insieme al proprio Maestro (per me si tratta di Gesù Cristo) sostenere
lo sguardo di quella moltitudine che soffre.
Si
possono guardare i superstiti feriti nel corpo, nella psiche, nelle relazioni
sociali, nello spirito.
Si
possono guardare i vivi nel momento della morte.
Si
possono guardare gli spiriti di coloro che sono periti
di questa morte violenta.
Si
possono guardare gli angeli.
Si
possono forse scorgere altre entità spirituali coinvolte nell’accaduto.
Accompagnati
dal Maestro, si può distribuire amore, speranza, fede.
Innanzitutto la fede. Si tratta di entrare
in un livello di coscienza superiore, in sintonia con il Padre, e cercare di
assumere un punto di vista in armonia con il suo. Chi ha detto che morire sia
un male? Pensiamo che sia male e ci allarmiamo e angosciamo
perché abbiamo una visione limitata. Se avessimo la
visione complessiva, forse potremmo rallegrarci perché il pianeta sta affrontando
una crisi di guarigione. Quando noi vedremo noi stessi nell'armonia cosmica,
usciti da questa avventura nel nostro corpo fisico,
allora sapremo certo che morire non è un male.
Di
fronte al dolore, possiamo cercare di cogliere il senso che quel dolore ha dal
punto di vista divino. Questo lavoro
interiore affina la nostra vibrazione spirituale e questa
vibrazione con la sua sola esistenza aiuta l'altro a comprendere a sua
volta. Paolo per esempio scriveva "Porto a
compimento in me quello che manca alla sofferenza di Cristo per il suo
corpo che è la chiesa". Una frase densissima, su cui si può riflettere a lungo.
Comunicare speranza. La speranza ci dice che
qualunque cosa accada è inquadrata in uno stato di cose governato da una Intelligenza e un Amore infiniti. Riascoltiamo le parole
di Gesù: “Non temete piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro darvi il
regno”. Se Gesù è risorto, il nuovo mondo è già
iniziato e il nostro dolore si rivelerà forse - in questo nuovo mondo che
chiamiamo il regno di Dio - solo un punto di vista sbagliato.
Amore. Dopo aver guardato in
faccia la moltitudine che soffre, e in essa ogni
singolo che soffre, è naturale condividere a livello di cuore, sempre in
meditazione un sorriso di
incoraggiamento. Ma l’amore per natura sua
vuole andare oltre, dilaga, vuole essere incarnato. Dopo aver meditato, sarà
spontaneo trovare le forme per alleviare la sofferenza anche intervenendo
direttamente nel livello materiale.
E’ naturale anche non
riuscire
a sostenere lo “stato di coscienza superiore”, il restare in armonia con la
coscienza del Padre. Accettiamo anche questa povertà, che fa parte della nostra
condizione umana. La nostra condizione è quella di passare da livelli di
coscienza più elevati a livelli forzatamente più bassi: accettiamoli sapendo
che essi ci spingono ad agire nel mondo materiale per immettervi energie di
trasformazione. La nostra limitazione si deve accettare in pace, senza
stancarsi di aspirare ad avvicinarsi a uno stato di
coscienza superiore. Quando questo ci viene dato, la
sofferenza dei fratelli si accoglie e si condivide rimanendo in pace.
Carlo 6gen05