CONSIDERAZIONI DI “NOI SIAMO
CHIESA” SUL PONTIFICATO DI GIOVANNI
PAOLO II, 9 aprile 2005
La donna
Nota del responsabile del Sito
Il Sito www.nuovimagi.it pubblica questo documento,
pur nella perplessità su alcune valutazioni, perché lo considera
un’occasione di riflessione sulla Chiesa e su che cosa significa essere un
cristiano adulto.
Dal punto di vista di chi pratica la meditazione profonda, questo testo è
un’occasione per esercitare l’attenzione al passaggio dall’unità mistica
in Dio alla molteplicità del dialogare umano, che comporta il coesistere
di molti diversi punti di vista. Molte volte il meditante preferisce rifuggire
dalla critica perché, conoscendo le proprie debolezze, ritiene che
essa potrebbe provenire in parte da difetti della propria sfera psico-emotiva,
piuttosto che da un amore sincero e purificato per la Chiesa. Tuttavia è
bene che nella Chiesa simili valutazioni emergano e si discutano.
Senza pretendere di dare un giudizio
articolato e complessivo sul pontificato di Giovanni Paolo II, uno dei più
lunghi della storia, ci limitiamo a valutare alcuni tra i più rilevanti aspetti
della sua gestione, partendo dal rapporto di questo pontificato con il Vaticano
II. Del resto, lo stesso Karol Wojtyla ha più volte affermato che l’attuazione
del Concilio doveva essere l’aspetto caratterizzante del suo compito papale.
Dialogo inter-religioso
L’indicazione conciliare, espressa
soprattutto dalla dichiarazione Nostra aetate, ha avuto sotto Wojtyla sviluppi
inattesi e importanti. Sul versante del dialogo con i non cristiani, rimangono
nella memoria le giornate di preghiera per la pace, ad Assisi, convocate dal
papa nel 1986 e nel 2002, presenti i rappresentanti delle maggiori religioni
del mondo. Mai il papato aveva immaginato “vertici” del genere. Per quanto
riguarda specificatamente gli ebrei, ricordiamo la sua visita alla sinagoga di
Roma (1986) e al Muro del pianto di Gerusalemme (2000). E,
per i musulmani, la visita in Marocco (1985), alla spianata delle moschee di
Gerusalemme (2000) e alla moschea omayyade di Damasco (2001).
Spettacolare
sul piano dei gesti il dialogo inter-religioso voluto da Wojtyla che ha
mostrato, però, irrisolte contraddizioni sul piano teologico.
Difficilmente la Chiesa di Roma poteva dialogare “alla pari” con altri mentre
riteneva la propria religione obiettivamente superiore alle altre, essendo il
papa “vicario di Cristo”, unico Salvatore del mondo. Nel 2000, la dichiarazione
della Congregazione per la dottrina della fede Dominus Iesus,
che riaffermava la centralità di Cristo e della Chiesa romana nel piano divino
della salvezza, metteva a nudo questa contraddizione. E l’emarginazione, o la punizione, decisa da Roma, di Tissa
Balasuriya o di Jacques Dupuis - teologi che avevano tentato nuove strade per
impostare il rapporto Chiesa cattolica/Religioni non cristiane - ha dimostrato
la difficoltà della Curia vaticana di saldare posizioni antinomiche.
Dialogo ecumenico
Giovanni Paolo II ha affermato più volte
che la vocazione ecumenica della Chiesa cattolica romana è «irrevocabile e
irrinunciabile». Moltissimi sono stati i suoi incontri con leaders delle Chiese
non cristiane. A livello teologico, in campo ecumenico si sono registrati
progressi ma anche retromarce. Un progresso importante - ad esempio - è stata
la dichiarazione comune cattolica-luterana (1999) sulla giustificazione, il problema
che nel secolo XVI divise irrimediabilmente le Chiese
in Occidente. Ma nessuna conseguenza ecclesiologica Wojtyla ha tratto da questo Accordo, e con durezza ha rifiutato la “ospitalità
eucaristica” tra cattolici ed evangelici.
Il Giubileo del Duemila è stato gestito
come se la fine del secondo millennio fosse questione esclusivamente di interesse del centro romano della Chiesa cattolica.
Al di là degli
abbracci, non si è registrato alcun progresso con gli ortodossi, in particolare
a causa del problema degli “uniati” (cattolici di rito orientale) - “ponte” di
dialogo con gli ortodossi, per Roma; tentativo di distruggere l’Ortodossia, per
gli ortodossi.
Dopo il 1989 non ha fatto che crescere la
polemica tra Roma e Mosca anche a causa di talune imprese “missionarie” cattoliche
di tipo proselitistico. Dolorosamente sorprendente, poi, in
proposito, la decisione vaticana di elevare a diocesi le amministrazioni
apostoliche della Russia, quando a Roma si sapeva che ciò avrebbe ferito la
sensibilità del patriarca di Mosca Aleksij II e del Santo Sinodo. Il
mancato viaggio del papa in Russia – molto desiderato dal papa slavo – è la
prova evidente del fallimento su questo versante.
Nessun passo ha mai fatto Wojtyla per
“perdere” la sovranità dello Stato della Città del Vaticano.
Una “regalità” che obiettivamente impedisce alla Chiesa di
Roma di dialogare alla pari con le altre Chiese. E
che le permette di avere uno “status” giuridico - e dunque un peso politico -
negato al Consiglio ecumenico delle Chiese, alle altre Chiese e alle altre
religioni nel consesso delle Nazioni Unite.
Unità senza diversità
Sullo sfondo di tali difficoltà vi è il
problema, storico e teologico, del papato romano, che lo stesso Wojtyla ha
ammesso essere di fatto il più pesante ostacolo alla
riunificazione delle Chiese cristiane. Perciò
nell’enciclica Ut unum sint (1995) il pontefice si è detto disposto
a cambiare le “forme” storiche del papato, lasciando immutata la sostanza del
servizio petrino.
In realtà da allora, come del resto era
stato negli anni precedenti, le “forme” del papato sono rimaste immutate. Anzi,
unanime è la sensazione che Wojtyla, e con lui la Curia, abbiano
progressivamente assunto un potere esorbitante rispetto all’episcopato
mondiale, ed abbiano attuato una centralizzazione ostinata e onnivora.
Un modo per facilitare un equilibrio tra
“Chiesa universale” e “Chiese locali” sarebbe stato quello di dare attuazione
concreta al principio della collegialità episcopale
riaffermato dal Vaticano II. Ma anche in questo campo i segnali sono
stati opposti a quelli del Concilio: i Sinodi dei vescovi, che avevano la
funzione di coinvolgere i vescovi nella gestione della Chiesa, sono stati un
mero esercizio comunicativo, senza alcun valore “deliberante”, e lasciando di fatto il potere di decisione tutto in mano al papa, e
cioè alla Curia. Infatti l’agenda dei problemi, la
selezione dei partecipanti, il metodo di lavoro delle commissioni, la segretezza
degli incontri e le stesse conclusioni di ogni Assemblea sinodale esprimevano
chiaramente un disegno autoritario, anche se mascherato da formule
pseudodemocratiche.
Un pur comprensibile desiderio di dare una unità dottrinale alla Chiesa ha portato Giovanni Paolo
II a scrivere encicliche, lettere apostoliche e documenti vari relativi a
problemi biomedici o sociali; a emanare un voluminoso Catechismo per la Chiesa
cattolica e un Codice di Diritto Canonico aventi un valore obbligante e
indiscutibile per tutta la Chiesa, anche in assenza di un esplicito consenso
dell’Episcopato. Molti di questi documenti sono stati oggetto di numerose e,
spesso, clamorose critiche all’interno della Chiesa, in
quanto troppo distanti dallo spirito del Vaticano II. L’assenso
“assoluto” richiesto dalla Curia ha trasformato i vescovi in comunicatori degli
insegnamenti del papa, di fatto unico Maestro. Al fine di assicurare una totale
sincronizzazione interna, nel 1988 il papa ha imposto ai vescovi un giuramento
di fedeltà che, mentre sottolineava il necessario vincolo
di comunione di ogni vescovo con quello di Roma, nei fatti oscurava però
l’autorità dei vescovi locali.
Più
volte il papa ha sostenuto che «la Chiesa non è una democrazia». Gli episcopati
dell’Austria, Germania, Olanda e Stati Uniti e di altri
paesi, ogni volta che hanno intrapreso Sinodi e Assemblee ecclesiali su temi
contesi (il celibato ecclesiastico, la donna-prete, i contraccettivi,
l’omosessualità, il rapporto ministeri ecclesiali/comunità) sono stati
pubblicamente redarguiti o invitati ad abbandonare problematiche considerate di
esclusiva pertinenza pontificia.
La nomina dei
vescovi è stata influenzata principalmente dal criterio dell’adesione dei candidati
ai “desiderata” pontifici sui temi appena indicati. Per la prima volta nella
storia della Chiesa romana si è verificato che la gran maggioranza dei suoi
attuali 4000 vescovi siano stati scelti da un solo
papa, quasi “clonati” a sua immagine e somiglianza.
Inoltre la Curia romana è intervenuta per
controllare gli ordini religiosi non allineati (come il “commissariamento della
Compagnia di Gesù” nel 1981).
Esclusione delle nuove
teologie
Sulla scia del dibattito a tutto campo
favorito dal Vaticano II, nei diversi continenti sono germogliate, a partire
dagli anni Settanta, esperienze pastorali e correnti teologiche estremamente innovative, come quella femminista, asiatica,
africana, indigena, negra, ed ecologista. Nessuna di esse
ha trovato accoglienza nei documenti o nei discorsi del papa. I cultori di tali
dottrine non hanno mai trovato un posto nelle commissioni teologiche
pontificie. Alcuni di loro sono stati pubblicamente condannati e costretti a
ritrattazioni.
Per fronteggiare la libertà di ricerca
invocata dai teologi e osteggiata dal papa, quest’ultimo ha provveduto
a esigere da tutti i professori di teologia il seguente giuramento:
”Aderisco con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli
insegnamenti che il romano pontefice o il collegio episcopale propongono quando
esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con
atto definitivo” (1988). E perciò ha proibito, ad esempio, ogni discussione che
mettesse in dubbio il no papale all’ordinazione
sacerdotale delle donne (1994).
Esperienze innovative hanno trovato
raramente accoglienza nella Curia papale. Alcuni esempi:
bocciati, tra l’altro, i tentativi di revisione delle
traduzioni della Bibbia secondo il linguaggio inclusivo (USA); l’autonomia
delle università cattoliche (USA); l’uso frequente della confessione
comunitaria (Australia); la gestione dei consultori per l’aborto (Germania).
Più nota e sistematica è
stata la tenace opposizione ingaggiata dal papato nei confronti della Teologia
della Liberazione (TL). Nata nel continente latinoamericano,
si era contraddistinta non tanto per i suoi contenuti biblici (in particolare
l’Esodo), quanto per l’approccio sociologico-ermeneutico, dato che si
considerava l’identificazione con i poveri come la conditio sine qua non per interpretare la Buona Notizia di Gesù e
svolgere la missione evangelizzatrice. Il primato era posto
nell’ortoprassi, non più nell’ortodossia. La TL ha subito una pubblica condanna
tramite una Istruzione emessa dal Cardinal Ratzinger,
praticamente copiata dalla rivista colombiana Tierra Nueva, fondata dal card.
Trujillo. Accusati di ascendenze marxisto-comuniste,
tutti i maggiori teologi della liberazione sono stati puniti in vario modo o
emarginati. Vescovi, seminari, congregazioni religiose, movimenti ecclesiali
con simpatie “liberazioniste” sono stati accuratamente indagati e/o rimossi.
Salvo rare eccezioni, i vescovi latino-americani nominati da Wojtyla erano
avversari della Teologia della liberazione.
Il Consiglio episcopale latinoamericano
(Celam) - che a Medellin, Colombia (1968), nella sua seconda Conferenza
generale, aveva assunto posizioni profetiche nella denuncia delle “strutture di
peccato” che opprimevano il continente, e ammesso responsabilità
della Chiesa per tale situazione - via via è stato “normalizzato” dal Vaticano,
prima nella Conferenza di Puebla, Messico (1979), e soprattutto in quella di
Santo Domingo (1992). Una “normalizzazione” che obiettivamente andava incontro ai desiderata del governo statunitense, timoroso degli
sviluppi di una teologia contraria agli interessi di una potenza imperiale.
Laicità
Wojtyla ha continuamente proclamato che la Chiesa nutre il massimo
rispetto per le istituzioni civili e per l’autonomia dei governi e dei
rappresentanti delle realtà secolari. Allo stesso tempo, forte del principio
secondo cui - a suo parere - il mondo laico non può dire una parola autorevole
in fatto di etica, e tanto meno fondare etiche
responsabili, ha premuto perché le leggi statali sul divorzio e, in
particolare, sull’interruzione della gravidanza, si adeguassero alle leggi
ecclesiastiche, definendo “tirannici” quei parlamenti che avessero legalizzato
l’aborto. Coerentemente ha insistito che nella Costituzione europea fossero
esplicitamente citate le “radici cristiane” del Continente ed ha spesso agito in modo che i rapporti Stato e Chiesa cattolica,
fondati su Concordati o patti similari, garantissero non solo diritti legittimi
ma anche privilegi in contraddizione con quanto affermato dal Concilio (Gaudium
et Spes,76).
I laici cattolici, che nel
Concilio Vaticano II avevano riacquisito la dignità di “popolo sacerdotale,
profetico e regale”, sono stati degradati a “sudditi” nel Codice di Diritto
Canonico emanato da Wojtyla (1983). Essi sono indegni di leggere il Vangelo e
commentarlo nelle celebrazioni eucaristiche. Buoni, come diceva Yves Congar,
per le tre P: “pregare, pagare, piegare”, inginocchiandosi
davanti all’autorità gerarchica. Coerentemente il papa ha finito per privilegiare quei settori del laicato cattolico che hanno
mostrato una assoluta sudditanza verso la sua Cattedra, mentre non ha mancato
di far sentire la propria contrarietà verso quelli (Azione Cattolica, Comunità
di base, associazioni biblico-teologico-missionarie) che in vario modo hanno
rivendicato una propria autonomia. Lo stesso «Appello dal popolo di Dio»
promosso dall’ IMWAC (International Movement We Are
Church) nel 1995-‘96 sottoscritto da due milioni e mezzo di cattolici che
chiedevano una riforma della Chiesa, è stato disapprovato.
E, sempre a proposito di
proclamato rispetto per la dignità e indipendenza di ogni
Stato, molti osservatori hanno denunciato il fatto che la Santa Sede, adducendo
il principio della extraterritorialità”, ha impedito alle competenti autorità
italiane di accertare le responsabilità di mons. Paul Marcinkus, allora
presidente dello Ior (la banca vaticana), nel clamoroso crack del Banco
Ambrosiano (anni 80).
La
donna
Per la prima volta nella
storia, papa Wojtyla ha proceduto ad una parziale rilettura critica dei testi
neotestamentari relativi alle donne, elogiando il “genio femminile” e dedicando
ad esse una lettera apostolica sulla “dignità della
donna” (Mulieris dignitatem, 1988).
Il documento è stato osteggiato dalla maggioranza delle teologhe cattoliche e
dei movimenti femministi, che hanno denunciato le gravi carenze
teologiche, bibliche e antropologiche del testo e le sue contraddizioni. Del
resto, come hanno rilevato le teologhe cattoliche, e come tutti hanno potuto constatare, l’intero organigramma ecclesiastico è rimasto,
sotto Wojtyla, più che mai androcentrico. Tutti i posti-chiave della Curia
romana sono rimasti saldamente in mano ai maschi. Negli anni 80 una originale e pluriennale esperienza di ascolto reciproco
tra le cattoliche statunitensi e i rispettivi vescovi aveva cominciato a
produrre una bozza di documento assai interessante ed aperto, ma la Curia
papale interveniva per esigere che non si parlasse di «uguaglianza nella
condivisione e responsabilità», ma di «complementarietà», che si esplicitasse
la condanna della contraccezione e che si escludesse dalla discussione ogni
riferimento al tema dell’ordinazione sacerdotale della donna. A causa di tale interferenza sia le donne che i vescovi
nordamericani compresero che era inutile continuare il dialogo.
Del disagio delle donne si è
fatta interprete, a nome di un milione circa di suore,
l’Unione Internazionale Superiore generali (Uisg), che fece pervenire al Sinodo
dei vescovi sulla vita religiosa un ferma sollecitazione “per porre fine alla
dicotomia spesso marcata tra le dichiarazioni della Chiesa ufficiale circa la
dignità della donna e la pratica attuale di discriminazione, nonché per includere
più completamente le donne competenti nei processi di riflessione e nei
ministeri ecclesiali, ivi comprese le posizioni chiave nei dicasteri della
Curia” (1994). Questa saggia e rispettosa petizione non ha trovato alcun
ascolto in Vaticano.
La sessualità
Wojtyla ha ribadito con forza le normative papali esistenti in materia,
dal “si” alla vita e alla “legge naturale”; al «no» alla contraccezione e al
divieto alle nuove nozze in chiesa dei divorziati cattolici risposati/e, al
«no» all’esercizio della sessualità nelle coppie di omosessuali, al «no»
all’uso del preservativo in qualsiasi situazione, anche per prevenire il
contagio dell’AIDS. Masturbazione e rapporti prematrimoniali sono
stati considerati dal Catechismo del 1983 “peccati mortali”.
Su tutti
questi punti Sinodi nazionali, vescovi, teologi e teologhe hanno espresso
riserve di ogni ordine, anche perché la prassi
pastorale dimostrava ogni giorno di più che le decisioni relative all’etica
sessuale, anche di papi precedenti, erano contrarie al sensus fidelium. La conseguenza
- rilevata dagli osservatori religiosi - è che tra il papa e la maggioranza
dell’episcopato, del clero e dei fedeli si è prodotto
il più profondo e silenzioso scisma della storia della Chiesa, con grave danno
per lo stesso Magistero papale.
Analogo
discorso vale per il rapporto clero-sessualità. Wojtyla ha respinto ogni
ragionevole proposta di ridiscutere la fondatezza teologica e la validità
pratica della legge del celibato obbligatorio per i preti della Chiesa latina,
nonostante fosse noto che questi ultimi, in una percentuale alta - soprattutto
in certe regioni - non osservavano il voto o la promessa del celibato. A
fronte dell’esodo massiccio di sacerdoti negli ultimi 30 anni (80.000 circa
hanno abbandonato il ministero), al crescente invecchiamento del clero e alla carenza di ministri consacrati nei paesi del terzo mondo,
numerosi episcopati hanno ripetutamente chiesto al papa di consentire
l’esercizio del ministero a ex preti, a uomini sposati, e persino a donne,
specialmente religiose. Nessuna delle richieste è stata esaudita.
Tre
scandali relativi alla vita sessuale del clero hanno
scosso il pontificato di Wojtyla, andando sulle pagine e TV di tutto il mondo.
Il
primo è venuto alla luce a seguito di documentate
rivelazioni da parte di religiose, stanche di subire violenze sessuali, non esenti
da ricatti, da parte di sacerdoti, soprattutto in Africa. Su questo problema
nessun intervento significativo è stato fatto da
Wojtyla.
Il
secondo è scoppiato negli USA, attizzato dalle richieste di indennizzi
miliardari da parte di migliaia di fedeli che erano stati violentati nella loro
adolescenza da sacerdoti pedofili. Di fronte al clamore mediatico il papa si è
visto obbligato a richiamare a Roma vescovi e cardinali nordamericani, alcuni
dei quali sono finiti sotto inchiesta da parte della magistratura per aver
deliberatamente coperto, nel corso di decenni, gli abusi sessuali compiuti da
centinaia di ecclesiastici.
Il terzo scandalo ha fatto seguito al
precedente: da anni si sapeva che molti appartenenti al clero erano persone
omosessuali e che la struttura dei seminari costituiva un richiamo per esse. Questo problema, reale ma nascosto, è esploso alla
luce del sole sotto il pontificato di Wojtyla. In tale contesto,
nel 2002 la Congregazione per il culto divino ha emanato una normativa – giudicata
“discriminatoria” dai gruppi di omosessuali cristiani – in cui si definisce
“sconsigliabile”, “imprudente” e “rischiosa” l’ordinazione sacerdotale di
omosessuali.
Diritti umani
La figura di Giovanni Paolo II è
indubbiamente associata alla difesa dei diritti della persona umana nelle varie
dimensioni sociali, economiche e politiche. Sono assai numerose le occasioni in
cui egli ha preso posizione nei confronti dei poveri, degli emigranti, dei
soggetti sfruttati e mal pagati, soprattutto se bambini e donne, comunque sottoposti a leggi o governanti che violavano la
dignità umana.
Questi
generosi appelli all’ottemperanza dei diritti fondamentali nella società non
hanno trovato però corrispondenza all’interno della Chiesa romana, in cui
vigono due opposti principi: uno valido ad extra, per cui
la società secolare deve concedere alla Chiesa il diritto alla libertà
religiosa; ed uno valido solo ad intra, per cui nella Chiesa “non si può fare
appello a questi diritti dell’uomo per opporsi agli interventi del magistero”
(Istruzione sulla vocazione del teologo, 1990).
Questa
contraddizione spiega la situazione della Santa Sede, che si è venuta a trovare
nell’imbarazzante primato negativo riservato ai paesi segnati da dittature,
avendo sottoscritto solo 10 dei 103 accordi internazionali sui diritti umani
(Human Rights Law Journal). In particolare il papato romano non ha ancora
ratificato nessuna delle Convenzioni sulla soppressione delle discriminazioni
basate sul sesso, la libertà d’insegnamento, il giusto processo. Contrario ai
diritti umani è il meccanismo giudiziario, specialmente dell’ex Sant’Offizio,
che non prevede né una netta distinzione tra giudice e accusatore, né una
chiara e pubblica “lista delle accuse”, né una reale possibilità di appello.
La
Santa Sede non ha mai acconsentito a eliminare dal
proprio ordinamento canonico quella discriminazione, denunciata dal Concilio,
che impedisce alle donne cattoliche di accedere a qualsiasi responsabilità
direttiva nella Curia. Il Vaticano è peraltro restio a riconoscere i normali
diritti “sindacali” ai propri lavoratori (sacerdoti o religiose), in caso di
licenziamento o rimozione.
I «mea culpa»
Soprattutto nei suoi viaggi
internazionali, Giovanni Paolo II ha espresso decine di «mea culpa» per
comportamenti passati dei «figli della Chiesa»: le Crociate, l’antisemitismo,
l’Inquisizione, le guerre di religione, l’invasione dell’America nel nome della
«vera religione», le guerre in nome di Dio, lo schiavismo, l’oppressione di interi popoli.
Il 12 marzo 2000 Wojtyla, con cardinali
ed alti dirigenti delle Curia romana, ha celebrato la
“giornata del perdono”, con l’ammissione di sette «confessioni di colpe»
commesse dai “figli della Chiesa”; nel servizio della verità; nei rapporti con
Israele; nei comportamenti contro l’amore, la pace, i diritti dei popoli, il
rispetto delle culture e delle religioni; in atti che hanno ferito la dignità
della donna e l’unità del genere umano; con peccati nel campo dei diritti fondamentali
della persona.
Questo
gesto non ha portato però l’intera Chiesa romana ad interrogarsi sulle ragioni di fondo di quei peccati che si sono protratti per secoli,
senza che teologi, vescovi e papi li avessero riconosciuti come contrari sia ai
diritti fondamentali della persona umana che al Vangelo.
Seppur
contraddittorio il “mea culpa” di Wojtyla ha comunque
sollecitato anche episcopati nazionali ad intraprendere la stessa strada.
Santi e Beati
Desideroso
di dare visibilità alla santità della Chiesa cattolica, macchiata da scandali,
contraddizioni e lacerazioni, Wojtyla ha provveduto a
proclamare più santi e beati (circa 1800) di quelli fatti nell’insieme da tutti
i papi degli ultimi quattro secoli.
Tale
politica “inflazionistica” ha lasciato perplessi molti, cattolici e non, data
la procedura segreta, costosa e teologicamente ambigua del riconoscimento
stesso della santità, quasi sempre legata ad uno stato
non matrimoniale. In altri casi l’ambiguità è stata del tutto evidente, come
quando il 3 settembre 2000 Giovanni Paolo II ha voluto beatificare insieme due
papi, Pio IX e Giovanni XXIII: l’uno che definì “deliramento” il principio
della libertà religiosa e l’altro che volle un Concilio perché proclamasse
anche questo intangibile principio. Pio IX aveva poi
oggettivamente sostenuto quelle violenze contro gli ebrei di cui pure Wojtyla
aveva chiesto perdono solamente sei mesi prima.
Molti cattolici hanno criticato il papa
per aver egli beatificato e canonizzato a tempo di record Josemaria Escrivá de
Balaguer (morto nel 1975), fondatore dell’Opus Dei,
istituzione ricca, potente e per molti aspetti segreta, e sostenitore
del regime franchista; mentre nel contempo ha lasciato nel cassetto la causa di
beatificazione di mons. Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador,
accanito difensore dei poveri e martire della giustizia, assassinato da una
dittatura militare (1980).
Anche
l’eccessiva enfasi posta da Wojtyla sul culto mariano, ha spesso incoraggiato -
al di là delle intenzioni - gli aspetti meno
evangelici della religiosità popolare e creato difficoltà nel cammino
ecumenico.
I viaggi
Papa
Wojtyla ha compiuto 102 viaggi internazionali, toccando tutti i continenti.
Questi viaggi hanno messo in evidenza, in modo
paradigmatico, la sua audacia nel proporre il messaggio evangelico anche in
paesi non cattolici e nell’affrontare grandi fatiche, soprattutto con il progredire
dell’età e di vari malanni fisici. Ha certamente avuto modo di verificare e
denunciare spesso l’entità della miseria e dell’ingiustizia di fronte a masse di poveri costretti a vivere in immense baraccopoli e senza
servizi essenziali.
E tuttavia tali viaggi sono stati oggetto di malumori e
critiche all’interno della Chiesa cattolica per molte ragioni: mentre il papa
enfatizzava il suo ruolo di pellegrino in visita ad una comunità, di fatto era
ricevuto (perché tale era) come capo di stato, con i dovuti onori militari. Il
costo delle manifestazioni di massa ricadeva sulla Chiesa locale, o su ambigue
collaborazioni con multinazionali. Il tempo e le occasioni per conoscere la
realtà della Chiesa locale e per interloquire con i fedeli era ridotto praticamente a zero. Capi di stato hanno fatto a gara per averlo
al loro fianco e apparire come devoti fedeli davanti ai propri concittadini,
non sempre entusiasti per tale complicità. Scandalosa, in particolare, è
apparsa l’intesa sorridente tra il papa e il generale golpista e assassino
Augusto Pinochet dal balcone del palazzo presidenziale di
Santiago del Cile (1987).
I media
Wojtyla
ha compreso l’importanza dei media per imporsi
all’attenzione del mondo e diventare una specie di “star” internazionale. E’
innegabile che attraverso l’uso dei media, in particolare
della TV, di facile comprensione per i settori meno istruiti, Giovanni Paolo II
ha avuto la possibilità di sottolineare con forza valori universali, diffondere
la Buona Novella e introdurre tante persone alla solennità di celebrazioni
liturgiche, anche di massa.
Tuttavia,
nel privilegiare l’uso quasi quotidiano della TV per ogni tipo di udienza, messe, rosari, pellegrinaggi, viaggi, incontri
con capi di governo e diplomatici, non poteva non cadere nelle trappole
strutturali dello star system, che ha un legame indissolubile, anche di tipo mercantile,
con l’intrattenimento, non con l’evangelizzazione e la cultura. In sostanza il
papa, affidandosi alla TV, non ha potuto evitare che la sua apparizione
scivolasse nello “spettacolo”, finalizzato alla seduzione e all’applauso, non
alla riflessione o al discernimento. Se lo “show” per sua natura illude e crea
una realtà virtuale e affascinante, anche lo spettacolo di moltitudini oranti o
plaudenti finiva per diventare ingannevole, dando la
sensazione illusoria che la Chiesa cattolica resisteva e superava la crisi
imposta dalla secolarizzazione dominante.
Di
conseguenza non meraviglia che nelle immagini televisive relative a Wojtyla,
che quasi quotidianamente le emittenti di tutto il mondo hanno
diffuso, siano scomparsi quasi completamente gli altri soggetti ecclesiali. Per
25 anni il papa “ha rubato la scena”, con vescovi e cardinali nel ruolo muto di
semplici “comparse”. A miliardi di persone, di fatto, il papa ha mandato un messaggio
sub-liminale così sintetizzabile: io sono la Chiesa e la Chiesa è nulla senza
di me.
Se lo star system ha favorito la papolatria, il suo rovescio è
stato l’oscuramento del resto della Chiesa cattolica.
Giustizia
Gli ammonimenti papali in difesa di
poveri, emarginati, bambini ridotti in schiavitù, donne discriminate, anziani
abbandonati potrebbero formare una enciclopedia.
Giovanni Paolo II ha parlato contro una globalizzazione in atto, considerata “una forma di
colonialismo” ed ha chiesto un “sussulto di moralità di fronte ai drammatici problemi
economici, sanitari, sociali”. Ha definito “strutture di peccato” il
libero mercato e la globalizzazione selvaggia. Ha invitato tutti a non
rassegnarsi “a un mondo in cui altri esseri muoiono di fame, restano
analfabeti, mancano di lavoro”. A Santo Domingo ha invitato
l’assemblea dei vescovi latinoamericani a “rinnovare la scelta preferenziale
dei poveri” e ad “evitare qualsiasi connivenza con i responsabili delle cause
della povertà” (1992).
Mentre il papa parlava in tal modo, le
statistiche indicavano impietosamente che i ricchi diventavano sempre più
ricchi e i poveri sempre più poveri; che le 15 più
grandi imprese avevano un reddito lordo che superava il PIL di 120 paesi; che
il 75% della popolazione mondiale utilizzava solo il 15% dei farmaci (l’Africa
appena l’1%); che ogni vacca europea godeva di un sussidio statale di 2 euro al
giorno, pari alla somma con cui quotidianamente viveva ogni persona della massa
dei due miliardi di poveri della popolazione mondiale.
Se
negli ultimi due decenni l’ingiustizia planetaria ha assunto un tono quasi
tragico; se 86 paesi, nel 1996, stavano peggio di 10 anni prima, ciò ovviamente
non poteva essere attribuito al papato romano, predicatore della giustizia. Resta il fatto che milioni di baraccati, di assetati, di
affamati, di malati, di disoccupati non hanno trovato nel papa romano un
referente da cui partissero - come era accaduto per questioni come l’aborto o
il controllo demografico (Conferenze del Cairo e di Pechino) - concrete
campagne religiose, seri interventi diplomatici, severe ammonizioni ai
politici, tenaci pressioni sui vescovi, per analizzare le cause e ad impostare
terapie atte a contenere l’ingiustizia devastante.
Poveri e animatori di organizzazioni
sociali si sono chiesti come mai i telegiornali riferissero delle udienze che
il papa riservava a capi di stato, campioni dello sport, ricchi epuloni; mostrando
ben raramente il pontefice seduto attorno ad un tavolo con dirigenti delle
organizzazioni contadine, con i sindacati di multinazionali schiaviste, con le
vittime della repressione politica. Né il papa ha mai
partecipato, e neanche ha mai espressamente incoraggiato i “forum” sociali
mondiali o continentali nei quali, dal 2000 in poi, centinaia di migliaia di
persone di buona volontà si sono incontrati pacificamente, convinti che “un
altro mondo è possibile”.
Pace e ordine internazionale
Wojtyla
ha predicato instancabilmente la pace ed ha sempre difeso il ruolo
insostituibile dell’Onu e la sua funzione “mediatrice” per risolvere con la
diplomazia e la trattativa, evitando la guerra, eventuali conflitti tra
nazioni. Egli ha certamente favorito la caduta incruenta e pacifica del
comunismo nei paesi est-europei attraverso vari viaggi “missionari” nella nativa Polonia e aiutando, moralmente ed
economicamente, il sindacato polacco Solidarnosc (anche attraverso
finanziamenti concordati con il presidente USA, Ronald Reagan).
Negli anni Novanta la Santa Sede ha
favorito la dissoluzione della ex Jugoslavia,
approvando con straordinaria rapidità l’autoproclamazione d’indipendenza della
Slovenia e della Croazia (1992), ma sottovalutando i rischi che i nazionalismi
avrebbero innescato nei Balcani dopo lo sgretolamento selvaggio della
Jugoslavia.
La voce di Wojtyla
si è levata con puntualità e passione in occasione delle numerose guerre che hanno devastato diverse aree del globo, invocando talora -
come nel Kosovo - l’intervento militare umanitario per superare i conflitti più
intricati.
Inflessibile è stato il “no” di Wojtyla alle iniziative di guerra senza
l’avallo ONU, come nel caso della guerra in Iraq (2003), quando contestò la legittimità morale della «guerra
preventiva» anglo-americana. Nel marzo-aprile del 2003 - prima, e durante la
guerra di George W. Bush contro l’Iraq - le parole
di denuncia del papa hanno dato speranza a molti e molte impegnati per la pace.
Molto problematica risulta la valutazione dell’operato
papale relativo al nuovo assetto conseguente alla caduta dell’impero sovietico,
da lui patrocinata, senza che esistessero le premesse per un nuovo ordine
internazionale libero da potenze dominanti. La politica papale, di
fatto, e malgrado esplicite affermazioni verbali in contrario, ha lasciato
campo libero all’egemonia statunitense in ogni settore, apparendo dunque in
“contiguità di interessi” con i poteri forti legati alla Casa Bianca, e perciò
con l’impero. Di fronte all’avanzata inarrestabile del capitalismo Wojtyla si è
limitato a condannare gli “eccessi” di questo sistema, ma non la loro “radice”,
senza impegnare adeguatamente la comunità cattolica
nella riduzione delle abissali diseguaglianze sociali, soprattutto tra
Nord/Sud, nel contenimento della violenza e nella salvaguardia
del creato.
In questa obiettiva
“convergenza” vi sono state delle variazioni importanti: il papa ha censurato
espressamente le leggi relative alla contraccezione e all’aborto, varate dal
governo americano del “progressista” Bill Clinton, ma ha evitato di condannare
con la stessa chiarezza quello “conservatore” di George W. Bush, nonostante questi abbia dichiarato
di voler “agire senza l’accordo di organismi
internazionali”, e di considerare
come propria missione quella di “liberare il mondo dal
male” e “la
guerra non come un pericolo ma come una opportunità per portare ovunque la
libertà, il diritto e la giustizia”.
Seppure qualche volta Wojtyla ha
levato la voce contro la “corsa agli armamenti”, questa protesta in
realtà è stata flebile e non è mai giunta ad una opposizione esplicita del
complesso finanziario-industrial-militare, la cui enorme potenza impedisce di
giungere ad un nuovo ordine mondiale senza eserciti “nazionali”, e,
conseguentemente, di dirottare le risorse finanziarie verso i bisogni primari
di miliardi di indigenti.
Pur consapevoli delle difficoltà di un
giudizio globale in tempi così ravvicinati, la somma
dei fatti e degli scritti di Giovanni Paolo II ci inducono, comunque, ad
affermare che il suo pontificato sia stato più “romano” che “cattolico”.
A noi sembra infatti
che, al di là delle virtù personali e della retta intenzione, la tendenza
complessiva del magistero e dell’azione di papa Wojtyla sia stata quella di
privilegiare “la parte” piuttosto che “l’insieme”.
La filosofia e la teologia di Giovanni
Paolo II si sono saldamente basate sulla sua tradizione polacca (una “parte”
degna di tutto rispetto), ma non hanno potuto integrare “l’insieme” delle
correnti innovative: di qui il conflitto con il pensiero laico, le religioni
non cristiane, le Chiese non cattoliche e le teologie non tradizionaliste.
Sul piano etico il papa ha posto
l’accento sull’importanza della legge naturale, sottovalutando, però, il fatto
che ogni giudizio etico non può prescindere né dalla storicizzazione di tale
“legge”, che per molti aspetti è legata alle cangianti culture dei popoli, né
dal giudizio ultimo della coscienza personale.
In politica Wojtyla è stato fiero
avversario del comunismo e, in parte, del capitalismo. Ma
questo sforzo di “equilibrio” non ha retto alla prova dei fatti perché, caduto
l’impero sovietico, “l’insieme” mondiale si è sbilanciato completamente verso
“la parte” capitalista - altrettanto inumana ed atea - a tal punto che la Casa
Bianca ha deciso di iniziare una guerra “infinita” senza chiedere il permesso a
nessuno.
Ma dove risulta
ancor più macroscopico l’accecamento per “la parte” a detrimento de “l’insieme”
è nella gestione ecclesiale: qui è risultata pressoché assente l’integrazione
tra il centralismo papale e la collegialità episcopale; tra Gerarchia e popolo
di Dio; tra la ricerca teologica e la predicazione ordinaria.
Anche leader religiosi non cattolici e
molte persone nel mondo riconoscono in Giovanni Paolo II il rappresentante di
una religione ammirevole per molti aspetti, ma che si è presentata nei fatti più esclusiva che inclusiva, più monarchica che
democratica, più occidentale che universale, più romana che cattolica.
Noi Siamo Chiesa -
Italia
(aderente all’International Movement We Are Church-IMWAC)
Roma, 9 aprile 2005
“Noi Siamo
Chiesa”
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Email: vi.bel@iol.it
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