DAL FRESCO DI UNA CANTINA DI UN SEPOLCRO
Durante il
fitto tempo della missione ho voluto dimostrare
un’altra possibilità di riscatto. Non porta frutto la rivoluzione quando è solo
politica. I deboli, i poveri, gli offesi devono armarsi d’altro. Solo una rivolta
di anime in fiamme, di inermi infervorati di santità
può scalzare dai troni le molte Roma del mondo. Si illudono
gli agitatori del mio popolo, i coraggiosi zeloti: non con le armi di Davide,
ma coi suoi salmi vincere è possibile.
“Liberami dal
sangue” (Sal 51,16) grida ed è esaudito.
Per questo
compito non poteva bastare un profeta, un altro Giona che andasse ad urlare, in
un’altra Ninive, la condanna del cielo. Roma è immune ai terrori ed alle
misericordie. Ci voleva uno coi documenti messianici
in regola, uno nato in Betlemme e nel sangue di Davide. Uno che osasse dire
“Sono io”. Ho predicato e dimostrato questo: distogliersi dalla potenza
politica, scatenare quella interiore, la violenza di
una vita umile che non teme di perdere se stessa, che accoglie il rischio di
testimoniare. Solo uno sbaraglio di amore, duro solo
contro se stesso ma docile fuori, trascina a vita nuova. Abbattere Roma allora
sarà un piccolo effetto secondario di questo nuovo
amore.
Non l’ho inventato io, il terzo libro sacro già lo ha scritto
sotto voce di comandamento: “E porterai amore al tuo compagno come a te stesso”
(Lv 19,18). Io l’ho intensificato dentro di me al punto di farmi invadere il
corpo dalla sua energia e mi bastava sfiorare un male
per scacciarlo, una ferita per sanarla. Perfino la morte mi obbediva, anche se
richiamare in vita Lazzaro fu condannarlo ad una seconda agonia. La sua non è
stata la risurrezione predicata, l’ingresso alla vita senza fine, ma uno
strappo all’ordine di natura, uno scippo a sorella morte.
Roma cadrà,
avvinta molto più che vinta dalla notizia buona. Cadrà per contagio di amore tra i suoi cittadini, disarmata di dentro. Il suo
saccheggio sarà una formalità della storia, rispetto alla sua conversione, alla
rivoluzione dentro le anime. A vederla da questo piccolo punto del tempo sembra una cosa visionaria, ma al mondo solo le cose visionarie, a
più alto livello di sogno, hanno forza di compiersi.
Intanto sono
caduto io, sconfitto dai poteri, come uno qualunque tra i rivoluzionari. Ma tra Barabba, il capo militare della rivolta politica
contro Roma, e me, corre la differenza che c'è
tra la terra d’Israele e quella d’Egitto. Lui è l’Egitto, terra
inzuppata d’acqua, di canali, che conta sulla
ricchezza della sua superficie; e io sono Israele che dipendo dalle piogge, che
ricevo tutto dal cielo e mi ci affido. Io dipendo da Dio, lui dalla fortuna
provvisoria di un’ora che oggi gli risparmia la vita e domani schiaccerà
l’insurrezione. Di questa città di Davide, sposa di giovinezza del creatore del mondo, non resterà pietra su pietra. Le parole che ho
potuto pronunciare si sono fissate a caldo nelle orecchie e saranno ricordate
all’infinito. Delle ardite azioni di Barabba non vi sarà memoria, neanche di
una.
Oggi lui è
libero e io sto in questo scavo asciutto offerto da Giuseppe di
Arimatea. Barabba è stato il preferito ed è giusto così. In tempi di
rivolta la via corta delle armi è più popolare. La mia è più lenta. Forse mi
hanno accusato addirittura per salvare lui, per dare a Pilato in cambio un più
pericoloso nemico di Roma. Non sapranno mai quanto hanno ragione. Io sono il
nemico degli imperi e li rovescerò.
La mia agonia
sforzata su un osceno patibolo renderà questa macchina di morte un simbolo di amore. Le mie braccia spalancate dai chiodi resteranno
fino alla fine degli abbracci. Non adesso: vi annuncio un altro Pèsah/Pasqua;
vi aspetto al varco delle risurrezioni, dopo la mia le vostre. C’incontreremo qui, voi ci verrete.