IN ATTESA
Avvento: tempo di attesa in cui si sottolinea, si concentra e si rende specifico di una fase liturgica ciò che è un dato generico e diffuso dell’essere cristiani. Che cos’è infatti l’atteggiamento del credente – per tutto il tempo dell’anno e della vita – se non l’attesa dell’incontro con Dio? Un’attesa che è stretta parente dell’ascolto e che ci rende attenti e disponibili al disvelarsi dell’eterno nel tempo. Questo disvelarsi ha il punto culminante nell’Incarnazione in cui Dio – l’Assoluto- sceglie di farsi relativo, accettando la nostra contingenza. E’ il Verbo eterno che scende nella storia e nella geografia, nasce in un secolo preciso, in una determinata zona del globo; e la sua universalità passa attraverso questa parzialità. E’ quanto celebriamo nel Natale che commemora ciò che avvenne in un anno della storia, in una regione della terra. Ma è ciò che avviene, in un diverso modo, in ogni regione e in ogni giorno. E l’avvento è stagione perenne.
La Scrittura è questo calarsi del silenzio nella parola, dell’indicibile nel detto e scritto, con l’impoverimento (la kenosi) che ciò comporta.
Del Natale una pia predicazione sottolinea, a nostro esempio, l’umiltà del Bambino che nasce in una stalla anziché in una reggia; il che è pur vero ed esemplare, ma è ben poco di fronte all’impoverimento metafisico del tutto che si fa quasi nulla. Così l’esegesi sottolinea il debito pagato dai sacri testi alla cultura e al lessico dell’umano scrittore e dell’origine temporale e spaziale dello scritto. Ma anche questo – pur vero e prezioso per l’interpretazione del testo – è nulla di fronte al fatto che l’ineffabile venga detto e scritto, cedendo alla necessità dell’umana lettura parte del suo insondabile mistero.
Analogamente l’ispirazione personale e privata dello Spirito si china e accetta l’umile misura di umani consigli, incarnati nel viver quotidiano.
Così il nostro vivere – in ogni giorno e non solo in avvento – deve rendersi attento nell’ascolto, protendendosi nell’attesa di Dio in ogni suo quotidiano svelamento. Ed è un modo di atteggiarsi e di essere che va al di là della preghiera e della sacra liturgia. E’ un mettersi in ascolto delle cose più umili e degli eventi in apparenza più insignificanti che invece – tutti – significano la venuta di Dio, nei nostri giorni. Se non coltiviamo questo perenne ascolto è illusorio pretendere che esso si accenda all’improvviso, allo scattar del calendario, sia pure liturgico. Occorre invece alimentare un modo di essere costante che, in avvento, si esalta e dall’ascolto degli avventi di ogni giorno passa all’ascolto dell’avvento assoluto (e pur storico) della nascita terrena del Dio del cielo.
Il Natale, secolarizzato in un’umana celebrazione della natività, non è l’immagine, pur tenera, del bambino Gesù, nella sua culla di paglia, tra gli animali leggendari, Maria adorante e un Giuseppe invecchiato, per tranquillizzare i fedeli. E tanto meno è il folklore delle nostre luminarie, la coda che abbiamo aggiunto alla stella (il Vangelo non parla di cometa) e i presepi di cartapesta, coi fondali di carta e i paesaggi animati da presenze improbabili, con una collezione di arti e di mestieri esercitati stranamente nella notte. Anche i presepi che si allestiscono nelle nostre parrocchie sono spesso rappresentazioni pittoresche che ben poco hanno di storico e di sacro, per non dir poi di teologico. Noi li guardiamo, come si guarda un quadro per bambini; e la kenosi è lontana anni luce; assai più lontana della stella con l’improbabile luce.
Adriana Zarri, Rocca n° 23, 1 dicembre 2003, Pag. 54