L’UMILE CAVALCATURA1
Il linguaggio umano si differenzia in due forme distinte e complementari:
il linguaggio metaforico e quello razionale; il primo è il veicolo della religione,
della poesia, il secondo della scienza, della morale, della filosofia, della
statistica. Il primo è strettamente legato alla vita, e, sul piano religioso,
alla Rivelazione intesa non come un insieme di nozioni astratte, ma come l’urgenza
divina che spinge la coscienza umana a quelle trasformazioni, personali e
collettive, che le permetteranno di raggiungere la sua perfetta fioritura.
I modi con cui la Rivelazione si esprime sono delle Immagini, concrete
e palpabili, dense di significati e stimolatrici di mutazioni di coscienza.
Per questo nella lettura dei libri che trasmettono la Rivelazione, nella sua
forma scritta, è necessario notare le immagini e meditare su di esse, tenendo
conto di tutto l’insieme culturale nel quale sono state formulate.
Nel Vangelo della domenica delle Palme si hanno queste immagini: Gesù
sale a Gerusalemme cavalcando il puledro di un asino, i discepoli e la folla
l’acclamano, i farisei, i custodi della tradizione vetero-testamentaria, sono
scandalizzati, ed esortano il Maestro a far tacere l’entusiasmo del popolo;
Gesù risponde: «Non potete fermare l’avanzamento della Rivelazione; se gli
uomini tacessero, le pietre l’annuncerebbero» (cfr. Lc 19, 28-40).
L’immagine di Gesù che cavalca l’asino colpisce la nostra immaginazione
e la fa riflettere. La prima spiegazione che ci soccorre è quella consueta,
a tinte sentimentali: il Messia ha scelto l’umile cavalcatura per esprimere
la mitezza, l’aspetto dimesso del Regno che avrebbe instaurato tra gli uomini.
E questo il significato che dava la folla alla figura del Messia cavalcante
l’asinello? O piuttosto aveva compreso qualcosa di più vasto e di più profondo
nel gesto di Cristo?
I Greci presenti all’ingresso trionfale di Gesù avranno sicuramente pensato
all’asino, animale sacro, che portava sul dorso la culla di Dioniso e che
era collegato al culto della Grande Madre. Nel vangelo di Giovanni
è riferito, nella circostanza dell’ingresso a Gerusalemme, il colloquio di
Gesù con i Greci presenti, e i termini usati da Gesù alludono ai Misteri di
Dioniso e Demetra: «Se il seme di grano non muore non da frutto» (Gv 12, 24).
Gesù che cavalca l’asinello si rivela ai Greci come il celeste Dioniso
dei Misteri, agli Ebrei come il vero, spirituale non militare, Messia che
introduce nella religiosità virile vetero-testamentaria della Giustizia e
del Giudizio, le qualità femminili della divinità: la misericordia e l’amore
appassionato per tutto ciò che vive.
La reazione dei farisei, in questa prospettiva, diventa più comprensibile;
non sono mossi da gelosia ma da un’oscura intuizione che qualcosa di nuovo,
di sconvolgente, di non ortodosso stava avvenendo in quello strano e rumoroso
corteo.
L’ingresso di Gesù in Gerusalemme è l’ingresso nel grande, dolente utero
della natura terrena; si può dire che Gesù, in questa sua giornata trionfale,
nasce davvero, per davvero morire!
Gesù è il portatore dei Misteri divini, il portatore dello Spirito che
distrugge e rinnova, rinnova distruggendo, è l’ebbrezza dionisiaca della creazione
che avanza trionfale verso il suo compimento, perseguendo un percorso che
è segnato da un’incessante pulsazione di morte e di risurrezione, aborrente
ogni solidificazione e staticità. E in questo sta l’aspetto tragico, dionisiaco
del Cristianesimo: l’uomo in Dio deve negare se stesso per vivere la vera
vita.
L’opera misteriosa dello Spirito, anche se invocata dalla materia, è esiziale
alle forme, che reagiscono, si difendono e offendono.
I farisei non erano certo dei criminali, dei malvagi; chiusi nella loro
formale giustizia, difesi dal baluardo di una tradizione cristallizzata, non
potevano vedere nella sconfinata novità di Cristo nulla di più di una ingiuria
alla legge, di una aperta professione di anarchia.
La virtù del mondo si opporrà sempre alla virtù dello Spirito, l’onestà
della forma rifiuterà sempre la verità dell’idea. La giustizia degli uomini,
in netta opposizione a quella di Dio, errerà per non volere errare, peccherà
per voler essere giusta.
Questa lotta affiorerà sempre: fra Cristo, distruttore delle forme in nome della vita, e Satana, consolidatore delle forme, l’impegno e la lotta sono assoluti. Contro l’escatologia cristiana Satana susciterà il mondo; e quando la Chiesa si sarà affermata e vorrà riposare, offrendosi alle lusinghe del successo, Cristo susciterà gli entusiasmi degli eresiarchi e la costringerà a combattere contro se stessa per debellare il diavolo dell’ignavia, dell’acquiescenza, della tiepidezza, del pietismo.
1 Giovanni Vannucci, in La vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985; Domenica delle Palme, Anno C: «L’Umile cavalcatura». Pag. 70-72.