LA LUCE E LE TENEBRE1
Le parole: «Dio ha così amato il mondo da inviare il
Figlio unigenito, non perché giudichi il mondo ma perché sia salvo» (Gv 3,16.17); «La luce venne nel mondo e gli uomini amarono più le
tenebre che la luce» (Gv 1,5.11), rivelano l’immenso amore
di Dio e la tragica presenza nella coscienza umana di una possibilità di
rifiuto. Amore sconfinato da una parte, possibilità di non accoglierlo
dall’altra: tra questi due poli si svolge la dolorosa vicenda dell’umanità; la
via della liberazione è nell’accettare la luce riaccesa dal Figlio nel cuore
del mondo.
C’è il mondo, c’è Dio; dopo Cristo, il mondo non è più
abbandonato a se stesso, nel suo profondo opera l’energia salvifica del Figlio
come presenza che plasma e guida la materia amorfa verso le sue origini divine.
Quando una coscienza umana l’accoglie comincia ad amare e a sognare; ad amare
le realtà non sottoposte al disfacimento e alla corruzione, a sognare la casa
del Padre dalla quale viene e verso la quale è in
cammino, e così ritrova la sua vera natura di figlia regale.
Il primo incontro con la luce di Cristo rende
consapevole l’anima che la sua avventura, nella carne e nel sangue, è decisiva
e definitiva. O riuscirà a fissare in se stessa la
luce divina, divenendo in tal modo il veicolo della presenza redentiva del Cristo eterno e immanente; o rifiuterà di
lasciarsi fecondare dalla luce e, allora, si spegnerà come scintilla caduta nel
fango. Se accoglierà la luce sarà nell’onda dello spirito vivente, e la sua
vicenda nel mondo, pur incontrando un termine nella morte fisica, non si concluderà per questo, ma di cielo in cielo continuerà la
sua corsa nell’infinito, verso la mèta unica e suprema che è Dio stesso.
La sua vita nel mondo, nella vita terrena e fisica,
assumerà per lei il significato di una necessaria esperienza, che non si conclude nel giro angusto di una vita terrena, in un corpo di
carne.
«Dio amò il mondo tanto da dargli il Figlio unigenito,
perché chi l’accoglie non perisca, ma abbia l’infinita
vita». La vita nel mondo è, per ogni anima, determinante,
è la misura suprema, la suprema prova agonistica; essa decide la vita e la
morte, poiché le permette la valutazione esatta di tutte le sue possibilità.
Se essa, durante l’avventura terrena, si mantiene unita
alla sua vera luce mentale, se non perde per sua colpa
il contatto con Cristo, luce del mondo, vivrà perché Cristo è l’infinita vita. Chi invece, con la volontaria ignoranza, con la volontaria adesione
alle tenebre del mondo, rifiuta la luce rimane nella morte, non essendo in lui
comunicazione di vita e di grazia. Esiste nell’uomo una presenza di luce
che continuamente parla, ammonisce, guida, conforta, illumina, esorta: la
cosiddetta voce della coscienza, che è in realtà l’interiore rapporto spirituale che, trasformato in azione psichica, si
contrappone a quanto nella materia vorrebbe arrestarne il volo. L’uomo sa ciò
che è bene e ciò che è male, nel suo interiore è più che convinto della
necessità di non fermare la sua marcia ascensionale. Nel mondo delle forme, nel
piano dell’esistenza, niente è così sicuro, così fermo, così stabile come egli
sa e sente che sarebbe necessario per rispondere alla sua vera natura. L’uomo
effimero, ma eterno, contrasta con la perennità delle cose labili e queste
realtà labili e perenni cercano in mille modi di fermare, di trattenere quel
principio spirituale portato per sua natura a trascenderle.
La lotta tra le tenebre e la luce è
tutta qui: o l’uomo ascolta la voce del suo spirito interno e trascende la
materia, allora verrà assunto dalla luce del Figlio donato al mondo da Dio, e
in lui sarà confermato illuminandosi, conservando, nella suprema illuminazione,
qualcosa di peculiarmente suo: l’individualità; oppure cede alle lusinghe della
forma, alle suggestioni e agli inganni della tenebra, allora morirà, disperso
nei mille suoi principi costitutivi, distrutto nella sua individuale sostanza,
e questa è la permanenza nella tenebra, opposta alla luminosa certezza del
possesso interiore del regno di Dio. «Questo è il giudizio: chiunque fa cose
vili odia la luce, chi opera nella verità va nella luce».
L’incontro con la luce del Figlio che Dio ha donato
per la salvezza del mondo è un evento interiore che si
effettua nella carne e che mediante il tempo si afferma nell’eternità. L’uomo
da solo ben difficilmente potrebbe riuscirvi, per questo il
Figlio è stato mandato, «perché non uno solo si perda di quanti a lui
furono dati dal Padre». Gli ostacoli che le tenebre oppongono alla luce sono
principalmente tre e tutti di natura mentale: orgoglio e presunzione di sé, in quanto io separato; chiusura egoistica a ogni altra
espressione di vita; rifiuto di aderire alla verità conosciuta, in quanto
implica una necessità di sacrificio. Su questi tre cardini della cattiva
volontà, il potere delle tenebre cerca di agire continuamente per impedire alla
luce di manifestarsi nella coscienza, cosicché venga
rifiutata dalla sua dimora e l’anima rimanga in balia delle forze nemiche.
Quando l’uomo, attraverso lo sforzo di ascesa,
l’esercizio affinante della meditazione, perviene a eliminare questi tre
ostacoli, la luce si spande liberamente in lui, gli si manifesta in pienezza di
conoscimento; alla mente rapita si rivelano le cose occulte; i misteri si
schiariscono; si placano, trovandosi risolti tutti i dubbi.
Quando l’uomo capisce di avere in se stesso la luce
divina, viene rivestito da essa, le sue opere
diventano luminose, perché «in Dio sono compiute». Sia tale uomo colto o
incolto, comunicativo o introverso, abbia in sé la forza che trascina o ne sia privo, quando parlerà tutti lo capiranno, quando tacerà
il suo silenzio sarà più forte e più vero delle parole. Chi si abbandona alla
luce che è in lui, con umiltà profonda, vive nell’amore col quale Dio ha amato
il mondo, non perirà nelle tenebre e vivrà la vita eterna, l’infinita vita
divina.
1
Giovanni Vannucci, «La Luce e le
tenebre», Santissima Trinità, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a
ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano
1984; Pag. 87-89.