PASQUA DI RISURREZIONE1
Ogni anno incontriamo, agli inizi della
primavera, la celebrazione della risurrezione di Cristo. Dobbiamo esser grati
alla Chiesa che, continuamente e insistentemente, dischiude al nostro sguardo,
distratto e spesso incredulo, la visione delle realtà essenziali e ultime.
Possiamo vivere il mistero della
risurrezione in svariate maniere: o considerarlo come un’assurda e commovente
fiaba che evoca delle memorie, dei sentimenti che ci mettono fuori, per qualche
istante, dalla durezza e insignificanza dei tempi; oppure possiamo vedervi la
proiezione di una speranza cieca, che è nel fondo di ogni
cuore, di vedere un giorno la morte abolita da un’onda di vita piena e
luminosa; infine possiamo sentire e vivere il mistero di Cristo e della sua
vittoria sulla morte come qualcosa che ci concerne, perché sperimentiamo che
dalla morte e risurrezione di Cristo discendono quelle energie che intessono il
nostro destino di coscienze redente. Quest’ultima
maniera di vivere la risurrezione, penso sia l’unica per chiunque abbia fede e
senta che le tappe della vita, morte, risurrezione di Cristo segnino
i non evitabili passaggi della coscienza che vuole raggiungere la pienezza
della propria vita.
«Cristo abiti nei vostri cuori mediante
la fede - le forze spirituali introdotte da Cristo nelle coscienze - e possiate esser radicati nell’amore - nella partecipazione alla
vita, alla luce, al fuoco che Cristo ha donato all’uomo», ci ricorda san Paolo
nella lettera agli Efesini (3,17). L’idea
fondamentale dell’esperienza del cristianesimo vissuto è quella del Cristo
interiore: quando si tratta di Cristo è di me stesso che si tratta, di Cristo
che abita nei nostri cuori come forza trasfìguratrice.
Questa certezza, raggiunta per una mutazione di coscienza, rende comprensibili
alcune espressioni del primo cristianesimo: «Non sono io che vivo, ma Cristo
che vive in me» (Gal 2,20); «Finché non dirai di te
stesso che sei mio, Io non sarò pienamente ciò che Io
sono; ma se mi comprendi, con questa cognizione esatta, tu sarai come Me. E per
opera mia che tu divieni ciò che Io sono» (Atti di Giovanni). Cristo, la
Parola incarnata, è la Persona in sé, l’Uomo interiore, il nostro vero Io. Nella prospettiva di questa possibile esperienza di fede,
cerchiamo di penetrare, per quanto le insufficienti parole umane lo permettano,
nel mistero della morte e della risurrezione di Cristo.
La vita è una successione ininterrotta di vita e di morte e nuovamente di vita. Il corpo fisico
continua a vivere grazie al meccanismo del ricambio che elimina le parti
consunte e ne assimila di più fresche. La mente, la
psiche continuano a esser viventi per la capacità di
rinnovarsi che hanno. La morte è la spinta che conduce
ogni aggregato verso l’indifferenziazione, la stasi, l’omogeneità; la vita invece
è la pulsione verso la differenziazione e l’eterogeneità. La prima favorisce la
formazione di sistemi chiusi in se stessi; la seconda moltiplica
gli scambi e le aperture con altri sistemi.
Il tessuto dell’esistenza è composto
dalla perenne lotta tra la morte e la vita; la vita che invade i campi
devastati e li rende nuovamente fecondi, la morte che si adagia sui nuovi virgulti
e lentamente li estingue. Questo su tutti i piani dell’esistenza: la pianta
vive e muore, nel seme riprende il suo ciclo vitale; l’animale vive e muore, nella
generazione la sua vita continua; la mente vive nei pensieri, i pensieri vengono spenti dalla ripetizione, riprendono vigore in nuove
formulazioni; il cuore vive nei sentimenti, a loro volta questi vengono usurati
dall’abitudine, e riprendono vita quando appaiono nuove visioni, nuovi ideali.
Le creazioni dell’uomo, dopo un tempo di intensità, si
affievoliscono, e ciò che prima era stata l’attuazione di grandi speranze, si
trasforma in rattristanti istituzioni, finché non vengano rianimate da nuovi e
più intensi ideali.
Sembra che tutto il fluire
dell’esistenza sia condannato all’annientamento, se non intervenissero, quando
i processi vitali declinano verso l’uniformità della
morte, dei nuovi fattori di intensificazione. Essi nel mondo organico sono i
modelli informativi che risolvono nel senso della ripresa della vita un corso di degradazione; nel mondo della coscienza umana sono gli
interventi della Rivelazione che la salvano dal decadimento.
Il punto centrale nella meditazione
della morte e risurrezione di Cristo è questo: Gesù Cristo è, nella nostra
certezza di fede, la Parola di Dio che presiede alla creazione di tutti gli
esseri, il modello informativo sul quale tutto ciò che esiste viene a
configurarsi, ed è la Parola di Dio che si è fatta carne, che dopo l’evento
dell’Incarnazione non risuona più dall’esterno, ma vibra nel profondo della
creazione che, per questa nuova e interiore sorgente di vita, si dischiude e decisamente s’incammina verso la rigenerazione.
Le creature, una volta nate, entrano nel
regno della morte, lo superano con la moltiplicazione delle generazioni, alla
morte immanente oppongono le nascite. Alcune forme religiose hanno radicato la
fede nell’immortalità nella successione dei padri, dei figli, dei nipoti; altre
nella considerazione del non-valore dell’esistenza storica e nel valore
assoluto del ritorno delle scintille divine, coniugate con la materia, nel loro
incandescente e immateriale fuoco originario.
Gesù Cristo scende dal
seno del Padre nella carne e, per la sua natura umana, è come tutti noi
condannato alla morte, accetta liberamente e volontariamente la morte. La sua
morte è stata voluta dalle leggi costrittive di una
società, e ha rivelato la crudeltà delle leggi della religione del Padre e
insieme l’ingiustizia della morte. L’accettazione volontaria della morte
da parte di Cristo ne rivela l’aspetto
necessario ma non assoluto, e insieme sposta l’accento dalla morte alla vita.
La morte da realtà terrificante acquista il significato di passaggio obbligato a una più intensa vita. Con la morte-risurrezione
di Cristo, la continua morte, cui tutti siamo sottoposti,
viene trasformata in un’assoluta provocazione verso la vita, e diventa libera
accettazione della propria vita e della propria morte.
La verità soprarazionale delle due
nature, divina e umana, di Gesù Cristo è il simbolo dell’eternità della vita
congiunta alla fatalità della morte. Nella morte-risurrezione di Gesù Cri sto, la morte è il punto
luminoso verso il quale tutti siamo in cammino e al
quale porteremo i nostri frutti di vita e di luce.
L’evento della morte-risurrezione
di Gesù Cristo si rivelerà l’inizio di un immenso movimento ascensionale di un
imperativo creatore che ci impone la necessità di
accettare la nostra vita e la nostra morte positivamente, l’ascesi di tutto
l’essere nostro personale per integrare e sublimare ogni energia, per
intensificare la vita della coscienza, che farà passare l’uomo e il suo
universo nella pienezza della luce della risurrezione.
1 Giovanni Vannucci, «Pasqua di Risurrezione», Anno
A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici
Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag.
63-65.