ESSERE CONTINUAMENTE NUOVI

 

 

Il fatto della Resurrezione richiede da noi una grande riflessione, una riflessione che escluda tutti quegli interrogativi che ci portiamo dietro per la nostra educazione storica occidentale. È un fatto descritto dagli evangelisti, ma è un fatto religioso che trascende la storia, quindi non è per niente giustificabile con argomenti storici come - per esempio - potremmo usare per sapere quando è avvenuta la battaglia di Waterloo, come è avvenuta la sconfitta di Napoleone. Questa battaglia è un episodio storico, è un avvenimento, mentre la resurrezione è un evento. C’è una presa di possesso da parte di Dio nella storia dell’umanità, della coscienza dell’uomo, e questa discesa di Dio nella nostra storia si compie nella resurrezione di Cristo alla quale dobbiamo credere, ma credere partecipandovi. E come partecipiamo alla resurrezione? Questa è la grande novità cristiana che viene vissuta, molte volte, anche inconsapevolmente. Molte volte compie la sua opera anche al di fuori della cerchia ufficiale della Chiesa. E come possiamo vivere il mistero della resurrezione, l’evento della resurrezione?

Nel Vangelo di Giovanni la resurrezione è associata al giudizio: ecco, ora, Dio giudica il mondo. E credo che questi due eventi, il giudizio che lo Spirito, attraverso Cristo, dà del mondo e la resurrezione, siano strettamente congiunti. Nella nostra vicenda personale cosa avviene? Avviene questo, che ascoltando le parole del Signore, qualcuna di queste scende nel profondo della nostra coscienza e la illumina, e ci sentiamo giudicati da queste parole. Prendete, per es. “beati i portatori di pace”. Questa parola scende in noi e vediamo tutte le nostre aggressività, le nostre violenze, i nostri comportamenti di durezza, di condanna verso gli altri. Questa parola ci giudica, ma questa parola poi ci fa risorgere in quella pienezza di vita che è Cristo. E allora ascendiamo nel mondo di Cristo come portatori di pace. E così tutte le altre parole di Cristo quando vengono ascoltate nel loro suono primordiale, al di là di tutte le interpretazioni che nel corso della storia umana gli uomini possono aver dato di esse, quando le ascoltiamo nella loro vibrazione pura e tersa del momento in cui sono state pronunziate e dei momenti in cui Cristo le ripronunzia, le ripete a noi, allora avviene questo fatto, che noi ci sentiamo giudicati, cioè vediamo la non cristianità della nostra esistenza e ci incamminiamo come creature risorte ad una nuova luce, ad una nuova vita, ad una nuova potenza spirituale, ci incamminiamo alla realizzazione di queste parole di Cristo.

Se voi guardate la storia della cristianità alla luce della risurrezione di Cristo, operata attraverso la presenza di Cristo nella coscienza dell’uomo e comunicata dalle grandi parole che sono custodite nei Vangeli, voi noterete questo: che spesso la cristianità si trova soddisfatta di se stessa, come chiusa in una organizzazione ben formulata teoricamente e praticamente, con delle dogmatiche perfette ed ineccepibili, con delle direttive morali e giuridiche esatte, con una perfetta sistemazione gerarchica. E improvvisamente, questa società così tranquilla e soddisfatta che identifica se stessa con il regno di Dio compiuto sulla terra, improvvisamente comincia a muoversi e ad esplodere. Nascono delle interpretazioni nuove, delle parole che i cristiani si sono ripetuti per secoli e secoli. Prendete, al tempo di San Francesco, la Chiesa gloriosa e ricca di Innocenzo III, comincia a muoversi perché la parola della povertà “Beati i poveri ché di essi è il regno dei cieli”, questa parola della povertà comincia a vivere nella coscienza di questo umile e grande uomo. E si opera una resurrezione, non soltanto in Francesco, ma in tutta la cristianità.

E potremmo leggere la storia della cristianità, del Cristianesimo, alla luce di queste continue reviviscenze della parola di Cristo, di queste continue resurrezioni. Ciò ci dice che la Parola Incarnata è Cristo e la parola pronunziata dalla Parola Incarnata, dal Verbo incarnato che è Cristo, sono germi di resurrezione e non possono essere racchiusi in nessuna formulazione umana, perché ogni formulazione storica e concreta della parola di Cristo, è sempre inadeguata alla vastità ed alla grandezza della stessa parola. Ed allora, rivivendo in alcune coscienze, la parola di Cristo porta e la coscienza e la ricerca, e le altre coscienze che, tramite questa coscienza illuminata ricevono la parola, portano alla resurrezione e ... .... E questo è un fatto che possiamo constatare e possiamo verificare e al quale noi dobbiamo partecipare. Perché quale è lo scopo di noi cristiani? Mica quello di organizzarci in una società perfetta? Le generazioni che ci hanno preceduto hanno sognato il regno di Dio sulla terra, mentre Cristo ha detto: “il mio regno non è di questo mondo”. È nel mondo dell’anima il regno di Cristo, è nel mondo delle profondità della coscienza umana il regno di Cristo, ed è in continuo divenire, perché la nostra coscienza è sempre al di sotto di quella grandezza che Cristo ha portato nella sua persona e alla quale assume lentamente, nel corso della storia, tutte le coscienze degli uomini attraverso questa fioritura di cristiani perfetti, di cristiani che hanno avuto il coraggio di vivere fino in fondo la Parola Incarnata.

Ed è il nostro scopo questo, di cristiani, di vivere quella parola di vita “le mie parole sono vita”, quella parola di vita che ci è stata consegnata, viverla nella nostra dimensione personale. E tutte le altre mete che appartengono all’uomo e che appartengono quindi anche a noi come uomini viventi in un determinato tempo, sono secondarie per noi cristiani. L’essenziale non è salvare la nostra coscienza ma l’essenziale è diventare i portatori vivi, con tutto il proprio essere, della parola che abbiamo ricevuto, della parola eterna che è germe di vita senza fine, che è germe di resurrezione. Ed allora l’evento della resurrezione noi lo viviamo, lo viviamo insieme alla nostra Chiesa, portando la nostra Chiesa che, come tutte le istituzioni umane, tutte le istituzioni di gruppo, è portata fatalmente a indurirsi, a chiudersi, a essere soddisfatta di se stessa. Ma, credendo nella resurrezione, sappiamo che Cristo non può essere racchiuso in nessun sepolcro, in nessun palco come uomini illustri vengono messi, può essere racchiuso Cristo. E il suo sepolcro è sempre vuoto, e è sempre oltre.

E qualunque formulazione, o personale o sociale noi possiamo dare alle parole di Cristo, è sempre imperfetta, è sempre insufficiente a trasmettere tutta la verità della parola che contiene perché è vita e, come una pianta vivente, non esprime mai tutta la potenza di vita che possiede. Guardate questa quercia che è qui vicino,... avrà un mezzo secolo..., fra altri cento anni sarà ancora più poderosa. Ha la vita, e la vita distrugge sempre la sua forma portandola a più grande vastità, a più grande manifestazione, più potente manifestazione di se stessa. E così è il cristianesimo. È la parola che noi abbiamo ricevuto, e il nostro impegno - vedete - personale, non è né quello di criticare le istituzioni cristiane, né quello di voler portare dentro strutture sociali sempre più affascinanti la parola cristiana, ma è quella di viverla noi personalmente, perché attraverso la continua incarnazione della parola di Cristo, la parola di Cristo si comunica agli altri e opera la trasformazione in seno all’umanità. Quindi il mio compito di cristiano è quello di accogliere, mettendo da parte tutte le interpretazioni, le teologie, le ideologie, che si sono formate nel corso dei secoli, attorno alla parola di Cristo, per poterla cogliere nel suo momento originale, nella sua purezza, nella sua vibrazione prima, e viverla.

Allora sperimenterò in me stesso una resurrezione, una resurrezione continua, cioè una trasfigurazione continua del mio essere, perché ogni realizzazione che posso dare della parola di Cristo è sempre insufficiente. Io devo andare sempre oltre le mie insufficienze per giungere personalmente alla pienezza della realtà umana e divina di Cristo. Ognuno di noi deve giungere alla grandezza di figli di Dio e la grandezza di figli di Dio è del tutto più vasta, più immensa della grandezza dei figli dell’uomo. Questo è il nostro compito: vivere incondizionatamente, appassionatamente e affrontando tutti i rischi possibili, le parole di vita e di resurre­zio­ne che ci sono state consegnate. Allora crederemo veramente alla resurrezione di Cristo e sperimenteremo l’evento della resurrezione di Cristo sentendo che il Cristo è vivente e che quando si innesta con la nostra vita, porta la nostra vita a più forza, a più verità, a più saggezza, a più equilibrio, a più potenza. E il Cristo, allora, risorto in noi, si comunica agli altri attraverso la trasformazione, la trasmutazione della nostra persona singola della nostra individualità che da figlio della carne diventa figlio di Dio.

Ecco, questo mi sembra che sia, almeno per me, il senso di vivere la resurrezione di Cristo: esser continuamente nuovi ma non di una novità che nasce dalla nostra fantasia e dalla nostra immaginazione, di una novità che nasce dalla nostra partecipazione sostanziale, equilibrata, forte, coraggiosa, alle parole grandi, di vita, che ci sono state consegnate. Allora noi risorgiamo, usciamo da quei sepolcri dentro i quali spesso ci troviamo così bene e apprendiamo che Cristo è la vita ed è la resurrezione di noi e di tutti gli altri esseri. E questo è il compito specifico - come si dice oggi - di noi cristiani: di vivere la parola di Cristo, nella sua purezza e nella sua integrità con fedeltà assoluta. Allora comunicheremo agli uomini che, come le donne del Vangelo di oggi, che Cristo è risorto e l’abbiamo incontrato, e lo viviamo.

Quindi per me l’essenza del mistero cristiano è vivere la resurrezione, accogliendo con semplicità quelle energie di vita e di ripresa di vita che Cristo ci comunica attraverso le grandi parole che egli ci ha consegnato. E ci dovremo abituare a metterci in silenzio davanti al Vangelo, senza commenti, al Vangelo, nella sua purezza. Chi ha la fortuna di poterlo leggere nella lingua originale, lo legga nella lingua originale, ma l’importante è mettersi in silenzio davanti alle parole di Cristo e ascoltarle perché discendano in noi e vivifichino tutto il nostro essere in modo da renderlo sempre più corrispondente alla verità luminosa e alla vita ardente di Cristo.

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1 Giovanni Vannucci, omelia tenuta nell’eremo di S. Pietro alle Stinche, Greve in Chianti (FI), durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 18, lunedì 19 Aprile 1976 (Lunedì dell’Angelo), Anno B; registrata su nastro magnetico da Elena Berlanda e trascritta da Consalvo Fontani. Pubblicata da Fraternità di Romena editrice, Pratovecchio (AR), 2005, in Nel cuore dell’essere, pg. 143-148.