LA VOLONTÀ DEL PADRE1
La solennità liturgica di questa domenica costituisce qualcosa di nuovo nella nostra Chiesa. E credo che l’idea di questa festa sia stata determinata da un fatto che tutti conosciamo. Il disfacimento della famiglia tradizionale è un fatto che si compie nella nostra vita e che non possiamo giudicare, perché tutti gli eventi degli uomini spesso sono differenti dalle loro apparenze e spesso nascono dei grandi valori da quello che sul momento ci turba. Ma penso sia stata un’idea giusta quella di ricordarci la famiglia di Betlemme e le grandi parole che Cristo dice alla madre. La madre aveva tutti i diritti - secondo il modello ebraico della famiglia - di rimproverare il figlio di essersi allontanato dai genitori senza aver avvertito e senza aver detto dove andava.
E la risposta
di Cristo è una di quelle parole rivelanti che scendono nel nostro cuore come sono
scese nel cuore dei suoi genitori, che - il Vangelo lo nota espressamente - non
capirono quello che lui aveva detto. E anche noi lentamente comprendiamo le
parole di Cristo, perché le parole di Cristo, a differenza delle parole degli
altri uomini, sono come il grano che viene gettato nella terra e lentamente
porta a fecondità la terra e a maturazione il grano. E lentamente le parole di
Cristo maturano nel nostro spirito, anche se non sempre ne siamo pienamente
coscienti. E la parola che Cristo dà ai genitori costituisce una rottura con il
modello della famiglia veterotestamentaria e romantica.
Nella prima
lettura è stato letto un brano del Vecchio Testamento dove vengono dati dei suggerimenti
puramente pratici: il figlio onori il padre, abbia venerazione e stima di lui
anche quando è vecchio, quando è sclerotico. Tutti consigli che sono veri e che
sentiamo, perché ormai sono penetrati nella nostra coscienza, ma la visione che
Cristo ci dà del nucleo familiare è del tutto diversa. E le sue parole
introducono un’apertura sconfinata. Questo ragazzo di dodici anni che dice alla
madre: non sai che io sono sulla terra non per ripetere un modello, un modello
di figliolo buono, ma io sono sulla terra per compiere la volontà del Padre? Se
noi guardassimo in profondità tutti i movimenti di liberazione della coscienza
umana, li troveremmo sempre fecondati da questa grande parola di Cristo.
Siamo noi
uomini che ci scopriamo sulla terra con un destino nostro personale e
differente, destino che non viene da noi ma viene da sfere di coscienza
differenti, più vaste, più ampie, che ci fecondano e ci nutrono. Vengono da
Dio, vengono dal Padre, e quando prendiamo coscienza di quello che dobbiamo
compiere come creature personali, attraverso il nostro lavoro, soprattutto
attraverso la trasformazione della nostra mente, attraverso i nostri gesti
nuovi, le nostre parole nuove, vediamo che questi ci pongono in uno stato di
difficoltà, di sofferenza, ma di grande libertà nei confronti di quelli che
possono anche non comprendere le nostre parole perché rimasti fermi su altre
posizioni. E queste parole di Cristo sono alla base di tutta quella grande
rivelazione che la coscienza umana ha portato avanti nel corso dei secoli
attraverso lotte, attraverso convulsioni, attraverso guerre, attraverso sofferenze
inaudite, soprattutto di coloro che sono stati portatori di una parola più
vera, una parola più liberatrice del divenire della coscienza umana. E queste
grandi parole scendono nella materia e creano dei contrasti. Ma lentamente,
attraverso il contrasto, la materia si trasforma e ascende.
Come vi
dicevo, se noi ben consideriamo, da un punto di vista universale - come se noi
dovessimo vivere mille anni e quindi potessimo contemplare la nostra vita di
cento anni fa e vedere la nostra vita ancora svolgersi per novecento anni -
vedremmo che tutte queste trasformazioni sono operate da una esperienza di
vita. E ogni uomo che prende coscienza di essere chiamato a “compiere le cose
del Padre”, si sente differente, ma libero. Soffrirà, ma porterà la novità
delle sue conquiste personali, che sono conquiste di coscienza, e che trasmetteranno
agli altri uomini le grandi parole liberatrici: perché una delle più grandi
tentazioni della nostra vita è quella di diventare dei ripetitori di un
passato; e quando ripetiamo un passato noi siamo fermi, siamo statici, siamo
morti; come un albero che cessa di crescere, è morto. Come se il nostro corpo
cessasse di crescere e di subire tutte quelle trasformazioni di ricambio,
sarebbe morto. E la vita è un continuo passaggio da novità a novità, e la vita
della nostra coscienza è un continuo passaggio da novità a novità.
Ora, queste
novità non nascono da noi, non nascono da un ragionamento umano. Non siamo noi
che diciamo: dobbiamo far questo perché la vita sia migliore, sia più perfetta.
Perché, se osservate, anche nella storia ogni volta che si è concretizzato un
movimento ideologico che ha tentato di dare agli uomini un maggiore benessere,
anche una maggiore libertà, quando questo movimento si è storicizzato, vediamo
che il benessere non è quello che si era sperato e con stupore notiamo che c’è
un accrescimento di carcere, di persecuzioni, di polizia, come nei nostri mondi
moderni di cui siamo tanto orgogliosi. Se voi fate un computo per percentuali
di carcere, per percentuali di uomini fra il medioevo e i nostri tempi,
rimanete molto sorpresi. Nel nostro tempo ci sono molte più carceri che non nel
medioevo; nel nostro tempo ci sono più manicomi che non nel medioevo. Allora il
nostro progresso è un progresso che è nato da convenzioni umane, non dalla
parola di Dio.
Perché vedete,
la parola di Dio scende in ogni uomo e ogni uomo è chiamato sulla terra a compiere
la volontà del Padre, non la volontà di un altro uomo, di nessun altro uomo.
Siamo portati, noi, a miticizzare le persone: il grande santo, il grande
saggio, il grande condottiero, il grande despota, il grande sacerdote. Siamo
portati a miticizzare perché in noi c’è una pigrizia che ci porta a non assumerci
tutte le nostre responsabilità di pensiero, e poi in noi c’è una pigrizia che
ci porta a ripetere il passato. E ecco, la grande parola di Cristo detta ai
suoi genitori, rompeva il modello della famiglia ebraico-romana: io, figlio
dodicenne, sono sulla terra non per compiere la volontà né di Giuseppe né di
Maria, ma la volontà del Padre che è nei cieli.
Quindi una
volontà infinita che scende nella volontà dell’uomo, e la feconda e la rende
infinita come la stessa volontà di Dio. E questo forse ancora non l’abbiamo
pienamente compreso, ma il fatto che ci deve dare una grande speranza è che
questa parola è immanente nella coscienza umana e porta la coscienza umana a
trascendere tutti i suoi limiti, tutte le sue piccole realizzazioni
nell’aprirsi all’infinita coscienza della volontà del Padre. Allora saremo perfettamente
liberi. E anche noi siamo sulla terra a compiere non la nostra volontà, né la
volontà di un capo di partito, né la volontà di un capo di Chiesa, né la
volontà di un grande uomo. Se guardate, anche i movimenti giovanili di rottura
si appellano sempre al grande padre e in questo falliscono, perché la libertà
della nostra conquista personale attraverso sforzi, sacrifici e rinunce, è
nobiltà di coscienza, nobiltà di animo.
Quando
comprenderemo questo allora sentiremo operante in noi la parola di Cristo: noi
siamo sulla terra a compiere la volontà del Padre nostro che è nei cieli.
Allora mi direte: la famiglia finirà? La famiglia si ricomporrà in un rispetto
maggiore, in una attenzione maggiore a tutti i membri della famiglia,
attenzione che nasce dalla consapevolezza che ogni figlio, come il padre e la
madre, sono sulla terra non per copiare un qualunque modello, ma per compiere
la volontà di Dio, e la volontà di Dio scende in ognuno di noi e vuole delle
risposte nostre, personali, perché ognuno di noi ha un suo compito. Il mio
compito non lo posso affidare a nessuno senza tradire me stesso e senza tradire
Dio, come ciascuno di noi non può affidare a un altro il compimento del proprio
compito personale. E come lo scopriamo? Liberandoci da tutte le ideologie, da
tutto quel frastornamento di parole che occupa continuamente il nostro pensiero
e mettendoci in silenzio per capire quel che dobbiamo fare sulla terra, come
portatori del mistero di Dio e come chiamati a compiere non la nostra volontà,
né la volontà degli uomini, ma la volontà del Padre nostro che è nei cieli, che
è al di sopra di tutte le volontà umane, anche delle nostre, e combacia con la
nostra volontà quando noi abdichiamo alle nostre piccole prospettive, alle
nostre limitate vedute e ci abbandoniamo a quel volere infinito e inesprimibile
che è il volere del Padre nostro che è nei cieli.
1
Giovanni Vannucci,
Omelia pronunciata domenica 26 dicembre 1976 durante il rito eucaristico
pomeridiano delle ore 18 nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in
Chianti, FI). In Ogni uomo è una zolla di terra, 1a ed. Borla
editrice, Roma, aprile 1999, La volontà del Padre, pag. 119-124 Festività della
sacra famiglia - Anno C.