L’INFINITA
COSCIENZA1
In un’ora di grande
intimità con i discepoli. Gesù domandò
loro: «Cosa dice la gente che io sia?». Ed essi risposero: «Per qualcuno tu sei
Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri ancora un antico profeta
tornato nella vita». «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro prese la parola e
disse: «II Cristo di Dio». Gesù proibì loro di dirlo ad alcuno. Quindi disse
chi era lui stesso e chi sarebbero stati i suoi seguaci: «II Figlio dell’Uomo
deve soffrire, venir riprovato, essere ucciso e risorgere il terzo giorno».
Dopo aver descritto la sua realtà personale continua il discorso con delle
affermazioni che, a prima vista, possono sembrare fuori contesto: «Chi mi vuol
seguire, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Chi vuoi salvare la
propria vita, la perde; chi la perderà, la salva» (cfr.
Lc 9,18-24).
La sequela delle parole di Cristo è questa:
proibizione ai discepoli di dire che egli è il Cristo, il Messia, il che
equivale a un suo rifiuto di tale titolo; affermazione della sua sconcertante
realtà: egli è colui che dovrà essere ucciso dalle autorità della sua terra, ma
che risorgerà il terzo giorno; i suoi discepoli lo seguiranno nella sua paradossale
via: faranno gettito, come lui, della propria vita al fine di possederla
veramente.
Cristo nasce alla vera vita accettando la morte, il
discepolo trova la vita gettandola allo sbaraglio. Quasi abbia detto: io sono
il mistero della morte-risurrezione; voi, miei
discepoli, siete chiamati a vivere il mio dramma di rinuncia alla vita per ritrovarla
nella sua verità. Tenendo conto di questa novità di coscienza possiamo
comprendere il motivo della proibizione di rivelarlo alla gente come il Cristo,
il Messia.
La figura del Messia nella tradizione ebraica, e
quindi nel pensiero dei discepoli, era quella di un condottiero con la corona e
la spada, di un capo di eserciti, oppure - come una recente esegesi ama
presentarlo - di un agitatore, di un ribelle poco fortunato. La proibizione ai
discepoli di rappresentarlo come il Messia condottiero, e la descrizione che fa
di se stesso: dovrò affrontare la morte per risorgere, vogliono dire che Gesù
Cristo non ha alcun mezzo di azione fisica; se l’avesse, o se volesse servirsene,
non sarebbe «colui che getta la propria vita per veramente possederla» (Lc 9, 24).
L’episodio evangelico riportato in Lc 9, 18-24
è uno di quegli avvenimenti della vita di Cristo che rimangono eterni, nella
successiva storia della coscienza umana. Egli è ancora, in questo momento, in
mezzo a noi suoi discepoli e ancora continua a chiederci: «Chi dite che io
sia?» (Lc 9, 20). E continua a proibirci di nominarlo
con delle figure di potenza terrena: non dite che io sono il Messia trionfatore
e guida di eserciti, prendete la vostra croce come io prendo la mia, gettate la
vostra vita allo sbaraglio come io getto la mia, e comprenderete che io sono il
senza Nome; ponete fine a tutte le designazioni potenti della mia realtà,
comprenderete che con la mia venuta non inizia un nuovo regno terreno, ma un
nuovo stato di coscienza, che distruggerà dalla vostra mente tutte le immagini
acquisite del mistero divino e vi ricondurrà nell’infinita, incondizionata
coscienza divina.
Nell’incontro
personale con l’annuncio evangelico i nomi con cui viene designato sono
relativi, spesso impropri, in quanto esprimono, accanto al mistero essenziale,
delle proiezioni di coscienze non pienamente illuminate; ciò che invece ci attrae
e ci rende inquieti è l’invito ad andare oltre, il necessario morire per rinascere
in forme di coscienza sempre più vaste e in un continuo superamento dei limiti.
L’annuncio evangelico esige da noi un radicale
cambiamento di coscienza, che, una volta iniziato, non si fermerà nel suo
movimento di distruzione e di creazione finché non contempleremo faccia a
faccia il mistero divino.
Dare un nome al mistero della Parola eterna incarnata
in Gesù Cristo è limitarlo, solidificarlo, togliergli ogni energia vitale. La
Parola incarnata è l’assoluta coscienza divina in atto, che nel mondo sensibile
appare come energia che distrugge per creare, crea per distruggere, il cui moto
si placherà quando tutto e tutti saranno ritornati nell’unità della prima
sorgente. Anche la Risurrezione è la distruzione del corpo fisico di Gesù e il
suo passaggio a una diversa dimensione, dove anche la carne è trasfigurata in
una libertà che non conosce nei limiti delle cose sensibili.
Gesù Cristo è un
Nome, anzi il Nome, il cui contenuto è di non poter essere espresso da nessun nome,
la cui realtà ultima e inesprimibile costituisce il punto in cui convergono tutte
le figure religiose e ove si depotenziano trasfigurandosi in lui. «Chi vede me,
in questo rapporto essenziale, vede l’incommensurabile coscienza del Padre, e
in essa vede anche il più ignorato dei fratelli nel suo valore esatto di
creatura chiamata a raggiungere l’infinito di Dio».
Quando questa
illuminazione, l’incontro con il mistero del Figlio di Dio e del Figlio
dell’Uomo, si compie, scende nell’umana coscienza un’onda di vita esaltante,
che distrugge quanto la mente ha formulato con le sue misure limitanti, quanto
la nostra inerzia ha potuto costruire in dottrine, istituzioni, ripetizioni di
riti e di preghiere, di false evidenze, di idolatrie, e, con anima piena e
libera, possiamo contemplare l’innominabile realtà di Dio e del suo Cristo.
Giovanni Vannucci, «L’infinita coscienza», 12a domenica del tempo ordinario. Anno C. In La Vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985, Pag. 142-144.