GETTARE LA PROPRIA VITA1
Come altre volte vi ho detto, penso che la realtà di Cristo sia la
realtà di tutti gli uomini in lui compiuta nella perfezione, nella totalità. E
quando Cristo domanda ai discepoli: “Chi dite voi che io sia?” e Pietro risponde:
“Tu sei il Cristo, il Cristo di Dio, il Consacrato di Dio”, egli ingiunge due
cose ai discepoli: la prima, di non dirlo a nessuno; e la seconda, spiega cosa
significa il Cristo, il Figlio di Dio, cioè l’essenza consacrata dell’uomo che
in Cristo si è verificata pienamente.
“Non ditelo a nessuno”. Dovremmo riflettere molto, noi, su questa parola
di Cristo perché, a mio parere, prima di dire quello che è Cristo, lo dobbiamo
scoprire e vivere in noi. Una delle grandi illusioni di noi uomini, quella di
credere che possiamo raggiungere l’essenza del mistero delle cose, la verità
ultima delle cose attraverso le parole. Le parole sono un grande inganno perché
ci persuadono, distraendoci dalla nostra ricerca essenziale, di aver raggiunto
la verità, di aver raggiunto l’essenza del nostro essere e di tutte le cose. E
allora parliamo molto, ma queste parole ci annegano, ci affogano e ci
impediscono di giungere a contatto diretto con il mistero profondo
dell’esistenza del tutto, col mistero profondo dell’essere.
Se voi osservate, nella vostra vita, le vostre parole, noterete questo:
quando uno di noi pensa di avere una qualche esperienza spirituale o religiosa,
ha subito il bisogno di parlarne, di dirlo, di ricoprirla di teorie, di
comunicarla attraverso dei discorsi incessanti. Dall’ultimo Concilio Vaticano
ad oggi, noi siamo inondati di parole, di libri su libri, per spiegare il mistero
della Chiesa, il mistero del cristianesimo, di Cristo, dei sacramenti, e tutto
questo parlare ci allontana dalla riflessione essenziale che noi dobbiamo fare
e che ci è possibile realizzare e attuare soltanto quando ci mettiamo di fronte
al mistero, personalmente. E questo mettersi di fronte chiede a noi un grande
silenzio. E, forse, abbiamo dimenticato troppo, con le parole, il mistero del
Cristo. Se avessimo conservato la consegna di Cristo: non lo dite a nessuno! Perché
prima di dirlo dobbiamo attuare quello che è il mistero del Figlio dell’Uomo:
il Figlio dell’Uomo verrà consegnato in mano dei custodi di tutte le
tradizioni, delle tradizioni solidificate, che lo uccideranno, ma la morte non
sarà che morte apparente, perché risorgerà a pienezza di vita.
Sempre in questo contesto di rivelazione è la natura profonda
dell’essere, questo morire incessante per risorgere e questa sperimentazione
alla quale noi siamo chiamati. Cristo dice:
anche voi dovete rinunciare al vostro io, perché chi non rinuncia alla propria
vita, la perde, e chi rinuncia alla propria vita, trova la vita; chi getta allo
sbaraglio la propria vita, trova la vita; chi invece la conserva avidamente per
sé rimane chiuso in questo possesso della vita e la perde. Se voi prendete un
fiore e lo solidificate con un processo chimico, una rosa, la rosa che è qui
fuori della pieve; è bella, la prendete e la solidificate, cosa succede? La
rosa non è più viva, perché la rosa deve appassire, deve morire, deve fare un
nuovo germe per continuare la sua vita di rosa. Questo noi l’abbiamo fatto
quando abbiamo dato una definizione del nostro cristianesimo, della nostra
religiosità, e viviamo bene dentro questa definizione, ma siamo già morti,
perché la vita, come vi ho detto altre volte, è un continuo passaggio di forma in forma, di
figura in figura, è un implacabile andare avanti, è un costante gettare la
propria vita per ritrovare la nostra vita in una risurrezione sempre nuova e
sempre infinita.
Allora il portare la croce che indica il mistero di Cristo - e il
mistero anche di noi cristiani - significa accettare la vita in questa
rinnovazione e mutazione continua, perché quando ci chiudiamo o quando la
nostra esperienza personale si chiude in se stessa, allora il germe vitale del
nostro essere viene soffocato. Quando l’artista pensa di aver raggiunto la
perfezione della forma e comincia a ripetersi è finito. Così, quando noi, nella
nostra vita mentale, psicologica e anche fisica, crediamo di aver raggiunto la
bellezza, è il momento in cui moriamo. Non è così nell’amore umano? Se due
sposi non vivono ogni giorno la morte e la risurrezione del loro amore, il loro
amore finisce. Se la nostra amicizia con gli altri non è continuamente
rinnovata, l’amicizia finisce. Se la mia vita fisica continuamente non si
rinnova, la mia vita finisce. Questa è la grande legge dell’esistenza.
Dobbiamo sentire così il mistero del Cristo, il mistero del Figlio dell’Uomo.
Il mistero di Cristo è il nostro mistero, questo continuo andare avanti senza
mai solidificarsi, questo rinnovamento continuo dell’esistenza. Ogni giorno
deve essere per noi il primo giorno dell’esistenza. Ogni nostro sentimento che
abbiamo avuto ieri deve morire oggi per rinnovarsi con maggiore intensità,
maggiore purezza, maggiore verità. Ogni nostro pensiero bisogna che sia continuamente
rinnovato, rinfrescato, rivivificato, perché la vita
è questa. Ecco, il Figlio dell’Uomo - e qui dovremo liberarci da ogni
interpretazione posteriore che è stata fatta del mistero di Cristo, di
riscatto, di redenzione - il Figlio dell’Uomo ci ha rivelato così l’essenza della
vita, il mistero stesso di Dio. Dio si consuma continuamente nella creazione,
muore ogni giorno e risorge ad ogni alba, sempre nuovo, sempre nuovo. E questo
è apparso in Cristo, lo possiamo verificare in Cristo: incontra le tradizioni
religiose e civili del suo tempo, solidificate, vogliono opprimerlo e Cristo
rompe il sepolcro e risorge.
Questa è anche la vicenda quotidiana del nostro esistere: dobbiamo
essere sempre nuovi, nuovi nel pensiero, nel sentimento, nella volontà,
nell’amore per le cose; continuamente dobbiamo essere pronti a gettare tutto il
nostro passato, perché l’alba ci ritrovi freschi e puri per ricominciare la
nostra esistenza e la nostra vita. Ora, questo va contro la nostra natura; è questo
l’egoismo che dobbiamo vincere, perché la nostra natura è portata a costruire
le case comode e a starci bene dentro, è portata a costruire delle strutture
perfette dentro le quali stiamo molto comodamente. E invece la verità profonda
del nostro essere ci spinge ad andare oltre.
Il Figlio dell’Uomo non ha una pietra dove posare il capo né una tana
dove pernottare. Perché, vedete, se questo diventa un fatto cosciente della
nostra vita, allora non abbiamo paura della vita. Se guardate la nostra
società, vedete che la molla fondamentale che la muove è la paura: paura della
novità, del domani, di quello che ci succederà domani. Se invece in noi c’è la
forza di scrollarci di dosso questa paura, allora vivremo una continua
risurrezione, cioè una risurrezione che non conosce morte.
Noi cristiani siamo chiamati a vivere la nostra vita con piena
partecipazione e con una continua apertura alle realtà che avvengono
nell’esistenza di cui facciamo parte. Perché noi ci possiamo chiudere, possiamo
costruire tutti i nostri edifici, possiamo costruire le nostre società di
assicurazione più perfette, possiamo costruire gli imperi più grandi e
all’apparenza più duraturi, e poi improvvisamente si solleva un soffio
misterioso nella coscienza di tutti gli uomini, che travolge tutte le nostre
strutture più perfette. Quante cose abbiamo visto tramontare durante la nostra
esistenza, e le credevamo permanenti!
Se comprendiamo
che questa è la legge profonda del mistero dell’esistenza, un rinnovarsi
continuo, un andare avanti continuo, un gettare sempre oltre i confini la
nostra vita, allora possiamo vivere con più pace, con più serenità e con più
partecipazione al mistero di morte e di risurrezione che è il mistero
cristiano, il mistero di Cristo e il mistero della nostra vita di uomini. Così,
concludendo queste poche riflessioni sulle parole di Cristo, finisco col
ripetervi quello che vi ho letto: chi ritiene avidamente la propria vita, la
perde; chi getta la propria vita, la trova, potenziata, per una risurrezione e
per un rinnovamento di vita.
1 Giovanni Vannucci, omelia pronunciata domenica 19 giugno 1977 durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 19 nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti, FI). In Ogni uomo è una zolla di terra, 1a ed. Borla editrice, Roma, aprile 1999, «Gettare la propria vita», pag. 193-197, 12a domenica del tempo ordinario - Anno C.