ESSERE CREATURE NUOVE1
Ricordiamo
oggi l’evento della Pentecoste, della discesa dello Spirito santo sugli apostoli
riuniti nel cenacolo a Gerusalemme. Dobbiamo riflettere su alcuni punti che mi
sembrano importanti ed essenziali di questo evento. Prima di tutto dobbiamo
domandarci: cosa è avvenuto negli apostoli? Prima del giorno della discesa
dello Spirito santo vediamo gli apostoli con delle caratteristiche prettamente
umane, li vediamo entusiasti e pavidi, pronti a seguire Cristo e pronti a
tradirlo; anche dopo la sua risurrezione li vediamo chiusi nel cenacolo per
paura, non ancora aperti a quell’evento che si era compiuto in Cristo e non
ancora pronti ad annunciarlo a tutte le genti. Dopo la Pentecoste sono
totalmente trasformati. Hanno la certezza che il Cristo, col quale hanno
vissuto e col quale hanno avuto una consuetudine di amicizia e di discepolato, è la nuova immagine di Dio che è apparsa sulla
terra. E allora non paventano più né le autorità religiose del loro popolo, né
le autorità civili, non paventano più i sacrifici, non hanno più timore delle
persone e questi pescatori indotti vengono lanciati ad annunciare la nuova
verità che si era manifestata in Cristo.
Come mai
questa trasformazione? Io penso sia stata una violenza che hanno subìto da Dio: la loro mente pavida e incerta è divenuta
solida, sicura, non fanatica, ma sicura di quello che annunciavano. Il loro
coraggio diventa intenso e forte, senza tentennamenti, e infatti vediamo che
poi, nel corso del tempo, operano con coraggio, con una dedizione che non ci saremmo
aspettata da questi uomini. E sanno affrontare serenamente la morte. Poi in
loro avviene anche un altro cambiamento: da uomini singoli legati a una razza,
a un paese, a una cultura, diventano uomini universali. La loro lingua è compresa
da tutti: c’erano degli arabi, dei romani, dei greci, degli ebrei di diverse
provenienze, quindi di diverse lingue, e quando gli apostoli parlano tutti li
comprendono. È il miracolo della trasformazione dell’uomo interiore che è stato
compiuto, come ho detto, con un atto di violenza da Dio. E quando gli apostoli
presenti nel cenacolo parlano, hanno la certezza che Cristo è la nuova
rivelazione di Dio e lo comunicano senza trepidazione, senza incertezze, senza
lotta, senza sofferenza.
Se voi
confrontate le lettere di Paolo con le lettere di Pietro, di Giacomo o di Giovanni,
troverete questa differenza: le lettere dei tre apostoli che hanno vissuto la
trasformazione operata dallo Spirito santo nel cenacolo, non contengono dubbi.
Sono affermazioni impersonali di certezze che vivono nella coscienza di uomini.
Leggete invece le lettere di Paolo. Ci troverete una lotta, un dramma continuo,
dello spirito di Paolo col mistero divino. E si può seguire, attraverso
l’epistolario di Paolo, una progressiva trasformazione e ascesa dello spirito
di quest’uomo verso il mistero divino. Il timbro personale delle lettere di
Paolo è molto pesante e, alle volte, dà noia. Nelle altre lettere, invece, non
c’è timbro personale. Leggete il vangelo di Giovanni e vedrete: la figura di
Giovanni scompare di fronte alle parole che annunzia. C’è una saggezza che ha
invaso la mente di questi uomini e che si comunica direttamente, tramite la
loro mente, la loro parola, i loro scritti, ma indipendentemente dalla loro
personalità, a differenza, invece, delle lettere di Paolo. Potete fare questo
confronto che, oltre a farvi leggere una parte notevole del Nuovo Testamento,
vi aiuterà a comprendere il miracolo che si è compiuto il giorno della
Pentecoste: Iddio si è quasi sostituito all’io personale di questi uomini, e
quando essi parlavano, non parlavano in nome di un loro pensiero, del risultato
di una serie di loro pensieri, ma annunciavano una conoscenza che in loro era
discesa dall’alto.
E poi c’è un
altro aspetto che mi sembra importante e che noi cattolici dobbiamo recuperare
per amore della nostra Chiesa: lo Spirito santo discende sugli apostoli non
come un grosso globo di fuoco, una massa luminosa che tutti investe, ma
discende come tante fiammelle, sul capo di Pietro, della Vergine, di Giovanni e
degli altri apostoli, come tante fiammelle. Ciò significa che il dono dello
Spirito concesso a ciascuno è proporzionato alla capacità recettiva di
ciascuno, è rispettoso della personalità di ciascuno. Chi possiede, nella
Chiesa, lo Spirito santo? Tutti noi, dal Papa fino all’ultimo dei fedeli. E
ognuno ha una porzione dello Spirito santo. Lo spirito di massificazione
distrugge la Chiesa e se questo è avvenuto nel corso dei secoli per necessità
storiche, debolezze umane, lo dobbiamo riuscire a superare, perché in me c’è lo
Spirito e in ciascuno di voi c’è lo Spirito, in ogni uomo che crede in Cristo
c’è lo Spirito, e questo Spirito è commisurato alla personalità di ciascuno.
Noi, non come
gli apostoli ma come san Paolo, dobbiamo faticosamente conquistare questo
Spirito attraverso il dominio di tutta la nostra realtà umana, dal corpo al
sentimento, all’intelligenza, all’immaginazione, al nostro io. Quando saremo
riusciti a conquistare la nostra personalità, a un certo momento ci dovremo
scrollare di dosso il nostro io personale perché in noi discenda lo Spirito. Ma
lo Spirito discenderà in noi secondo la misura della nostra personalità e non
altererà la nostra personalità. Allora il mio pensiero diventa il pensiero di
Dio, il pensiero dello Spirito, il mio sentimento è il sentimento dello
Spirito, il mio amore è l’amore dello Spirito e il mio corpo porterà
inevitabilmente quella luminosità che vive nell’interno del mio essere. Io sarò
riordinato nello Spirito.
Non sarò
l’unico possessore dello Spirito, anche se l’ho conquistato faticosamente attraverso
una dedizione, una ascesi, un continuo controllo di me stesso. Non sarò l’unico
possessore dello Spirito nella Chiesa, ma tutti coloro che riescono ad
ascendere sono i portatori dello Spirito. E allora i nostri rapporti tra
cristiani non sono i rapporti che sono necessari in un esercito che ha un
compito di conquista o di difesa, un compito che deve essere ben ordinato e
deve poi ascendere e rimontare al generale in capo. Tra noi cristiani i
rapporti sono differenti: ognuno deve venerare i doni dello Spirito che sono
nell’altro, il Papa deve venerare i doni dello Spirito che sono in me, che sono
in ciascuno di voi. Allora i nostri rapporti non devono essere rapporti di
autorità, di violenza, ma devono essere rapporti di profondo rispetto, perché
la Chiesa non è una società autoritaria, ma è una società chiamata ad
annunciare un mistero che trascende tutte le visioni e le possibili
realizzazioni immaginate dall’uomo. Siamo tutti annunciatori dello Spirito e lo
Spirito lo annunciamo in una maniera sempre più perfetta e viva conformemente
alla nostra ascesa nel mistero dello Spirito. E allora si ha la Chiesa, perché
la Chiesa è una cattedrale ben composta, non è una massa di pietrame, e nella
cattedrale ogni pietra è al suo posto. San Pietro ci dice: voi siete le pietre
viventi del tempio di Dio.
Ecco, di
questo dobbiamo riprendere coscienza, non per contestazione o per ribellione ma
perché la nostra Chiesa deve costruirsi su questi rapporti di rispetto profondo,
di attenzione profonda agli altri. Infatti, quando la nostra Chiesa si è chiusa
nell’autoritarismo, cos’è avvenuto? Noi ci siamo chiusi anche nei nostri
piccoli particolarismi: la Chiesa latina, la Chiesa inglese, la Chiesa
germanica, la Chiesa greca, la Chiesa copta, la
Chiesa russa. Ci siamo chiusi. Ma lo Spirito invece universalizza e l’universalizzazione significa che io, italiano, devo rispettare
l’io russo, devo rispettare l’indiano, l’egiziano, l’arabo, perché anche in
loro c’è lo Spirito e anche loro ascendono verso la pienezza della verità dello
Spirito. Allora il nostro linguaggio diventerà un linguaggio universale: io
parlerò italiano, però il russo sentirà che in me c’è uno sguardo, c’è un
amore, c’è un’attenzione, c’è una partecipazione al suo modo differente di
essere che non lo respinge, ma lo abbraccia, perché insieme al russo, insieme
all’americano, io devo costruire questo nuovo tempio per il corpo vivente dello
Spirito.
Sono alcuni
pensieri che vi ho comunicato in questo grande giorno della Pentecoste ed è questo
evento sopra il quale noi dobbiamo continuamente ritornare per poter
comprendere la nostra funzione, la nostra missione dentro la Chiesa, che è
personale prima di tutto, cioè io devo raggiungere lo Spirito e devo vivere
nello Spirito. Una volta trasformato dallo Spirito, la mia azione poi diventa
collettiva, di rapporto con gli altri, ma se io rimango chiuso nei miei particolarismi,
nel mio io egoistico, posso ben pensare di essere un membro della Chiesa, ma
non sono un membro vivo della Chiesa, non sono una pietra vivente, sono un
sasso che ancora aspetta la mano del costruttore perché lo collochi nel suo
posto preciso. E il costruttore non mi prenderà mai fin tanto che io non dirò:
sono pronto.
Ecco,
dobbiamo prepararci a questa disponibilità totale nelle mani dello Spirito per
poter diventare il grande tempio, che non è costruito da mano d’uomo, e che Dio
costruisce nello svolgimento dei secoli, nell’umanità, lentamente e
pazientemente, attraverso tutti gli individui che rispondono al suo appello di
grazia e di vita. Allora la Chiesa diventa una Chiesa vivente, dove ci sono
scambi di vita e scambi d’amore, dove l’egoismo cessa di separare, di dividere
gli uomini e dove regna un solo soffio, un solo respiro, dove la respirazione
dell’uno è la respirazione dell’altro, dove uno respira lo stesso soffio divino
e dove tutti respirano lo stesso soffio divino e in tutti c’è una circolazione
animata da uno spirito che viene dallo Spirito santo.
Allora tutti saremo delle creature nuove e la nostra Chiesa sarà una creatura nuova. Cerchiamo di raggiungere pazientemente il vertice dello Spirito e, se vogliamo sapere se siamo persone dello Spirito, guardiamo, confrontiamoci con l’umanità. Se siamo divisi dagli altri, noi ancora non viviamo lo Spirito. Se io sono diviso dall’altro per un’idea religiosa, non partecipo allo Spirito. Se io sono diviso dagli altri per una mia idea politica, non partecipo allo Spirito. Se io sono diviso dagli altri perché ho dei possedimenti, ho delle ricchezze, ho qualcosa che mi fa sentire potente in mezzo agli altri, io non partecipo allo Spirito. E la demolizione di tutte queste pareti che ci separano dagli altri deve compiersi personalmente. Avremo una Chiesa nuova e un’umanità nuova, quando lo Spirito sarà il legame profondo che unisce tutte noi creature alla sorgente dalla quale lo Spirito discende, che è la sorgente divina.
1
Giovanni Vannucci,
omelia pronunciata domenica 29 maggio 1977, Festività di Pentecoste, Anno C,
durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 18, nell’eremo di San Pietro
alle Stinche - Greve in Chianti - FI. Registrata su nastro magnetico e
trascritta da Consalvo Fontani. Pubblicata in Ogni uomo è una zolla di terra,
Borla editore, Roma, 1999. «Essere creature nuove» pag. 186-191.