LA CARNE E IL SANGUE1
Le parole della lettura del Vangelo: «Io sono il Pane
disceso dal ciclo... Chi mangia la mia carne e beve il
mio sangue ha la vita eterna» (Gv 6, 51.54),
costituiscono l’atmosfera religiosa della solennità del Corpo e del Sangue del
Signore, del Pane e del Vino che consumiamo nella celebrazione eucaristica.
Il pane e il vino
costituiscono gli alimenti basilari e archetipici
dell’umanità mediterranea; Cristo, scegliendoli come il supporto della sua
presenza, viva e operosa, nell’umana coscienza, ha fatto una scelta simbolica
strettamente aderente all’esperienza che del pane e del vino, del grano e della
vite, l’uomo mediterraneo aveva; esprimendone il significato, ha rivelato di
esserne il compimento. La vita di Gesù è accompagnata da questi due
elementi: a Cana trasforma l’acqua in vino, varie
volte moltiplica i pani, di se stesso afferma: «Io sono il pane disceso dal
cielo», nell’ultima cena distribuisce il pane e il vino designandoli come suo
corpo e suo sangue.
Il significato del pane condensa i quattro elementi
fondamentali del mistero del cosmo: solido col glutine, liquido
con l’acqua, gassoso con la fermentazione, calorico con la
cottura. Il pane è un alimento così legato all’uomo che le varie tecniche della
panificazione segnano le tappe che la coscienza umana, in Occidente, ha
raggiunto nel suo cammino verso l’individuazione. Popoli in cui
l’individualismo prevale hanno numerosi e differenti modi di panificazione;
popoli, invece, in cui predomina la coscienza di gruppo e di massa, hanno una
panificazione uniforme. Il pane ha un rapporto molto stretto con l’iniziazione
cristiana, né poteva essere altrimenti, poiché il cristianesimo, dal punto di
vista della formazione della coscienza personale, spinge l’uomo al superamento di tutti gli io legati al sangue, alla carne, alla
razza, al gruppo, perché possa affermare di se stesso, in piena libertà, un io
spogliato da tutte le qualificazioni: l’Io sono figlio di Dio.
Il vino, che risulta dalla
fermentazione alcolica degli zuccheri maturati nei grappoli, introduce, in chi
lo beve, movimento, euforia, ebbrezza. Nell’antichità classica la vite e il
vino erano collegati al culto di Dioniso, la divinità delle tenebre, della
creatività e della libertà. Quando l’alcol agisce nella mente, essa viene disarticolata e può vedere la realtà, non più attraverso
le consuete griglie culturali, ma con intuizioni che se da una parte la mettono
nella paradossale situazione dell’uomo del sotterraneo, dall’altra le lasciano
intravedere dei bagliori di una meno condizionata verità.
Il pane ha una sua ben definita forma, il vino in sé ne è privo, e ha bisogno di vasi per non espandersi. Questo
fatto è vero anche per la carne corporea e per il sangue: il corpo fisico ha
una sua forma, ben solida e strutturata; il sangue, invece, è privo di forma ed
è tenuto dai vasi sanguigni e dal cuore, col suo calore rende possibile
all’uomo di affermarsi nei suoi impulsi e sentimenti, il corpo e il sangue son chiamati a una stretta
collaborazione se si vogliono evitare delle alterazioni; prevalendo il corpo,
la forma consolidata, la mente diventa dura, rigida, priva di vita nel
pensiero; se prevale il sangue, l’uomo può perdersi in bramosie, in istinti e
passioni.
Cristo trasforma il pane nel suo corpo, il vino nel
suo sangue; consumando il pane transustanziato l’uomo
accoglie nella sua carne le energie divine che la risanano,
rendendola viva della vera vita; bevendo il vino transustanziato
riceve una forza che trasfigura la passionalità del suo sangue. Nel sacramento
del pane e del vino la mente s’imbeve di entusiasmo,
in esso cuore e mente, Dio e uomo, e, nell’uomo, Dio e mondo, vengono sempre
più facendosi uno. Nell’Eucaristia il pane e il vino, comune e fondamentale
alimento degli umani, divengono carne e sangue di Dio.
Gesù, la Parola eterna che ha assunto la carne e il sangue dell’uomo, si è
trasfuso nel sacramento. Consacrando il pane e il vino, offrendo a tutti il suo corpo e il suo sangue, il Verbo incarnato ha
aperto in se stesso una piaga insanabile; tutta la sua vita rifluisce verso gli
uomini, diviene vita degli uomini, lo intendano essi o meno, riescano a immedesimarsi
in Lui o no; l’agonia eterna di Cristo comincia nel cenacolo.
Se pensiamo come reale e
possibile una vita sacramentale, una vita che si annienta negli altri attraverso
l’Eucaristia, non possiamo non rabbrividire. Il vero amore-passione è questo,
anzi solo questo! Qual vita può vivere Cristo nel pane e nel vino del
sacramento, se non una vita puramente mentale? E cosa
può essere più tremendo per una mente se non il continuo esinanirsi
in una frantumazione di coscienze, in un incessante spezzettarsi in frammenti
di mente?
Il cibo per nutrire deve essere digerito, assimilato,
deve perdere la propria natura per assumere quella di chi lo consuma. Questo cibo
vivente, senziente e cosciente attende chiunque voglia
cibarsene, chiunque voglia avere attraverso di lui la vita vera. La
transustanziazione è perennemente in atto: l’immanenza di Dio è immanenza
sacramentale e sacrificale. Immanenza che comporta la perenne
comunione con ogni dolore, con ogni peccato, con ogni delirio, con ogni
abiezione della carne e dell’anima; eternamente presente nel turbine, eternamente
se stesso nell’esistere; e insieme eternamente solitario, sconosciuto,
ripudiato da quelli stessi che vivifica.
In tutti i tempi vi fu
nell’umanità l’aspirazione a una salvezza che significasse presenza divina, il
salvatore fu visto come vittima, ma fra salvati e salvatore vi fu un dualismo,
non un’identità. Col pane e col vino eucaristico, l’identità si stabilisce, il
Verbo si è fatto carne, nel sacramento si fa cibo e ammonisce: «Chi non mangia
la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita vera».
La fame che ci fa stendere la mano al pane e al vino
eucaristico è l’anelito a prendere e a essere presi, a
consumare per essere consumati, a cibarsi per divenire cibo. Cibo perché se il
Verbo è cibo dell’anima umana, l’anima umana è cibo per il Verbo. L’uomo si ciba del Verbo per avere intensificazione di vita, il Verbo si ciba
dell’uomo assumendolo in sé. L’eterna riassunzione nell’eterna generazione, la
vita che esplode e implode, l’immanenza trascendente di un principio che, solo,
in se stesso si perpetua, il punto nel cerchio, che comprende il cerchio e non ne è compreso!
1 Giovanni Vannucci, in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; «La carne e il sangue» Pag. 90-92. Anno A.