CAMMINARE CON
CRISTO1
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Stando alla pagina di Lc
9, 51-62, |
Quando i discepoli giungono nel villaggio della Samaria e si sentono rifiutata l’ospitalità per il semplice
fatto di essere Ebrei e di andare verso Gerusalemme,
vanno da Cristo e gli dicono:
«Signore,
vuoi che facciamo cadere dal cielo un fulmine che stermini tutta questa
gente?».
Il Cristo dice: «Non sapete con che spirito parlate», e li rimprovera severamente (cfr. Lc 9, 54-55).
I discepoli non erano passati attraverso la novità
del Vangelo. Erano ancora nell’economia del Vecchio Testamento: «Dente per
dente, occhio per occhio. A chi ti toglie un dente, togli un
dente; a chi ti toglie un occhio, togli un occhio; a chi non ti ospita, fai cadere
un fulmine dal cielo perché bruci la sua casa» (cfr.
Dt 19, 21). Per Cristo questo è il passato. Soffermarsi
al passato è non seguirlo.
Si apriva, si apre con
Cristo una nuova realtà. Le contingenze della terra, di accettazione
o di rifiuto, di rispetto o di disprezzo, non hanno nessun senso per colui che
segue Cristo. Egli deve compiere il suo cammino sempre in avanti. E a quell’ignoto che gli chiede di seguirlo, Cristo,
leggendo nel suo cuore, dice: «Vedi, il Figlio dell’Uomo non
ha dove posare il capo. È sempre in cammino in avanti» (cfr. Lc 9, 58).
Quel tale non lo accetta, perché probabilmente aveva
visto, aveva sentito la forte personalità di Cristo e cercava un rifugio vicino a Cristo: un grande padre che lo coprisse e che gli
desse sicurezza. E Cristo gli dice: «II Figlio
dell’Uomo, l’Uomo, l’Uomo vero, l’Uomo maturo non si sofferma neppure all’ombra
di una grande paternità o di una grande maternità: va
sempre avanti, solitario e pellegrino nella sua strada».
E all’altro, al quale Cristo
dice: «Seguimi», e che gli chiede di andare a
seppellire suo padre, Cristo dice: «Lascia che i morti seppelliscano i loro
morti» (Lc 9, 59-60). Il morto è un essere che ormai
ha compiuto il suo ciclo, e attardarsi per compiere anche quelli che per noi
sono atti di pietà e di amore che vanno compiuti, è un
non seguire il Cristo.
E all’altro che dice: «Ti
seguirò. Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa» (Lc 9, 61), Cristo risponde: «No, Cristo è sempre avanti; seguimi».
Questa è la grande consegna
che Cristo ci dà e che noi dobbiamo vivere pienamente: essere con Lui sempre,
oltre tutti i margini che costruiamo, oltre tutti i limiti di civiltà, di cultura
che costruiamo, perché Cristo è sempre avanti. Quando
poi pensiamo di essere riusciti a dare alla nostra società una forma
perfettamente cristiana e guardiamo la nostra società e poi guardiamo Cristo,
vediamo che Cristo è avanti. E allora dobbiamo lasciare le belle costruzioni
che abbiamo innalzato, le meravigliose strutture che siamo
riusciti a edificare, per seguire Cristo che è sempre avanti e sempre oltre.
Attorno a Cristo non c’è niente di morto,
attorno a Cristo non c’è niente di passato, attorno a Cristo c’è il presente,
ma il presente che è mosso e fermentato da una speranza che ci proietta nel
futuro.
E con tutto l’essere noi
dobbiamo riuscire a seguire Cristo: con tutto l’essere, con la nostra mente,
con il nostro cuore, con il nostro sentimento, con la nostra vita, con le
nostre mani, pronte a distruggere quello che dobbiamo distruggere perché ormai
è soffocante per la coscienza cristiana, è soffocante per Cristo che è in noi.
Ecco, c’è un punto sul quale noi dobbiamo tenere
sempre vigilante la nostra attenzione: che il nostro cammino sia compiuto non
da noi, ma da noi con Cristo, o «in Cristo», come dicevano gli antichi
cristiani, nello spazio di Cristo.
La nostra Chiesa è in un momento di grande crisi, come tutta la società; noi sentiamo sulle
spalle il peso di tutta una tradizione che è invecchiata, ce la vogliamo
scrollare di dosso, non con le nostre velleità, con i nostri capricci, con le
nostre stranezze, con le nostre stravaganze, ma ce lo dobbiamo scrollare dalle
spalle con Cristo.
E se rinunciamo a una
bellezza che non sentiamo più affascinante, dobbiamo rinunciarvi in nome di
un’altra bellezza. Se rinunciamo a un canto che ora
non esprime più il nostro sentire, la nostra sensibilità del sacro, lo dobbiamo
fare in nome di un canto che esprima perfettamente e compiutamente e in
perfetta bellezza quello che sentiamo del mistero di Cristo. Ciò non significa
far delle cose brutte, delle cose superficiali, affrettate e più caduche di quelle
che abbandoniamo per rinnovarci nel Cristo. Ma rinnovarci in Cristo significa
muoverci con tutte le nostre facoltà creative di bellezza, di
amore, di libertà, di grandezza umana.
Allora, camminiamo con Cristo. Adesso, se guardiamo
la storia delle nostre Chiese, di tutta la cristianità, vediamo che c’è un
continuo movimento. E questo movimento è sempre stato
accompagnato da manifestazioni di bellezza, di libertà, di verità. A un certo momento c’è stata una chiusura e, anche dentro la
Chiesa, abbiamo prodotto delle cose opprimenti, brutte, squallide, penose,
perché la cristianità ha pensato di dare una definizione totale e perfetta di
Cristo. E Cristo invece era al di fuori.
Allora la bellezza è nata al di fuori, la libertà è
nata al di fuori, la ricerca della verità è nata al di fuori di
questa struttura che si è chiusa. Ora noi sentiamo tutto il peso di questa
chiusura che è avvenuta secoli fa. E come dobbiamo
liberarcene? Camminando con Cristo.
Camminare con Cristo significa disseminare i
nostri passi di crescente bellezza, di canto sempre più avvincente e più
nostalgico della vita divina, di libertà sempre maggiore e più profondamente
rispettosa dell’uomo, creando delle strutture talmente fragili che accompagnino
il nostro cammino di pellegrinaggio come una tenda, che oggi stabiliamo in un
posto, domani in un posto più avanzato.
Di questo dobbiamo persuaderci: attorno a Cristo non
ci sono né cose brutte, né cose passate, né vecchi fermenti, né cose morte, ma
c’è un rinnovamento continuo di vita. Ora, nel rinnovamento della vita, se noi
partiamo dalla nostra piccolezza umana, creiamo sempre delle cose sbagliate,
delle cose opprimenti, delle cose che non ci liberano. Se invece partiamo da quest’asse centrale che è nel nostro essere e che è Cristo,
allora anche le nostre costruzioni saranno vere, saranno apportatrici di
bellezza, di libertà, di amore, di respiro a tutti gli
uomini.
Credo che seguire Cristo, oggi, imponga a noi una più
profonda conoscenza della realtà di Cristo, un amore più appassionato di quello
che è Cristo, non delle figure che la storia umana ha dato di Cristo, ma di
quello che è Cristo nella sua purezza e nella sua essenza. E dopo dobbiamo
muoverci, con questa ricchezza, con questo accrescimento
di vita nel cuore, sicuri che tutto ciò che faremo sarà fatto in nome di Cristo
e nella presenza di Cristo. E poi costruire sempre, ma
costruire pensando al domani e non all’oggi, pensando di dare al nostro canto
una latitudine che abbracci le generazioni che seguiranno, di dare alla nostra
bellezza un tale respiro che possa essere comprensibile e illuminante anche per
le generazioni che verranno dopo di noi.
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Dobbiamo muoverci nello spazio di Cristo, e
lo spazio di Cristo è l’infinito tempo, |
1 Giovanni Vannucci, omelia pronunciata domenica 27 giugno 1977 durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 19 nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti, FI). in La Vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985; 13a domenica del tempo ordinario: «Camminare con Cristo». Anno C. Pag. 145-149.