«Andate, battezzate nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo tutte le genti» (Mt
28, 19).
Due brevi precisazioni
sulla terminologia di questa frase. Battezzare è sommergere qualcuno nell’onda
vivificante e purificatrice. L’onda in cui i credenti son chiamati a sommergere l’umanità è il Nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo. Cos’è il Nome? Per gli antichi,
il nome non era un qualcosa di convenzionale o di secondario, definiva
l’essenza della cosa o della persona che lo portava. Per noi che valutiamo il
nome dal punto di vista delle nostre lingue esclusivamente fonetiche, è molto
difficile capire questa particolarità. Il nome divino specificato nelle sue tre personali componenti, sulle labbra di Cristo
indica la viva realtà di Dio, avente un legame diretto con tutta la realtà cosmica,
come Creatore, come animatore di vita e di ascesa, come compimento del faticoso
e glorioso cammino della creazione nello sconfinato oceano dell’Amore.
Siamo chiamati a immergerci e a immergere in quest’onda
divina tutto il creato! A vivere cioè nella
consapevolezza che la creazione non è la risultante di un cieco impulso di cellule
e di facoltà, ma il frutto di un intervento costante, a-temporale, sempre
nuovo, la cui natura, pur sfuggendo alla coscienza razionale - tributaria com’è
del tempo e dello spazio - è avvertita e creduta per la fede. A vivere nella certezza profonda che il tribolato cammino del
creato non è abbandonato a se stesso, ma accompagnato da una Presenza che prende
su di sé gli errori, i peccati, la morte, bruciandoli per trasformarli in
germinazione di vita. A muoverci nella fiducia che l’esistenza creata,
nonostante le sue tragiche ombre, le sue dure chiusure, le sue disperanti esperienze,
un giorno sarà illuminata da una luce, una pace, una pienezza di gioia e di amore inimmaginabili.
Sì, il cammino è duro.
La mèta sognata dalle più profonde esperienze umane è in contraddizione con
l’esperienza normale. Immersi in una forma di coscienza embrionale, tortuosa,
avida, aneliamo al possesso di Dio; legati a una mente
incerta e oscura, sogniamo una luminosa e completa conoscenza; lacerati da
guerre, ingiustizie, bramiamo trasformare le lance in aratri; aneliamo a una
libertà assoluta e costruiamo delle società sempre più condizionanti; avendo un
corpo fragile e caduco, nutriamo la speranza che la nostra mortalità si rivesta
d’immortalità. La ragione, constatando il divario
insormontabile tra l’ideale e la realtà, diffida degli elevati sogni e
preferisce l’umile e dolorosa realtà, chiudendosi in più limitati orizzonti e
in uno, apparentemente giustificato, scetticismo.
Noi che crediamo, che per la nostra fede vivente
siamo chiamati ad accendere nei cuori i più folli sogni, ad annunciare la
parola magica della speranza, a comunicare a tutti la coppa
del vino migliore, non possiamo che continuare ad attendere e ad annunciare il
compimento del miracolo della trasmutazione della morte nella vita, della
coscienza imperfetta nella luminosa pienezza della coscienza vivente in Dio,
della carne nello Spirito.
Nell’insufficienza dell’esistenza c’è il germe della
redenzione e della pienezza della vita. Nelle tenebre esiste la luce che le
consumerà, nelle strutture limitatrici un’energia
liberante.
Sono sogni di una mente esaltata? Proviamoci ad avere pensieri immensi come
l’immensità divina, rompiamo i nostri piccoli amori in un amore sempre più
vasto, dilatiamo le nostre piccole libertà nella sconfinata libertà dei figli
di Dio. E vedremo che la realizzazione di Dio,
nell’intimo e nell’esteriore, è il più alto e legittimo senso della vita umana.
1 Giovanni Vannucci, «L’annuncio trinitario», Ascensione del Signore,
Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici
Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag.
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