La missione
dell’uomo 1
Il mistero che oggi celebriamo,
la Pentecoste, la discesa dello Spirito santo sugli apostoli, è il fondamento
eterno della nostra esperienza religiosa cristiana, della nostra esperienza
della Chiesa. E vorrei in parole semplici potervi dire quello che penso sulla discesa dello Spirito santo, sulla
trasformazione operata in quegli uomini dallo Spirito santo. Una delle prime
cose che voglio dirvi è questa: nel Cenacolo dove erano i discepoli, secondo la
narrazione degli Atti degli Apostoli, lo Spirito santo
discende sopra di loro a forma di fiammelle e discende su ciascuno dei
presenti. Questo è un fatto, è un’immagine della prima
trasmissione del mistero cristiano. E l’eterna trasmissione del mistero
cristiano è sempre fatta attraverso immagini davanti
alle quali noi dobbiamo sostare in silenzio per poterne comprendere
l’insegnamento che ci viene dato dalla figura, dal simbolo, che costituisce
l’immagine.
Così in questo primo pensiero sul
mistero della Pentecoste, lo Spirito santo discende
non come globo di fuoco su tutti i discepoli e neppure discende come una
fiammella sul primo discepolo, fondamento della Chiesa, Pietro, ma su tutti. E discende in fiammelle distinte l’una dall’altra. Questa è
una verità che dobbiamo cercare di vivere, perché lo Spirito santo
nella sua pienezza, nella sua intensità di vita, viene comunicato a tutti.
Nella diversità poi delle sue fiammelle, di quei quantum di luce e di calore che lo costituiscono, viene dato a ciascuno dei dodici. Non ce
l’ha più il prete e meno i laici, non ce l’ha più il Papa e meno i
vescovi, meno i preti e meno ancora i laici.
Ma come e a chi è concesso lo Spirito santo? In una
forma personale, in una forma distinta, in una forma differente da quella che viene concessa ad altri. E questo costituisce l’aspetto
profondo: anche se non siamo riusciti a realizzare sempre, per un continuo
affermarsi di potenza dell’uomo, questa realtà della Chiesa, tuttavia rimane
l’essenza della Chiesa, l’aspetto divino della Chiesa, l’aspetto profondo della
Chiesa, lo Spirito che viene consegnato da Gesù. A
ciascuno è concesso lo Spirito e la pienezza dello Spirito noi la raggiungiamo
mettendo insieme le piccole fiammelle, e allora riusciremo a comprendere
quell’intensità di luce, di calore, di illuminazione,
di verità, che viene concessa a tutta la Chiesa quando è in questo stato di
perfetta umiltà e di perfetta attenzione agli altri. E questa è una realtà che dobbiamo pazientemente e faticosamente recuperare se
vogliamo che la nostra Chiesa sia “una Chiesa”, cioè una comunione di soggetti,
non una realtà sociale con un capo e dei sudditi. Quindi abbiamo la
responsabilità di quella fiammella, di quel dono dello Spirito santo che abbiamo ricevuto.
Però vorrei portare la vostra attenzione su altri
elementi della festa della Pentecoste. Ricorre il numero sette. Se voi aprite
un qualunque manuale di storia delle religioni e andate all’indice, dove si
parla dei numeri sacri, e prendete il numero sette,
voi troverete che il numero sette ricorre in tutte le esperienze religiose
dell’uomo: anche in quelle che noi chiamiamo esperienze religiose dei
primitivi, per esempio gli sciamani della Siberia: è un fenomeno che viene studiato
molto attentamente, perché contiene delle grandi verità. Lo sciamano, quando
sale sul suo albero, un albero con sette tacche, sette segni incisi, e giunge
al settimo segno, riceve la rivelazione della divinità, riceve le risposte che
si attende da questa sua ascesa verso l’alto. Poi abbiamo i sette doni dello
Spirito santo. Il numero sette è il numero della completezza, che non viene raggiunta astrattamente per una combinazione di
concetti, ma attraverso l’esperienza dell’uomo la nostra coscienza scopre che
la realtà è costituita dal sette. È il numero della pienezza divina e umana.
L’invisibile non manifestato ha il
numero tre, che è il numero della divinità; il divino manifestato ha il numero
tre, che è il numero della divinità che si manifesta. Tre più tre fa sei, più
uno... E chi è quest’uno? È l’uomo, che nel mondo del visibile è il punto in
cui tutta la realtà invisibile si compendia e si esprime. Ed
è l’uomo che deve - attraverso la sua attività di coscienza, di pensiero, di
meditazione, attraverso il suo impegno religioso - scoprire e il visibile e
l’invisibile. Questa è la missione dell’uomo.
L’aspetto non manifesto della divinità
lo possiamo esprimere molto vagamente con dei vocaboli
umani. L’aspetto manifesto è costituito dal tre, cioè
dalla potenza: quando diciamo e chiamiamo Iddio onnipotente. Poi è costituito
dall’amore e da una volontà che è libertà. Stamattina noi leggevamo qui un
bellissimo testo di Gioacchino da Fiore[1]: il
succedersi di varie ere. L’era del Padre, che è il Vecchio Testamento, l’era
del Figlio, che è l’era dell’amore. Nel Nuovo
Testamento l’umanità - secondo questo grande uomo, Gioacchino da Fiore - si sta
dischiudendo verso un’altra rivelazione, un’altra manifestazione del divino che
è la volontà per la libertà. Quindi, il Padre è il Padre onnipotente, il
legislatore, il sovrano, il re; il Figlio è il portatore dell’amore, della
misericordia, della compassione; e lo Spirito santo è colui
che completa l’opera del Padre e del Figlio nell’apertura della nostra
coscienza a una libertà, la libertà dei figli di Dio, dove l’amore trova la sua
completezza e supera tutti i suoi limiti, dove la potenza paterna trova la sua
piena manifestazione nel rispetto verso tutte le infinite creature che appaiono
all’esistenza. E noi uomini, la nostra coscienza, siamo quell’uno
che riceve questa rivelazione, la vive e la manifesta. E
allora si ha la completezza della manifestazione religiosa e divina e spirituale
nella storia degli uomini.
Ma parliamo dei sette doni. Noi, in Occidente, abbiamo
perduto molte conoscenze. Per gli antichi l’uomo era composto di sette corpi;
noi abbiamo molto semplificato. Cos’è l’uomo? È un animale che cammina eretto. E Cartesio ha detto: l’uomo è una macchina abitata
dall’anima. Abbiamo la macchina, che è il nostro fisico, e il motore interno,
che è l’anima. L’uomo è composto di anima e di corpo e
noi abbiamo talmente generalizzato questo termine “anima” che non sappiamo più
che cosa sia. Quindi l’uomo è composto di due realtà,
anima e corpo. Per gli antichi era composto di sette corpi; era come una specie
di corteo dove ci sono sette personaggi. C’è un personaggio, “il vagabondo”,
che passa da un’osteria all’altra; se non è tenuto d’occhio, con facilità cade
nel fosso, si smarrisce, oppure compie dei gesti irresponsabili. Poi c’è
un’altra presenza in noi che si potrebbe chiamare “il lavoratore”, quello che fa, quello
che compie delle azioni con grande passione; poi c’è
un altro personaggio, che è “lo studente”, che si interessa, va a scuola, cerca di imparare,
cerca di capire le cose della vita; poi c’è “la madre”, che accompagna questo
corteo; poi c’è “il magistrato”, un giurista, un guerriero; poi c’è “l’artista”,
un intellettuale, uno scultore, un poeta, un musicista; e infine c’è “il prete”.
Ecco, questi sono i sette corpi della
nostra realtà umana: in noi c’è un corpo che è un po’ il briaco della
compagnia, il vagabondo. Quante volte ci prende la mano il corpo! Si vorrebbe
fare, intraprendere, poi viene la stanchezza; oppure
se devo passare una bella giornata alle Stinche, questo signore, il corpo,
reagisce al polline e comincia a starnutire, è la febbre del fieno: non si può
mai disporre pienamente del nostro corpo. Poi c’è la nostra intelligenza che ci
fa conoscere le cose, vogliamo sapere il perché dell’esistenza dell’uomo, il
perché di una cosa, come è costruita una casa, come si
fa un’operazione matematica, come si chiamano le stelle del cielo. Tutte queste
cose le vogliamo sapere: è la parte della nostra ragione che non crede, della
ragione che vuol sapere le cose, capire le cose. Poi c’è anche una parte di noi
che nel corteo, ho detto, è la madre, la misericordia, l’amore, la protezione
della vita, la parte del nostro essere che ci porta a guardare con grande affetto e simpatia tutte le manifestazioni della
vita, a difendere la vita, a proteggere la vita, a sostenere la vita. E,
infine, ci sono altri tre personaggi: uno, vi ho detto, può essere il
magistrato, l’uomo di legge, oppure un militare, un guerriero, ed è la parte
del nostro essere che ci porta a organizzare, a dare
una gerarchia alle nostre attività, un ordine alle attività del corpo, alle
attività della mente, alle nostre attività emotive. E poi c’è un’altra parte
del nostro essere che, vi ho detto, è l’artista: è la parte del nostro essere
che capisce, per un movimento incomprensibile e inspiegabile, il senso delle cose,
oppure che, improvvisamente, sente la bellezza di un tramonto, di un’alba, di
un fiore, e le esprime in forme di arte perfetta; cioè
in noi c’è l’artista, è la parte più mutevole del nostro essere perché può essere
perduta, repressa. E infine in noi c’è il prete, il sacerdote,
che è la parte del nostro essere che capisce il significato profondo
dell’esistenza. Al termine dei sette doni c’è la sapienza,
alla base c’è Dio. Tutto questo ci deve rendere stupefatti e deve dare
alla nostra vita un senso di responsabilità di fronte a tutta l’esistenza, alla
nostra esistenza personale e all’esistenza di tutti gli altri esseri.
Ascendendo questa scala di sette gradini si riesce a comprendere il senso
dell’esistenza, perché il significato del nostro esistere è il significato
dell’esistere di tutti gli altri esseri.
Io mi sono domandato molte volte: che
cos’è avvenuto di tutte queste cose? Nelle cerimonie
del battesimo, per esempio (ieri abbiamo battezzato un bambino), vengono toccati dei punti del corpo: tre punti, la nuca, la
fronte, il cuore che, secondo tutta la tradizione e orientale e occidentale,
sono i tre centri sottili che, quando si risvegliano, mettono l’uomo a contatto
con delle forme di conoscenza differenti. Il cristianesimo si è sempre
interessato soltanto di questi tre centri superiori. Non si è mai interessato
dei centri inferiori. Per esempio, tutto l’induismo, nella sua pratica dello
yoga, comincia dal centro più basso, poi mano a mano sale e giunge ai tre
centri superiori. Il cristianesimo si è sempre interessato di sviluppare questi
tre centri superiori; e si è pensato che sia questa una
delle differenze per l’impostazione della meditazione cristiana in confronto
alle altre meditazioni, perché quando si sviluppano i tre centri superiori gli
altri seguono inevitabilmente l’ordine di armonia.
Ma io mi sono domandato: cosa è avvenuto nel Cenacolo
in quegli uomini? Vi do una spiegazione che è mia, quindi non siete per niente
obbligati a seguirla. Ma, cerco di indovinare perché, ordinariamente, davanti a
questi misteri religiosi, a queste immagini meravigliose, ci abbandoniamo,
così, a una contemplazione esteriore, oppure ci
accontentiamo di spiegazioni tradizionali che non ci permettono di penetrare il
mistero; non è che io voglia spiegare il mistero, ma voglio darvi delle indicazioni
che, per me, sono abbastanza ragionevoli per poter capire quello che è avvenuto
nella coscienza di quegli uomini nel Cenacolo. Ché
prima della Pentecoste Pietro era un pavido, gli altri erano, anche loro, molto
legati alla loro umanità. Improvvisamente da quegli uomini scaturisce
l’annuncio della Parola e scende nel cuore degli uomini e trasforma tutto
l’Occidente. Deve essere avvenuto qualcosa.
Io penso sia avvenuto questo: lo
Spirito, discendendo dall’alto, ha preso possesso di quegli uomini nei tre
centri. Cioè, del senso del sacro, e hanno raggiunto
la sapienza, hanno capito il perché dell’esistenza e quindi hanno compreso con
intensità di vita e di partecipazione - non di spiegazione, ma di
partecipazione - quella realtà portata da Cristo sulla terra e che loro avevano
vissuto, alla quale avevano partecipato, ma che non avevano ancora compreso.
Hanno capito che Cristo iniziava una nuova era per la coscienza umana, l’era dell’amore. Poi di loro è stato preso possesso anche
dell’altro centro, dell’intuizione, non più abbandonata a
improvvisazioni di momenti di particolare emozione, ma diretta verso la
comprensione di quel mistero che era stato rivelato e che essi avevano compreso
con la loro esperienza. Poi quel personaggio che vi ho
descritto come il portatore dell’organizzazione, della gerarchia, e nel lavoro
nostro personale e nel lavoro di società (il magistrato, n.d.r.), anche questo
è stato preso e trasformato con violenza dallo Spirito santo, perché doveva nascere
una nuova società, perché l’uomo non è mai riuscito a creare una società e
anche dentro la Chiesa non siamo mai riusciti a creare quella nuova società che
era annunciata da Cristo.
Era necessario un lavoro in serie,
affidando a ciascun operaio la produzione di una determinata parte dell’opera e
organizzandola entro tempi sufficientemente brevi. Questa è una capacità
organizzativa che abbiamo noi uomini, che parte da noi uomini e che è un
prolungamento della nostra ragione, della nostra intelligenza nella vita. Così,
quando organizziamo la nostra vita, noi
cerchiamo di prevedere tutto ciò che ci può capitare durante la giornata e incanaliamo
in un certo ordine la nostra giornata. Quando poi viviamo in società, il
responsabile della società ha una particolare immagine dell’uomo e vuole che
gli uomini corrispondano ad essa nella vita sociale,
imitino questo modello che lui ha dell’intelligenza dell’uomo: un militare,
davanti a un esercito, ha una particolare visione del soldato e vuole che il
soldato imiti questa idea che lui ha del soldato.
Nel cristianesimo le cose non sono così: non è l’uomo che crea la società,
ma è lo Spirito santo che crea la società. E la Chiesa non è creata dagli uomini, ma è creata,
alimentata e fecondata dallo Spirito santo. Quando Cristo
dice a Pietro: “Tu sei pietra e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa” -
vi ho detto altre volte che chi edifica la Chiesa non è Pietro, né il Papa, ma
il Cristo -, dicendo: tu sei pietra, Cristo prende un simbolo religioso che è
antichissimo quanto è antica l’umanità; è forse il primo simbolo dell’umanità
religiosa: la pietra. E la pietra cos’è? Cosa rappresenta? Rappresenta la Grande Madre. Quando i
primi cristiani chiamarono la Chiesa “Madre”, si riferivano a questa esperienza profonda. Cioè la
Chiesa è quella struttura duttile e malleabile come l’utero della donna quando
porta avanti un germe, un germe che ha accolto. Questo organo femminile aumenta
mano a mano che il germe si sviluppa. Quando poi il
germe ha raggiunto, nei nove mesi, la sua piena maturazione, lo lascia. Questa
è la struttura della Chiesa.
Mi direte, non è
così. Non è così perché noi uomini faticosamente arriviamo a liberarci da noi
stessi. Perché se Dio nella sua manifestazione
visibile è il potere, è un potere differente dal potere di noi uomini. Confrontate
l’onnipotenza di Dio con il concetto che noi abbiamo di onnipotenza.
Non corrisponde. È un’impotenza. Ve lo accennavo per Natale, quando noi veneriamo nel Fanciullo la manifestazione suprema della
divinità. In questa immagine, in questa realtà noi non
facciamo altro che dire che l’onnipotenza di Dio di fronte alle nostre onnipotenze
e potenze umane è una impotenza, una non potenza. Ma questo lo abbiamo dimenticato proprio nella nostra prassi religiosa,
perché ci siamo abbandonati senza distinguere chiaramente quella che deve
essere la realtà cristiana da quella che
è la realtà umana.
Gli uomini sono portati a creare delle
strutture mentre la Chiesa, essendo opera dello Spirito santo, è come il seno
di Maria santissima, che accoglie la parola di Dio e cresce mano a mano che
questa Parola cresce nel suo grembo. E allora le strutture dure, nella Chiesa,
sono assolutamente un’opera diabolica, un’opera antispirituale, un’opera che la
cristianità viveva in un dato momento, che non è più aperta
alla fecondazione dello Spirito, ma si abbandona a quelle forze che vengono dal
basso; cioè l’uomo cattolico, l’uomo di un’altra Chiesa, non è più l’uomo
cristiano, ma un uomo puramente umano e allora si hanno delle durezze, si hanno
quelle strutture potenti e pesanti che abbiamo portato ad esempio e che ora
sogniamo e aspiriamo a superare, se riusciamo ad accettare la realtà che in
ognuno di noi c’è lo Spirito santo in una forma particolare e differenziata da
tutte le altre forme.
Questo volevo
dirvi. E cos’è avvenuto negli apostoli? Dio ha preso
possesso di queste capacità di uomo e ha dato loro una
saggezza divina, agli apostoli ha dato un’intuizione divina e una capacità di
organizzazione divina. Per noi la situazione è differente: noi dobbiamo raggiungere
lo Spirito santo attraverso un faticoso cammino, lungo la vita terrena; cammino
di riordinamento di tutte quelle parti che compongono il nostro essere e, una
volta raggiunto questo riordinamento, possiamo sperare che avvenga in noi
quella folgorazione che, imprevista e inattesa, si è compiuta negli apostoli. E allora anche il numero sette, anche i nostri sette corpi
saranno unificati da questa fiamma che discende sul nostro capo e che tutto
unifica, tutto illumina, tutto trasforma. E saremo in mezzo agli uomini delle
creature che portano il mistero totale, non solo il mistero divino ma anche il
mistero dell’uomo, rivelandone la compostezza, la pace, la luce, la creatività,
l’armonia, l’equilibrio, l’amore, la pietà, la saggezza, che non nascono dall’uomo ma da Dio. In noi nascono, vi dicevo, come conquista, conquista lenta, accanita, tenace,
ardente, che ci accompagna per tutta la vita.
Anche noi siamo in
cammino verso la nostra Pentecoste, verso la presa di possesso di quella
fiammella che è discesa su di noi e che discende continuamente su di noi, che è lo Spirito santo. Di questo dobbiamo essere consapevoli.
Allora - vedi Carolina - riusciamo a ordinare il
corteo di quei sette personaggi. Essi sanno dove vanno e, quando scopriranno
dove sono diretti, capiranno che sono diretti verso la luce, cioè
verso la visione completa e illuminante di tutto il mistero e della loro vita e
delle vite degli altri, e dell’esistenza attuale e dell’esistenza futura.
Saremo delle persone che capiscono, che comprendono, e in conseguenza di questa
comprensione e di questa saggezza raggiunta, ci comporteremo come creature illuminate
e santificate dallo Spirito santo.
[1] Gioacchino da Fiore. - (Celico, Cosenza, verso il 1145
- S. Giovanni in Fiore 1202). Monaco ed eremita, appassionato
profeta di una nuova visione della Chiesa (particolarmente significativa
la sua fantasia escatologica che
profetizza nella ricomparsa di Elìa il nuovo Battista annunciatore del regno
dello Spirito). Sottile esegeta più che teologo, esercitò un’immensa influenza
sui suoi contemporanei, che o lo avversarono fieramente o ne furono ardenti
seguaci (gioachimiti). Vannucci ha
scritto un interessante articolo su La
lettura storico-ciclica di Gioacchino da Fiore, pubblicato da Servitium, II, 19-20 (1977), 188-206 e riproposto da Mistero
del tempo, Servitium editrice, Sotto il Monte (BG) 1996, 93-124.
1 Giovanni
Vannucci, omelia pronunciata nell’eremo di S. Pietro alle Stinche, Greve in
Chianti (FI), durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 18,
domenica 6 giugno 1976 (Domenica di Pentecoste), Anno B; registrata su nastro
magnetico da Elena Berlanda e trascritta da Consalvo Fontani. Pubblicata da
Fraternità di Romena editrice, Pratovecchio (AR), 2005, in Nel
cuore dell’essere, pg. 157-166.