ALCUNI SEGNI
DELLA NATIVITÀ1
Gli eventi
commemorati nelle solennità dell’anno liturgico vanno meditati con una mente sorretta
e dalla fede e dall’attenzione a quei significati che la Chiesa orante vi ha
scoperto o inserito, non per obbedire a una curiosità
fantastica, ma per fissare l’insieme di evocazioni che il fatto commemorato ha
suscitato nell’anima dei fedeli. Gli eventi che costellano l’anno liturgico:
Natività, Epifania, Risurrezione, sono dei fatti che si sono compiuti in un
determinato luogo e in un particolare tempo, come momenti salienti della
Rivelazione che stabiliscono un legame tra l’umano e
il divino, tra il mondo della storia e quello del mistero, e non possono essere
avvicinati se non da una mente contemplativa che tenga conto della loro realtà
storica e soprastorica, terrena e celeste, legata al tempo e allo spazio e insieme
trascendente queste due dimensioni.
La narrazione della Natività che forma il canovaccio
delle ulteriori aggiunte è quella dell’evangelista
Luca (capitolo secondo). Maria e Giuseppe furono
convocati dall’amministrazione romana a Betlem, per
il censimento. Maria, al termine della gestazione, non avendo trovato posto
nella locanda della cittadina, diede alla luce il Figlio e lo depose, avvolto
nelle fasce, nella mangiatoia. Un Angelo, attorniato da altri spiriti che
cantano, annuncia la prodigiosa nascita a dei pastori e li invita ad andare a
venerare il nato Salvatore, adagiato in una mangiatoia. I pastori si recarono
solleciti sul posto e trovarono Maria, Giuseppe e il neonato posto nella
mangiatoia.
L’immagine
consueta del Presepio contiene dei particolari che in Luca non sono menzionati:
la grotta, il bue e l’asino. Essi sicuramente sono racchiusi nell’immagine
evocata dal vocabolo «mangiatoia», faine in greco: essa designa un
bacino, una cavità ricavata dalla parete della grotta, per deporvi non solo il
mangime del bestiame, ma anche il cibo degli operai e dei pastori che vi mettevano
il loro pranzo che consumavano insieme.
In un resto
della Mishnah che risolve alcuni problemi di
casistica alimentare, si parla di un sito ove venivano
appoggiate le cibarie degli operai e dei pastori: esso è chiamato ebus, mangiatoia, stalla, truogolo. In questa
prospettiva, le parole dell’Angelo ai pastori: «Questo sarà il segno», il
«segno» rivelatore del mistero del Fanciullo - un
neonato è deposto nella mangiatoia, nell’incavo ove siete soliti appoggiare le
vostre vivande durante il lavoro -, acquistano un più pertinente significato:
il Fanciullo nella mangiatoia è: «II Pane disceso dal cielo. Chi mangia della
mia carne, avrà la vita » (Gv 6,51. 54).
La grotta
è un simbolo universale il cui significato fondamentale è quello di costituire
il punto di passaggio delle forze che dal cielo
scendono sulla terra e dalla terra ascendono, rinnovate e redente, verso il
cielo. È il simbolo delle origini e della rinascita; della
nascita e dell’iniziazione; del centro ove le forze discese dal cielo invertono
la rotta per ritornare alle origini. Gesù è nato in una grotta, e in una
grotta fu sepolto, da dove è risorto nella pienezza della Vita.
Il simbolo precede
e segue il Rivelatore. Come se esso ne fosse parte integrante e come se, senza
di esso, l’azione del Rivelatore rimanesse incompleta,
senza dare la pienezza della sua ragione alle coscienze in attesa. Il simbolo
ferma nel pensiero un aspetto della Rivelazione, altrimenti incomprensibile e
inesprimibile.
Da millenni l’uomo, abituato a pensare per immagini, porta
con sé l’immagine della grotta, del rifugio scavato nella roccia, del tepore
della tana nascosta donde emerse lo splendore della sua
mente spirituale. La grotta, nella lingua
franca della simbologia, segna l’aprirsi di nuovi cicli di umanità.
Così Gesù
Cristo nasce durante il solstizio invernale, in cui veniva
celebrata la nascita del Sole invitto, e nasce in una grotta che è sentita
dall’uomo come il centro della rivelazione della Luce spirituale, della nascita
della coscienza responsabile.
In ogni uomo è
la caverna oscura dell’inconscio, la spelonca ove tutti gli atavismi, gli
istinti, le forze oscure si dan
convegno nella tenebra propizia della volontaria ignoranza dell’Io cosciente e
responsabile. In questa caverna nasce il Redentore, Gesù Cristo, la Luce e la
vera Coscienza dell’umanità.
Il mistero della notte santa si ripete continuamente per ogni
uomo, ogni grotta ha il suo Fanciullo che
vi nasce e la Vergine che lo depone come cibo di vita vera, sulla mensa
riservata al pane. Nella grotta umana non esistono solo pulsioni di morte e di
distruzione, ma anche l’attesa che qualcuno la scelga
a rifugio per una nascita. L’istinto di Dio che, più forte dello stesso istinto
di conservazione, superiore alla stessa sessualità, spinge l’uomo a rinnegare
se stesso, a rinunciare alla carne, affinchè in lui
Cristo nasca e si faccia carne, e nella caverna umana
nasca l’Uomo che sente in Cristo il suo stesso principio e il suo più alto
fine.
In questa
visuale acquistano il loro pieno significato le parole di Angelo
Silesio: «Seppure Cristo
nasca mille volte a Betlem, ma non in te, tu resti
perduto per l’eternità».
1 Giovanni Vannucci, «Alcuni segni della Natività» - Natale - Anno B; in Verso la luce, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 25-27.