I SIMBOLI
DELLA NATIVITÀ1
I particolari della nascita del Figlio di Dio sulla terra affiorano
spontanei alla memoria: la grotta, la mangiatoia, la vergine, gli angeli
e i pastori, il supremo silenzio della notte santa. La loro presenza nella memoria
commossa e pensosa si è talmente impressa in noi che possiamo in piena onestà
domandarci se quanto si compì circa duemila anni or sono non si attui anche in
noi, in maniera tale che i segni della notte santa non operino in noi l’evento
della nascita della Parola eterna: come a Betlem così
nei cuori consapevoli il Fanciullo eterno nasce,
seguendo gli stessi ritmi della sua nascita nella grotta.
Il simbolo precede e segue il Rivelatore, come se ne fosse
la parte integrante, come se, senza di esso, l’opera del Rivelatore rimanesse
incompleta e non potesse dare il suo pieno significato alle coscienze in
attesa.
Da millenni l’uomo è abituato a pensare per immagini, anzi spesso
l’immagine precede il pensiero; così da millenni l’immagine della grotta, della
spelonca è familiare alla mente.
Nella storia simbolica dell’umanità la grotta segna l’aprirsi di nuovi
cicli umani, collettivi e personali. La grotta di san Benedetto, le grotte di Greccio e della Verna, le grotte
dei numerosi eremiti segnano l’inizio di trasformazioni compiute nella
coscienza di alcuni figli predestinati dell’umanità e
insieme di nuovi rapporti dell’uomo e delle cose.
Per atavismo l’uomo porta in sé la memoria della cavità nella roccia,
del tepore protettivo della tana dove fu accolto e protetto nei primordi della
sua esistenza. Mentre dalla spelonca ancestrale uscì
l’uomo figlio della terra, da quella di Betlem uscì
il Figlio di Dio e dell’Uomo, il portatore del regno di Dio.
Il piano divino nel suo svolgimento non prevede il caso, ma predispone
gli eventi, così che ogni cosa sia pienamente
concatenata perché sia rivelata alla mente la certezza che tutto è pieno di
significato, di una recondita armonia prestabilita da una volontà sapiente.
Nella grotta il Fanciullo nasce fuori della civiltà
costruita dall’uomo, fuori della cultura ufficiale; il sacerdozio, detentore
delle conoscenze che preannunciavano e indicavano il luogo della nascita, non
si muove nel momento della nuova rivelazione, il potere politico si agita e
cerca di sopprimerla.
E dobbiamo tornare alla grotta di Betlem per ripensare che le vie di Dio non sono le nostre.
La grotta è la disarticolazione di quella fiducia che ci fa ritenere assolute
le nostre culture e le nostre civiltà. Dalla grotta l’Inatteso,
il Nuovo erompe improvvisamente, riempiendo il mondo di vita non immaginata né
immaginabile per novità di forme e intensità di vigore trasformativo.
L’immagine della vergine ricorre, nelle tradizioni di tutti i popoli,
collegata con la grotta, dal cui interno scorre una sorgente dai poteri
miracolosi. Basta per noi cattolici pensare alle non rare
grotte che segnalano l’apparizione della Vergine, e alle acque sorgive salutari
che sgorgano o dentro o nelle vicinanze. Anche questo segno ha preceduto
la Rivelazione cristiana e nel momento in cui si compie ve lo troviamo in una
forma che raccoglie tutte le prefigurazioni e le esprime
in una maniera insuperabile.
La Vergine è la terra pura, incontaminata, non inquinata da germi umani,
cosicché in essa e da essa la Vita può riprendere il
suo intenso e fecondo corso. Come la grotta è l’archetipo di ogni
rinnovamento dei cicli della vita umana che in essa ritrova il principio e un
nuovo abbrivio, così la Vergine è quello della spoliazione totale di ogni
pregiudizio, egoismo, di ogni opera dell’uomo per raggiungere una completa
offerta nella purezza di un desiderio interamente devoluto allo Spirito.
La Vergine è la terra intatta che diventa perfetta ricettività delle
energie divine, e insieme attività trasformatrice e generatrice della Verità.
Il significato della Vergine-Madre è nella sua
qualità di «essere niente» - «Sia fatto di me secondo la tua parola» (Lc 1,38), dice la Vergine all’angelo -; il suo io
non è separato, la sua azione non è affermazione di se stessa nella conquista,
ma offerta e abbandono di sé al volere divino.
Il Fanciullo
Nella grotta incontriamo la Vergine-Madre e il
Fanciullo adagiato nella «mangiatoia». La mangiatoia
di cui parla l’evangelista Luca non è la greppia delle
nostre stalle, ma la cesta che serviva ai pastori per portarsi dietro il cibo
per le lunghe soste nei pascoli. La Vergine-Madre
depose il Figlio nella sporta per il cibo dei pastori, e anche questo è un
«segno» di riconoscimento del nuovo uomo, la cui novità si rivelerà
nell’essere pane e vino per la fame e la sete dei cuori umili, dei pastori.
Nell’umile e necessaria sporta degli alimenti troviamo
un Fanciullo fragile e indifeso. Egli rappresenta
l’annullamento di tutte le immagini, di tutti i nomi con i quali l’uomo, potente
e assetato di potenza, aveva rivestito il mistero di Dio. L’Onnipotente
diventa impotente, Fanciullo indifeso e bisognoso del
tepore di un senso di Donna, di una culla; il Tremendo diventa dolcissimo; il
Condottiero di eserciti, un Fanciullo fragile, attorniato di luce e di canti
che invitano alla pace.
Così la grotta, la Vergine-Madre, il Fanciullo sono i simboli dell’annullamento di quanto l’uomo
ha tentato di costruire negando la semplicità e la sanità della vita.
La grotta, la Vergine-Madre, il Fanciullo sono il rovesciamento dei templi, dei riti, delle
ideologie che nascono dall’affermazione di sé e dall’avidità.
In questa grotta vogliamo entrare anche noi per riconoscere il Fanciullo e la vergine che vi si rivelano. Nella grotta non
ci sono soltanto dei complessi di distruzione e di libidine, di crudeltà e di
paura, ma anche un complesso divino, un complesso immacolato e verginale.
Complesso questo più forte dell’istinto di conservazione, superiore alla
sessualità: per esso l’uomo rinnega se stesso, rinuncia
alla carne e al sangue perché in lui Cristo divenga carne.
1 Giovanni Vannucci, «I simboli della Natività» - 25 dicembre, Notte di Natale - Anno C, in La vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985; pag. 25-28.