IL FANCIULLO ETERNO1

 

Le celebrazioni natalizie tornano, ogni anno, portando il loro incantesimo, la loro grazia, le loro conoscenze espresse con simboli inesauribili: la Vergine Madre, la notte profonda, il volo canoro degli Angeli, i pastori, i re magi, la greppia, gli animali che fanno corona al Fanciullo eterno, l’annuncio della pace. Essi passano davanti al nostro sguardo commosso, il cuore ne sente il fascino, e rientriamo nella banalità dell’esistenza con un sentore di poesia arcana, che releghiamo nel mondo dell’immaginazione fiabesca e niente di più. Eppure l’arida volgarità del nostro tempo dovrebbe spingerci a sostare più a lungo e in raccolto silenzio davanti ai simboli della nascita del Fanciullo eterno, per afferrarne il contenuto, per viverlo con sensi che ne scoprono la verità e la bellezza, per capire che il loro messaggio concerne ogni uomo e gli da la forza di vivere la sua vicenda personale nella linea dell’ascesa e della trasfigurazione. Il ritorno alla riflessione su questi simboli, che ci trasmettiamo di stagione in stagione con riti ormai stereotipati e consuetudinari per disattenzione, significherebbe un’evangelizzazione attiva per tutti noi che dobbiamo riconoscere con coraggiosa umiltà di essere ormai dei pagani e degli idolatri.

Non avendo l’insegnamento religioso contemporaneo saputo riconoscere il valore immanente e insieme trascendente dei grandi simboli della nostra tradizione, ha lasciato la psiche dell’uomo occidentale in preda a tanti demoni, in maniera tale che per liberarsene è tentato di trovare altrove delle tipologie più nutrienti. Sarebbe così importante se ci fosse dato di leggere uno studio sull’Incarnazione della Parola eterna, preceduto da un esame delle figure della notte santa, alla luce di tutta l’umana tradizione religiosa e degli approfondimenti compiuti dalla psicologia moderna sugli archetipi eterni della coscienza umana.

La nostra Chiesa stabilì nel quarto secolo la data della Natività, e in essa vide il compimento della festività pagana che era celebrata nel mondo circostante e che commemorava il giorno natalizio del Sole invitto. Il rito cristiano sostituì la solennità pagana della rianimazione della luce solare al solstizio invernale; in essa veniva festeggiata con gioia la ripresa della vita sulla terra: il seme, sotterrato nell’autunno, dopo aver vinto il dragone infernale delle tenebre riprendeva vita con la crescita della luce solare. In Egitto Osiris era il simbolo della natura vegetale che nasce, cresce, vegeta e muore per rinascere perpetuamente. In alcune tombe di Osiris si trova il disegno di una conifera che è l’antenato del recente abete natalizio.

Il Natale cristiano non sottolinea la rinascita della vita vegetale sulla terra, ma la nascita del Figlio di Dio nell’umana carne, la possibilità offerta ad ogni uomo di trasformarsi da figlio della terra in figlio del cielo, riunificando in sé ciò che nell’esistenza è separato: visibile e invisibile, finito e infinito, carne e spirito. Nel Fanciullo della notte santa ci viene rivelata l’ultima e l’essenziale realtà di ogni uomo: Egli è luce da luce, ognuno di noi porta nella veste terrena, carnale, grazie alla quale possiamo dar forma a qualche cosa come la storia, una scintilla di quella luce che in Lui è discesa nella sua pienezza (cfr. Gv 1, 4).

La notte santa, presentandoci l’Incarnazione della Parola eterna nel Fanciullo del presepe, rivela la natura vera dell’uomo: in ogni uomo vive una scintilla di luce che appartiene al mondo dell’invisibile, della pienezza dell’Essere. Se l’uomo non percepisce la scintilla divina che è in lui, non può capire la vita, la storia diventa per lui un concatenamento irrisolubile di necessità, di costrizioni, di schiavitù. Quando i suoi occhi si aprono alla luce che illumina ogni uomo, il suo occhio percepisce la realtà terrestre e sopraterrestre, come specchio che riflette non l’irrealtà del mondo delle forme ma la pienezza del reale. Riconoscendo in se stesso la luce, fonte e origine del suo essere personale, sperimenta in se stesso lo stato di colui che sa, e trova il suo destino, il suo compito nella storia e, come Cristo, si darà tutto all’adempimento delle «cose del Padre».

In lui la scintilla divina, esiliata nel mondo della dimenticanza e dell’ignoranza, riconosciuta, è salva e diviene attiva, operando la nascita dell’uomo eterno, dell’uomo vero. Ritrova in sé la Parola non profanata, e si incammina verso l’adempimento del suo compito personale: ricollegare la pluralità del mondo con l’Unità divina. Perché questo avvenga ognuno prenda coscienza del proprio caos, del proprio stato personale indifferenziato, se ne separi per nascere alla luce, per divenire una nuova creatura.

Quando l’uomo eterno nasce nell’uomo terreno, mediante l’offerta sacrificale del proprio essere caotico alla luce in lui racchiusa, non è più sottomesso al divenire e all’invecchiamento del tempo cronologico: il Fanciullo eterno è nato in lui. Alla sua nascita presiedono la terra pura, la Vergine Madre incontaminata, la notte illuminata da luci e rallegrata da canti del mondo delle origini. La nascita del Fanciullo eterno nell’uomo è un’incarnazione: di essa l’Incarnazione della Parola eterna in Gesù Cristo costituisce il prototipo e l’esemplare. Essa si compie quando ognuno di noi nasce in Dio e Dio nasce in noi, e coincide con la fioritura dell’individualità spirituale di ciascuno. «Cristo può nascere mille volte a Betlem, ma se non nasce in te la sua nascita è inutile».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



1 Giovanni Vannucci, «Il Fanciullo Eterno», Natale  - Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984. Pag. 27-29.