EPIFANIA DEL SIGNORE1
«Ecco, vennero i Magi dall’Oriente a Gerusalemme dicendo: “Abbiamo visto la stella del re dei Giudei e siamo venuti per adorarlo...”. Entrati nella casa videro il Fanciullo con Maria sua madre; prostrati lo adorarono, offrendo in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2, 1-12).
Il giorno dell’adorazione dei Magi è designato dalla liturgia con il termine
di Epifania, cioè di manifestazione della grandezza e del potere di Gesù a
tutte le popolazioni della terra. I doni offerti dai Magi al Fanciullo rivelano
la natura del Fanciullo: l’oro è l’offerta in onore dei re, l’incenso il dono
al sacerdote, la mirra, sostanza per l’imbalsamazione, il dono alla vittima
sacrificale. Il Fanciullo è il Re e la sorgente del potere esercitato in nome
della verità di Dio; è il Sacerdote e la fonte del sacerdozio conforme al
pensiero di Dio; è la Vittima che sacrifica se stessa per rendere possibile,
nella dura èra attuale, l’accesso alla Verità. Nella sua nascita il Figlio
di Dio è apparso in una porzione di terra non profanata da mano d’uomo, lo
squallore della grotta è stata la condizione richiesta perché potesse comunicare
con tutte le creature in perfetta libertà e immunità di privilegi. Questo
fatto rivela la sovranità assoluta di Gesù, il suo potere regale non è la
conclusione di ambiziosi sogni di potenza, il risultato di abili maneggi delle
masse e delle loro oscure brame; ma è il servizio umile, incondizionato, silenzioso
e fattivo di un amore per la verità e la vera grandezza dell’uomo. Nel Fanciullo
venerato dai Magi, come Re, è già in atto quell’insegnamento che un giorno
definirà la statura del Buon Pastore che «conosce le sue pecorelle ed è da
esse conosciuto perché dà per loro la sua vita» (Gv 10, 11).
Il Fanciullo venerato dai Magi è anche il Sacerdote, l’origine e il compimento
del vero sacerdozio, la cui missione è di ricongiungere la terra e il cielo
attraverso il dono di sé e il servizio. La mancanza di ogni privilegio, la
nudità più semplice, la libertà da qualunque casta terrena che poteva essere
rappresentata anche dall’aprirsi di una casa per accogliere la Vergine partoriente,
sono le ali che fanno volare nell’alto, nella sua opera mediatrice, il sacerdozio
vero.
Anche qui l’essere prevale sull’avere. E da Cristo nasce non una casta
sacerdotale avida di poteri e di privilegi terreni, ma un ordine nuovo di
creature che in Lui ritrovano la perduta armonia dell’amore e del servizio
silenzioso e fedele, perché ogni uomo, dall’umile e spoglia presenza del sacerdote
cristiano, sia condotto a vedere in se stesso, senza violenze e senza imposizioni,
la luce del Signore.
Il Fanciullo è anche la Vittima intatta, immolata nel punto più cruciale
dell’èra in cui viviamo. La nostra èra è l’èra della forza bruta e spietata,
i suoi sentieri sono segnati dalle vittime che si sono immolate per aprire
un varco alla speranza e alla verità nel cuore dell’uomo.
L’unica via possibile per ritrovare il collegamento tra il cielo e la terra,
tra il nostro io chiuso nelle valve dell’egoismo e l’Io divino aperto nell’infinito
cielo è il sacrificio. E il sacrificio cruento è il diadema del vero Re, la
corona sacra del vero Sacerdote.
Questo intuirono i semplici cuori dei saggi venuti a Betlem dall’Oriente, per venerare Colui che compiva la loro conoscenza e la loro speranza, ed era il fiore sbocciato dall’attesa religiosa dell’uomo.
1 Giovanni Vannucci, in Risveglio della Coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Epifania del Signore - 6 gennaio Pag. 37-38. Anno A.