PESCATORI DI UOMINI1
Cerchiamo di
capire la pagina del Vangelo che vi ho letto conformemente ai nostri criteri. I
nostri criteri sono quelli di vedere l’evento storico compiuto da Gesù, dal
Maestro, proiettarsi con un’energia vitale nel corso dei secoli. E questo
passaggio dalla storia alla superstoria, dall’episodio contingente della vita
di Cristo a una realtà più universale, rende la lettura del Vangelo come una
realtà eterna, sempre in atto e sempre immanente. Per capire questa pagina del
Vangelo credo che dobbiamo prima cercare di comprendere il significato delle
ultime parole di Cristo dette a Pietro e ai primi seguaci: vi farò pescatori di
uomini. Cosa significa pescatori di uomini? Cosa fa il pescatore? Estrae
dall’acqua il pesce. Il pesce immerso nell’acqua è - per chi sta all’esterno -
come se non esistesse. Quando viene estratto dall’acqua e messo nella luce del
sole, questa forma appare. E l’acqua sappiamo cos’è, nel suo significato
metafisico, nel suo significato simbolico: è l’inconscio, l’indistinto.
L’acqua, per
noi, può essere il gruppo cui apparteniamo, può essere la Chiesa di cui
facciamo parte, può essere il partito nel quale militiamo, cioè tutte quelle
realtà che rendono il nostro io conforme ad altri io, tutte quelle forze che ci
rendono meno liberi e ci rendono partecipi di una coscienza di gruppo, di
massa. E poco importa se questo gruppo sia politico o religioso, sia Chiesa
cattolica o sia Chiesa protestante. Quando noi ci inseriamo in un’onda di
collettività, il nostro io perde la sua singolarità. E facciamo molte rinunce,
molte limitazioni, al nostro io personale: rinunciamo a vedere le cose col
nostro pensiero, con le nostre capacità mentali, rinunciamo a orientare la
nostra vita in una maniera che non è conforme ai dettami del gruppo cui
apparteniamo. Questa è l’acqua che ci sommerge.
È una grossa
tentazione, questa, perché tutti siamo portati ad assecondarla, per una spinta
che è in natura, che porta l’essere vivente a ripetere sempre lo stesso atto,
lo stesso gesto che ha compiuto in passato. E questa pigrizia - che è nel
nostro essere come creature viventi limitate dallo spazio, dal tempo, dalla
carne, dalla psiche, dalla mente - ci porta a non pensare col nostro pensiero,
a non metterci in atteggiamento di sovrana indipendenza di fronte al gruppo, alla
massa, alle tendenze del nostro tempo. E ci porta anche a fruire di quella atmosfera
di tranquillità, di non preoccupazione, che ci vien data dalla massa. Guardate,
anche nel nostro tempo, siamo ora alla ricerca di assicurazioni che riteniamo
giuste. Quando io sono assicurato sulla malattia, sulla vecchiaia, su tutti i
numerosi diritti che proclamiamo ogni giorno, io vengo anche esonerato da tante
preoccupazioni: quando sarò vecchio comincerà a scorrere la pensione dello
Stato. Ma l’uomo che vuol vivere la sua vita cerca di distaccarsi da queste
tendenze della massa e cerca di pensare con il proprio pensiero, cerca di
lavorare non conformemente a delle direttive che gli vengono date dagli altri,
ma conformemente alla sua natura vera, a quelle forze creative che lui
possiede, che non può rinnegare senza alterare se stesso.
C’è questo
conflitto nella nostra esistenza. Il gruppo cui apparteniamo - che può essere
la famiglia, il convento, la Chiesa, il partito, la nazione, la razza - ci condiziona,
ci dà un ordine; ci dice: accetta il mio ordine, ti do una sicurezza. D’altra
parte da noi nascono delle tendenze anarchiche, utopiche, utopistiche - utopoV vuol dire una tendenza che non ha posto, che
non ha terra -, e sogniamo. Sogniamo e per noi, e per la società, delle realtà
differenti. E c’è questo conflitto, che in fondo si riallaccia alle pulsioni
più vive del nostro io personale che non vuol essere mangiato o divorato dalla
grande acqua dell’umanità cui apparteniamo, o immediatamente o mediatamente.
Essere
pescatori di uomini vuol dire allora emergere da questo gravissimo pericolo, da
questo gravissimo rischio, che continuamente noi affrontiamo; ed emergendo tu
potrai aiutare altri ad emergere. Quando Cristo dice: è stato detto agli antichi,
ma Io vi dico, è questo atteggiamento che noi dobbiamo riuscire ad avere.
Nell’umanità è difficilissimo, perché basta esercitare una professione per
essere subito soffocati dallo spirito di questa professione, basta vivere
dentro un piccolo gruppo per essere continuamente fagocitati, mangiati dallo
spirito di gruppo, dallo spirito di corpo. Il destino dell’uomo è invece quello
di realizzare il proprio compito personale andando anche contro tutti. E quando
io mi metto contro lo spirito che mi vuole opprimere e soffocare, emergo e
ascendo nella chiarezza del sole, di quel cielo dove Cristo è il Sole.
Allora essere
pescatori di uomini non vuol dire - come l’abbiamo interpretato spesso noi
preti -: gettate l’amo e poi pescate il fedele che viene nella vostra chiesa,
come contribuente, non soltanto per il vostro mantenimento, ma per una certa
soddisfazione, perché potrete avere le reti piene di tanti pesci buoni e
obbedienti. Non è questo l’essere pescatori di uomini, ma è emergere da
quest’onda di soffocamento che ci minaccia tutti, raggiungere la perfezione
della nostra personalità, della nostra individualità e aiutare gli altri a
emergere. Dobbiamo imparare a dire anche noi agli altri: è stato detto agli
antichi, ma io vi dico. Perché il termine del cammino cristiano è l’essere
figli di Dio. E Figlio di Dio è colui che ha detto: Io sono.
Se
confrontate un momento questa forza cristiana che Cristo ha introdotto nello sviluppo
della coscienza umana, ne potete cogliere l’essenza. Al tempo di Cristo l’ebreo
cosa diceva? Io sono figlio di Abramo. E se guardate la storia antica troverete
che le antiche popolazioni, le antiche tribù - che poi si sono organizzate in
piccoli stati, in piccole repubbliche come in Grecia, oppure in grossi imperi
come Roma - hanno avuto questa preoccupazione, di riallacciarsi a un antenato
mitico. Così Roma si riallaccia a Enea; altri si riallacciano ad altri antenati
mitici. Questo per un bisogno di sentirsi sicuri di se stessi come appartenenti
a un popolo le cui radici rimontano nella lontana antichità, quando vivevano i
grandi eroi. Il re di Roma diceva: io sono figlio di Enea; il re d’Israele
diceva: io sono figlio di Abramo. E Cristo dice: chi non rinuncia al padre,
alla madre, alla famiglia e non mi segue, non è degno di me. Cioè, distaccarsi,
distaccarsi da tutti questi condizionamenti sociali e di gruppo che hanno avuto
una loro funzione un tempo, ma che con il cristianesimo non hanno più
significato, anche se noi cristiani poi siamo ricaduti in queste vecchie
posizioni psicologiche: troviamo delle famiglie che hanno la grande
preoccupazione di avere i fondatori della dinastia, eroi, guerrieri, e altre
cose del genere; abbiamo questo bisogno nelle nostre città, di far ascendere la
fondazione della città a qualche eroe mitico dell’antichità; oppure troviamo
queste cose nello spirito di gruppo che condiziona la vita dei singoli in seno
alle grandi o piccole chiese dell’esperienza cristiana. Ma Cristo ci dice: chi
non rinuncia al padre, alla madre, alla famiglia, non è degno di me.
Dobbiamo
riuscire a raggiungere la totale solitudine del nostro essere per conquistare
la nostra maturazione e per vivere, respirando quell’aria di libertà e di
verità alla quale siamo chiamati e verso la quale siamo in cammino.
Consideriamo allora la storia della cristianità in questi duemila anni in
questa prospettiva, e vediamo che la realtà di quella pienezza di coscienza che
si è attuata in Cristo è ancora là, imperfetta, insufficiente, incompleta, e
siamo in cammino verso la realizzazione della piena coscienza di Cristo.
Guardando, per esempio, il Rinascimento, noi vediamo che la realtà
dell’individuo singolo, anche se noi la critichiamo, viene affermata. E questa
è una maturazione della spinta fondamentale del cristianesimo che è l’impulso
concesso, dato e continuamente alimentato nella nostra coscienza, di liberarsi
dallo spirito di massa, dallo spirito di gruppo, dall’impoverimento della
nostra personalità, non accettando le leggi vigenti, le tendenze della massa,
le tendenze del gruppo.
Mi direte, ma allora la Chiesa come farà a sorgere? La Chiesa sorgerà quando tutti i cristiani saranno figli di Dio, cioè uomini pienamente liberi, che insieme compiono il loro cammino cristiano in piena libertà, nel pieno rispetto delle realtà, delle qualità, delle facoltà, dei modi di vedere e di pensare degli altri. Perché è attraverso il raggiungimento di questa piena libertà, attraverso l’emersione dall’acqua del mare, che noi realizziamo in noi il grande uomo vero, il Figlio di Dio e soccorriamo gli altri perché raggiungano la vera dimensione di figli di Dio. Questo è il nostro compito.
Quanto più
consideriamo il cristianesimo, vediamo che esso ci impegna, proprio ci salda
con l’avventura divina che Dio compie nella dimensione dell’intera coscienza
dell’uomo. Quindi Dio non è al di fuori di noi, è in noi. È nelle nostre
migliori e più profonde e più intense aspirazioni. Mettersi al servizio di
queste aspirazioni significa trasformare la nostra natura e liberarla da tutti
quegli impoverimenti e da tutte quelle imperfezioni e da tutte quelle penombre,
da tutta quella non vita che viviamo finché siamo immersi in questo spirito di
collettività e di collettivizzazione. Dobbiamo essere uomini che sanno dire
come Cristo: Io sono. Allora emergiamo dall’onda e aiutiamo gli altri a
emergere dall’onda.
1 Giovanni Vannucci, omelia pronunciata domenica 6 febbraio 1977 durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 18 nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti, FI). In Ogni uomo è una zolla di terra, 1a ed. Borla editrice, Roma, aprile 1999, «Pescatori di uomini», pag. 141-147, 5a domenica del tempo ordinario - Anno C.