LA ZIZZANIA E IL GRANO1
Il seme del regno di Dio non chiede che di germinare,
il dovere dell’uomo è quello di non porre ostacolo alla crescita; trarre il
bene anche dal male è pensiero e operazione di Dio.
Una delle parabole del Buddha è analoga a quella della
zizzania, riportata in Mt 13, 24-43, e può esserci utile a comprenderne il
senso. «Quando Dio creò l’uomo, il diavolo ne ebbe
grande invidia, volle gareggiare con lui creando un altro uomo che fosse
migliore di quello creato da Dio. Ma Dio aveva consumato
tutta la materia, il diavolo fu costretto a cercare qualcos’altro per il suo
capolavoro. Dopo aver cercato a lungo non trovò che un
mucchietto di sterco d’asino: con esso plasmò una figura umana, l’intonacò con
della calce, cercò di animarla soffiandovi il suo alito, come aveva fatto il
creatore. Una volta animata portò il suo manufatto in mezzo agli uomini; questi
ultimi rimasero stupiti perché, pur essendo simile a loro, lo trovavano diverso
senza riuscire a capirne la differenza. Essendo opera del diavolo,
era maligno, sciocco e chiacchierone; gli uomini si lagnarono con Dio, il quale
sorrise e disse: "Aspettate la pioggia". Venne la pioggia e
l’opera del diavolo si disfece e fu di concime alla terra.
Siccome ci sono molti asini, continuò il Buddha, il
diavolo continua a fabbricare i suoi uomini i quali, pur essendo simili agli
uomini di Dio, non reggono alla pioggia e sono destinati inesorabilmente a
concimare la terra; Dio riprende sempre ogni materia perché sua e lascia al
diavolo il suo fiato».
La parabola della zizzania e quella buddhista dello
sterco d’asino s’integrano a vicenda; nell’una e nell’altra traluce quella
serena bonomia di chi misura il corso delle cose non ad anni ma a millenni, non
ha nessuna agitata impazienza di fronte alle opere del
maligno, consapevole che la farina del diavolo va tutta in crusca, è questione
di tempo; il credente è chiamato a preoccuparsi delle cose permanenti. La sapienza
divina, essendo eterna, si contrappone alla povera conoscenza dell’uomo che è
legata al tempo.
«Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?», domandano
gli operai al padrone. La risposta è perentoria: «No! Togliendo la zizzania rischiate di sradicare anche il grano!». Agli
uomini, che si agitano per l’opera del nemico, il padrone risponde semplicemente:
«Aspettate che piova»; appena caduta la pioggia la
creazione del diavolo si decompose e servì a concimare il campo.
Noi abbiamo sempre, regolarmente, una tremenda premura
di far giustizia, di moralizzare perché il male sia sradicato, le ombre dissipate
e trionfi la luce; in questo nostro zelo estirpiamo il grano insieme alla
zizzania. Dio sa invece attendere, conosce il suo seme e conosce il seme del
nemico. Non ha il nostro zelo frettoloso, lascia che l’uno cresca insieme all’altro
sino alla mietitura, poi la zizzania servirà da combustibile sotto la pentola
dei mietitori e il grano verrà riposto nel granaio.
Spesso il malvagio cresce accanto al giusto, e non si
può sradicare l’uno senza sradicare l’altro. A fianco dell’uomo di Dio prospera
l’uomo del nemico e, colpire quest’ultimo, potrebbe
significare colpire il primo.
Dio comanda di aspettare la pioggia, ed è questa che
deciderà sulla natura reale dei due. L’uomo di Dio, sotto l’onda della
tribolazione che lo purifica, si rafforza e risplende. Il malvagio, come la
creazione del diavolo, si scioglie e servirà da concime alla terra. La zizzania
e il grano si nutrono di una stessa linfa sopra lo stesso terreno, ma la prima
farà fuoco sotto le pentole, il secondo verrà riposto
nel granaio. Se Dio punisse l’uomo ogni volta che pecca,
dovrebbe ricompensarlo ogni volta che agisce bene. Dio non fa ne l’una, ne l’altra cosa, ma attende l’ora della mietitura,
l’ora cioè in cui la zizzania e il grano potranno essere colti insieme e
diversamente destinati. Nulla andrà comunque perduto,
tutto servirà: il grano nel granaio, la zizzania nel fuoco. Il bene aumenterà
il tesoro del bene, il male ardendo contribuirà suo malgrado
alla sua stessa liberazione.
Considerando
l’insegnamento più accuratamente e portando il campo della riflessione dal
piano generale della storia a quello della nostra specifica persona, dal campo
dell’umanità a quello del nostro io individuale, scopriamo che nella nostra zolla
coesistono grano e zizzania, bene e male, virtù e vizio, merito e demerito.
L’atteggiamento ordinario che assumiamo
di fronte alle forze oscure, alla zizzania che è in ognuno di noi, è quello
degli operai: vuoi che estirpiamo la zizzania? La risposta del Padrone è
l’invito a non aver fretta, a pensare al grano che in noi deve maturare e la
cui maturazione deciderà del destino della zizzania. La nuova parola d’ordine è
quella di non estirpare le ombre, i germi del nemico tenebroso, di integrare in
una unità superiore l’angelo luminoso che posa sulla
nostra spalla destra con l’angelo oscuro che posa sulla nostra spalla sinistra.
Ognuno di noi ha la sua zizzania, la sua ombra; se non
vengono illuminate da una lucida coscienza, se vengono
esorcizzate, represse, affrontate con spirito manicheo, tanto più si
radicheranno e si faranno dense. Se esse fossero decisamente
il male, non ci sarebbe problema. Ma la zizzania, l’ombra sono
qualcosa di immaturo, di primitivo, di imbarazzante, ma non il male in sé.
Contengono delle qualità inferiori, puerili, che potrebbero render più bella e
più viva l’umana esistenza; saranno il fuoco che scalda la pentola e le cui
ceneri concimano la terra della parabola evangelica, lo sterco della parabola
buddhista.
Questa necessità di integrazione
condurrà l’uomo verso un nuovo eroismo, non più quello del superuomo puritano
che tutto giudica, tutto moralizza, ma quello del rifiuto della eteronomia del
male, della proiezione del male su un capro espiatorio, lo guiderà verso
l’etica dell’abbandono deliberato di ogni dualismo. La zizzania non può essere
estirpata, è falciata insieme al grano, il seme viene
vagliato. La zizzania bruciando diventa terra e, ad opera
del fuoco, può divenire grano!
1 Giovanni Vannucci, «La zizzania e il grano», 16a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 134-136.