I QUATTRO TERRENI1
Prima di cercare di capire
la parabola del seminatore, narrata in Mt 13, 1-23,
sono necessarie alcune delucidazioni sopra i suoi vocaboli chiave: Gesù da una
barca parla alla folla, che l’ascolta sulla riva del mare; parla in parabole; parla
di un seme gettato nel terreno, di quattro specie di terreno; nella spiegazione
che dà della parabola il seme è identificato all’uomo che ascolta o non
ascolta.
«Gesù salì su una barca vicino alla
riva del mare, e alla folla rimasta sulla spiaggia parlò in parabole».
Questa descrizione, oltre al suo significato storico, ha un senso psicologico.
Il mare, nel linguaggio metaforico dei Vangeli, indica qualcosa di diverso
dalla terra: in questa premessa al discorso in parabole, esso indica che
Cristo sta parlando di cose che non appartengono all’ordinaria comprensione
dell’uomo, ma di realtà che a prima vista sono oscure a
un intendimento basato sui dati dei sensi.
Che Egli parli da un altro
livello è indicato dalla sua collocazione sulla barca nel mare. Le varie
categorie delle idee dipendono dai differenti livelli di comprensione; essi,
nel naturale linguaggio dei sensi, vengono raffigurati
in vari modi: con i monti, in quanto distinti dalla pianura - il discorso della
Montagna, per esempio -, oppure col mare, in quanto è altra cosa che la terra.
Così, in questo discorso. Gesù, rivolgendo la parola a
una folla che è sulla spiaggia, indica che sta parlando da un livello di
coscienza differente da quello dell’uomo ordinario.
«Egli parlava loro in parabole»; la parabola è il
supporto che unisce un’immagine presa dalla vita ordinaria, dal livello
sensibile - il seminatore e le vicende del seme sparso in differenti terreni -,
con un significato che appartiene a un livello
superiore. L’uomo vive fisicamente sulla terra, illuminato e nutrito dalle
energie del sole; psicologicamente e mentalmente vive illuminato e nutrito da
una luce che viene dall’alto, luce più necessaria e meravigliosa di quella del
sole sensibile. Nella misura in cui l’uomo ascende nella conoscenza, si radica
sempre di più in questa luce, sicché si può affermare che è essa a guidare
l’uomo alla vera e piena conoscenza.
La parabola è perciò un linguaggio che, usando i
termini forniti dall’esperienza dei sensi, allude a un
superiore livello di significato. Per comprenderne il messaggio non è sufficiente
fermarsi all’immagine sensibile o letterale, alla percezione esteriore, ma è
necessario raggiungere una percezione interiore. Gli antichi pensavano che
l’uomo fosse il ponte, il collegamento tra la terra e il cielo. Tenendo
presente questa immagine possiamo comprendere le
parabole; la loro differente comprensione rivela la varietà del nostro
personale livello nella scala dell’essere; esiste uno stretto rapporto tra il
seme e le qualità del nostro personale terreno, per questo le parabole di Gesù
non sono dei temi di predicazione ma delle interrogazioni severe che ci vengono
rivolte.
Il seme viene sparso nel
mondo a larghe mani, la parola viene comunicata a tutti, cade lungo le strade
dove trova due consumatori: gli uccelli e il maligno. Gli uccelli, gli spiriti
leggeri e incostanti, gli uomini superficiali che vanno errando qua e là, che
cercano senza trovare e non si danno pensiero di ciò che per caso possiedono: a essi il Regno è predicato in pura perdita. Però, come gli uccelli che cibandosi di un seme lo
trasportano in terre lontane, sono l’occasione della propagazione della parola
loro malgrado e con il loro inconsapevole ausilio. Quanti deridendo una
dottrina l’hanno resa familiare e hanno attirato l’attenzione di chi l’avrebbe
vissuta!
L’altro consumatore del seme sparso sulla strada è il
maligno; egli assume un nutrimento atto a distruggerlo o a mutarne l’intrinseca
natura.
Quindi c’è il terreno sassoso,
l’uomo che si rallegra alla parola di verità, ma dal godimento all’attuazione
della parola il passo è difficile. La parola del Regno è una bella cosa, purché
non disturbi, non ostacoli il piccolo regno che ognuno si costruisce m questo
mondo. Se bastasse solo credere, tutti crederebbero! Ma è necessario operare, scomodarci e scomodare, capovolgere
la comoda morale corrente in nome di una morale nuova ed eccezionalmente
scomoda. Chi è privo di carattere, chi ha qualcosa da difendere non può portare la parola alla fruttificazione.
II seme cade in mezzo alle spine, il seme divino è
forte per natura, né aborre alcun luogo, ovunque può attecchire e germinare; né
gli importa se non giungerà a maturazione.
Il seme cade infine sul terreno buono, ove dà un
frutto di differente abbondanza. La parola del Regno frutta il cento per uno
negli spiriti liberi, pronti, generosi, incuranti di se stessi, capaci di
cercare la giustizia del regno di Dio con tutte le
loro energie, pronti a rinunciare a se stessi, a staccarsi da ogni terreno
vincolo o desiderio.
Vi sono poi gli uomini di buona volontà che cercano di
fare del loro meglio per aderire alle leggi divine; per essi
Dio sarà sempre Dio, un ottimo padrone, ma mai un Padre. Dio resta per loro il
grande estraneo; la loro personalità conosce un solo modo di annientamento:
l’umiliazione, non la trasfigurazione di se stessa. L’amore che si innalza come allodola nel cielo non è per loro, sono
uccelli di gabbia, non d’aria, essi danno il sessanta per cento.
Vi sono infine gli spiriti
aridi ma onesti, obbedienti per natura; seguono la parola del Regno non per
amore, non per timore, ma per rigido dovere; donano se stessi, ma senza ardore,
senza entusiasmo. Essi rendono il trenta per cento del seme loro affidato.
Nell’economia dell’universo la creazione si ribella all’inutilità, la divina
giustizia separa se stessa da ciò che l’ha respinta ...,
perché Dio creatore del tempo e
principio dell’eternità non disperde né l’uno né l’altra in vendette.
Da saggio coltivatore distrugge quanto non ha
risposto, dirà a ognuno di noi: «Ho seminato in te il
mio seme perché germinasse, tu non l’hai fatto, imputa a te stesso il tuo
danno. Creandoti libero ho sostituito
l’istinto del bruto con l’intelligente ragione, l’impulso con la chiaroveggente
volontà, la legge ferrea di causa ed effetto con l’intuitivo amore. Tu cosa ne
hai fatto? Sia fatta la tua, non la mia volontà».
A nessuno è chiesto più di quanto può dare, ma a tutti
è chiesto di dare quanto possono dare.
1 Giovanni Vannucci, «I quattro terreni», 15a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 131-133.