Tre cose vengono richieste a
chi vuol seguire Gesù Cristo: un amore più grande di quello che naturalmente si
porta ai genitori e ai figli; l’assunzione della propria croce; il dono della
propria vita (cfr. Mt
10,37-42).
L’evangelista Luca riproduce il testo più forte: «Se chi vuol seguirmi non odia il padre, la madre, la
moglie, i figli, i fratelli e le sorelle e anche la sua vita, non potrà essere
mio discepolo» (Lc 14,26). Parole dure, ma vanno
intese nella prospettiva che Cristo ci dischiude: il raggiungimento di Dio, il
divenire figli di Dio, mèta assoluta che non può esser raggiunta se non da un
fermo desiderio di allontanarsi da tutto ciò che non è l’Intemporale,
per vivere in comunione con l’Io divino che è in ogni uomo, in una partecipazione
vitale alla realtà di tutti gli esseri esistenti nel tempo. In
modo da amare gli altri, padre, madre, moglie, figli, eccetera, non per noi
stessi ma per se stessi, senza personale attaccamento.
Nel versetto trentaquattro del capitolo 10 di Matteo
Gesù dice: «Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra, ma la
spada». La pace non è l’inerzia, la vita del discepolo di
Cristo è combattimento continuo contro se stesso e contro tutti i legami
della carne e del sangue, contro le catene dell’egoismo. Egli rinnova la vita,
ma la rinnova nell’urto coraggioso, nel coraggioso andare contro corrente.
Certo da quest’angolatura
l’insegnamento di Cristo è asociale. La società, in quanto
tale, non interessa a Cristo; ogni uomo è solo e deve portare se stesso al Padre.
Società indica compromesso, legami, impedimento al raggiungimento del fine
supremo che è la perfetta rinuncia, che è in ultima analisi la morte dell’uomo
vecchio, dell’uomo nato dalla carne e dal sangue; dell’uomo separato, separante
e causa di divisione. L’insegnamento di Cristo non concepisce un ordinamento
sociale, basato sulla carne e sul sangue, che rende gli uomini ostili tra di loro, concepisce l’ordinamento sociale basato sulla
motivazione della divina paternità, per cui, non la carne e il sangue, ma la
carità, e il misterioso amore divino, uniscono i cuori e le coscienze in
un’aspirazione comune.
Chi amerà il padre, la madre, i figli più del Cristo,
non potrà uscire dal cerchio del sangue né adire alla divina figliolanza.
Questa trasformazione dei nostri piccoli amori nell’amore universale dei figli
di Dio costituisce la croce sulla quale giorno per giorno il discepolo dovrà
salire per morirvi. I presupposti della nuova coscienza che nasce
con Cristo rendono necessario la rottura dei vincoli carnali e la sostanziale mutazione
del ritmo naturale dei nostri legami affettivi. Il padre e la madre sono il passato, i figli sono il futuro; ma per il figlio di
Dio non esiste passato o futuro, non esistono ricordi o speranze, ma un eterno
presente, una realtà immanente e partecipe a tutto il mistero divino
caratterizzano la coscienza cristiana.
Il Padre che è nei cieli rende fratelli i figli che sono sopra la terra. Non esiste il ricco o il povero, il
colto o l’ignorante, il buono o il cattivo, il libero o lo schiavo: esiste
l’Uomo ed esso è il figlio del Padre. Un mondo nuovo,
un ritmo nuovo, e, in questo mondo, in questo ritmo, il padre, la madre, i
figli secondo la carne e il sangue, diventano
essenzialmente fratelli in Dio, nel Padre, l’unico Padre, l’unico principio e
il fine ultimo di tutto e di tutti.
Certamente tutto ciò travolge ogni
cosa, rinnova ogni cosa. Sono infranti i vincoli della corruzione, vengono spezzati i legami della separatività,
distrutti i limiti dell’odio, aperti i campi infiniti dell’amore. Nella morte
della carne, si assiste al prodigio della nascita dello spirito; tutto ciò non
può avvenire senza lotta e senza strazio.
Logico quindi che Cristo sia venuto a portare la
spada, logico che Egli sia geloso del possesso assoluto del discepolo, logico
che il discepolo che vuol seguirlo porti, come Lui, la croce.
Cristo dona se stesso, non trattiene egoisticamente la
sua vita, la dà; Egli si dona e prende, si distrugge nel dono di sé e crea,
come il pane che vien mangiato, si distrugge e alimenta
la vita. Egli ama e vuole essere amato, esigenza assoluta di vita e di
bellezza, più del padre e della madre, più dei figli, oltre la carne e il
sangue, nello spirito; assoluto nell’Assoluto, eterno nell’Eterno.
Nella nuova coscienza di Cristo, nel riconoscimento
del Padre comune, nella religiosità del Figlio, la separatività
scompare, gli uomini svaniscono, solo l’Uomo resta, i famigliari hanno la loro
ragione d’essere nella separatività, non nella
coscienza di essere tutti figli di un solo Padre, il
cristiano che rinnegherà la tradizione avita, che rifiuterà di sacrificare alle
apparenze, che, cercando la verità suprema, rivelerà l’inganno delle menzogne
dei sensi e dei sentimenti, della personalità singola e della personalità collettiva,
verrà considerato un pessimo membro della famiglia, un essere antisociale, un
cattivo patriota. Questa è la spada che Cristo ha portato, e insieme la croce
su cui deve salire chi vuol essere suo discepolo.
Nonostante questo al cristiano è
richiesta una virtù più che umana. Il cristiano è colui
che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica; è colui che non è da
più del maestro, ma è perfetto come il Padre che è nei cieli, che «manda la
pioggia e fa spuntare il sole sul giusto e sul peccatore». L’amore che trova
nella coscienza nuova di Cristo è un amore pieno e
libero; ama, non perché è amato ma perché l’amore è la natura stessa di Dio;
chi ama secondo la carne e il sangue non fa nulla di diverso dalle altre
creature; chi ama nella nuova coscienza di Cristo, ama come il Padre sa amare.
Nel discepolo quindi è richiesta una forza d’animo serena e ferma, che costituisce
una vera investitura di generosità.
In questo cammino il cristiano è solo; difficile è
comprendere questa interiore solitudine, essa lo rende
un silenzioso e nascosto portatore della vera vita. Inoltre il cristiano è
sulla terra un orfano, nulla è sulla terra di cui possa
onestamente gloriarsi, tutto è per lui riferibile al Padre celeste. Queste sono
le indicazioni della via silenziosa del discepolo e non è facile poterle
eseguire; per questo siamo sempre invitati a salire sulla croce.
1 Giovanni Vannucci, «I discepoli», 13a domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 125-127.