LA MISERICORDIA E IL SACRIFICIO1
Dalla religione del Padre
a quella del Figlio
Le parole: «Voglio la misericordia, non il
sacrificio» (Mt 9, 13) segnano un importante passo in avanti della coscienza
umana, di cui purtroppo pochissimi, anche dopo duemila anni, si sono resi
conto: il passaggio dalla religione del Padre a quella del Figlio. Il Padre
sentito come il Sovrano assoluto, il Giudice inappellabile, che promuove i
buoni e demonizza i peccatori. La coscienza bisognosa di sacrifici espiatori,
di capri sui quali riversare i peccati propri e quelli comunitari, la coscienza
solare, creatrice e apportatrice di vita. L’albero da frutto dona con trasporto
i suoi frutti, e la sua gioia aumenta con l’accrescersi dell’abbondanza dei
frutti; non demonizza gli animali e gli uomini che ne mangiano, il suo compito
è di sostentare le creature che abbisognano dei suoi doni. Così il seguace
della religione del Figlio vive per distribuire la misericordia, non per
innalzare altari su cui immolare delle vittime.
L’esperienza cristiana è nel faticoso e laborioso
cammino che va dalla religione del Padre, del Rigore, del Giudizio
irreformabile, alla religione del Figlio, che non giudica, non condanna, non colpevolizza
nessuna creatura, ma con mano generosa distribuisce amore e misericordia, non
spenge la fiammella che fumiga, non spezza la canna incrinata. Mosè aveva
dichiarato che l’uomo è l’immagine di Dio nel creato, Cristo ci dice che il
Figlio e i figli dell’uomo son chiamati a spogliarsi dal timore e dal tremore
dei servi, e dischiudersi alla gioia vitale di sentirsi figli di Dio. Il volto
del Padre che Gesù ci rivela riunisce armoniosamente il Rigore e la
Misericordia, il rigore inteso non nel senso di una instaurazione di processi e
di tribunali per eliminare il male, ma come l’intransigente ricerca di aprirsi
all’infinita misericordia divina.
La vera mansuetudine
L’uomo che consapevolmente vive la sua missione di
immagine di Dio, comincia a muoversi verso il raggiungimento della perfezione
divina: «Siate perfetti e misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli»
(Mt 5, 48). «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui cui il Figlio ha
voluto rivelarlo» (Mt 11, 27), cioè colui che ha raggiunto la coscienza propria
della religione del Figlio. Gesù si manifesta non come il Re dalla tremenda
maestà, come la nostra mente avida di potere e impaurita ama rappresentarselo,
ma come l’umile e il mansueto. È Gesù mansueto e umile? Se mansuetudine e
umiltà dovessero significare servilismo e vigliaccheria, certo Gesù non lo è.
Il mondo, in genere, intende così l’umiltà e la mansuetudine. Per Gesù la
mansuetudine è uno stato spontaneo di misericordia, per cui si è incapaci di
serbar rancore per cosa alcuna, o di scandalizzarsi ipocritamente di qualche cosa.
La mansuetudine è per Gesù la natura del leone, non quella dell’agnello; è
mansueto colui che ha in sé la capacità di non poterlo essere: il libero, non
lo schiavo; il forte, non il debole; l’audace, non il pavido; Gesù in questo
senso è mansueto. Ogni volta che s’incontrerà nel peccatore avvilito e disprezzato,
Egli lo rialzerà.
La vera umiltà
Cosa significa l’umiltà per Gesù? L’umiltà è per Lui
la coscienza dei propri limiti; è l’offerta di se stessi perché la volontà
divina sia fatta nell’uomo e attraverso l’uomo; è la serena dedizione al
servizio umano, sempre grande, sempre nobile, comunque sia esercitato. «Chi di
voi vuole essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti» (Mc 10, 44).
L’umiltà non è che il riconoscimento della propria posizione di creatura di
fronte al Creatore e alle altre creature. Di creatura, non di giudice o
sacrificatore, e la misericordia è il traboccamento di riconoscenza di quanto
Dio e la vita ci hanno dato.
1 Giovanni Vannucci, «La misericordia e il sacrificio», 10° domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 118-119.