essere polline di gioia, di libertà, di vita per tutti gli uomini 1

Domenica, 29 febbraio 1976

 

 

Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi». (Mc 2, 18-22)

 

 

 

Non so se avete mai pensato a quello che si compie ogni domenica quando ci incontriamo a pregare insieme, a ricordare le grandi parole del sacramento del pane e del vino. È una pausa nella nostra esistenza quotidiana. Ed è una pausa nella quale fiorisce il miracolo, il miracolo dell’incontro con Dio che si presenta a noi non come giudice, ma come profondo sentimento che ci collega tutti nella sua amorosa presenza. Ed è questo senso che acquistiamo nel miracolo dell’incontro domenicale, che dovrebbe sorreggerci per tutta la settimana che segue. Perché solo così potremo capire il mistero religioso, la fecondità dell’impegno religioso della nostra esistenza.

Dio è con noi come presenza miracolosa che ci addita incessantemente nuove mete di vita più intensa, di gioia più profonda, che nasce da una fiducia che deriva dalla nostra partecipazione attiva, pensosa, coraggiosa, pulita al mistero dell’esistenza. E questo pensiero mi è venuto leggendo il vangelo di Marco dove Cristo ci dice che dobbiamo raggiungere questa novità per poter accogliere il vino nuovo che egli riversa continuamente nelle nostre anime. Dobbiamo avere otri nuovi.

Le costumanze della vinificazione ai tempi di Cristo e nella Palestina erano diverse dalle nostre. Qui il vino nuovo si mette in otri vecchi e diventa tanto più buono quanto più l’otre, la botte, è vecchia. Ma in  Palestina avevano degli otri fatti di pelle di suino o di pecora e il vino nuovo rompeva le cuciture e le faceva scoppiare. Tenendo presente questa usanza differente dalle nostre, allora comprendiamo il significato delle parole di Cristo. Per accogliere Cristo dobbiamo essere nuovi. E in noi c’è una tendenza a tornare sempre sul vecchio. Ci identifichiamo col passato, ci identifichiamo con tutte quelle consuetudini che ci siamo portati dietro fino ad oggi e quando vogliamo passare alla verità cristiana vi riversiamo sempre il vecchio.

E così i farisei e i discepoli di Giovanni non capiscono come mai i discepoli di Cristo non digiunano. Noi facciamo digiuni per raggiungere il mistero divino, per acquistare  quella purezza di coscienza necessaria per poter entrare in un rapporto intimo e vitale col mistero di Dio. E Cristo dice: finché lo Sposo è in mezzo alla gente, questa gente non può digiunare. E nelle parole di Cristo c’è un’aggiunta che ci deve far riflettere. In questo senso penso che probabilmente non sia di Cristo: verrà un giorno in cui lo Sposo non sarà in mezzo ai discepoli e allora digiuneranno. E credo che questa sia una interpretazione della comunità, perché Cristo ha detto: Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli.

E allora, pazientemente, dobbiamo riuscire a vivere nella dimensione della gioia delle nozze, dove Cristo è sempre presente come datore di vita, come dispensatore di fiducia e di conforto; e mai ripiegarci su vecchie istituzioni, perché la nostra natura è portata a creare - intorno ai nuclei intensi di vita, di gioia, di fiducia e di speranza - delle istituzioni, dei gesti che ripetono il passato e dei gesti che nascono non dalla novità di vita che ci è stata offerta, ma nascono dalla nostra pigrizia, dalla nostra - direi - decrepitezza.

Ci sentiamo più sicuri quando camminiamo col bastone e con le stampelle. E Cristo invece ci dice: avete le membra libere, camminate. E noi ricorriamo sempre alle stampelle per paura di inciampare, per paura di cadere. E allora creiamo delle istituzioni, creiamo il digiuno, creiamo delle penitenze, creiamo dei riti, creiamo tutto un insieme di strutture religiose, rituali, morali, che ci impediscono di raggiungere la novità e la freschezza che nasce in noi quando siamo certi della presenza di Cristo in mezzo a noi.

E Cristo ci vuole nuovi, vuole che il nostro io si muova liberamente in tutta la sua potenza e in tutta la sua freschezza, senza bisogno di accattare da istituzioni, di qualunque genere siano, delle norme di vita e dei sostegni. Gesù Cristo vuole che noi camminiamo liberamente, distaccati da tutti quei sostegni ai quali eravamo abituati nella nostra fanciullezza quando non sapevamo camminare. E questo è molto difficile, perché in noi c’è un attaccamento alle nostre piccolezze, c’è la paura di essere autenticamente noi stessi.

Cristo dice: Io sono. E vuole che ciascuno di noi nell’esistenza sappia dire: Io sono. È difficile distaccarsi dalle etichette. Pensate quanto è difficile per noi togliere tutti gli aggettivi qualificativi che mettiamo a questa frase: Io sono. Io sono cattolico, io sono prete, io sono frate, io sono italiano, io sono occidentale, io sono di un partito, io sono un qualche cos’altro. Ma il giorno in cui saremo riusciti a liberarci da tutte queste sovrastrutture, allora potremo dire in piena libertà: Io sono.

Allora in noi nascerà quell’Io che è l’Io trascendentale, che non è un io che si sperde nelle consuetudini di massa, nelle consuetudini proprie di un popolo, proprie di una Chiesa, proprie di un gruppo. Saremo autenticamente noi stessi e incontreremo in questa libertà nostra personale altri Io rivelati. Allora si creerà quell’Io trascendentale di cui l’umanità ha sempre bisogno. E in questo senso la nostra vita avrà una forte intensificazione, perché scopriremo il mistero di colui che ha detto, primo nella storia: Io sono.

E avremo gioia, perché sentiremo che questo centro di vita che continuamente accompagna il nostro cammino di uomini polarizza attorno a sé tutte le nostre forze personali e le intensifica, le rende più forti, più libere, più vere, più gioiose. E allora non avremo più tristezze e gioiremo, perché in mezzo a noi c’è lo Sposo e comprenderemo che la celebrazione delle nozze è continua e perenne e si verifica quando lo spirito, raggiunta la pienezza della sua libertà, si unisce al mistero della presenza di Cristo. Allora avremo gioia.

Riflettete un momento a quanto di vecchio c’è nella nostra persona e farete delle scoperte importanti. E vedrete che spesso lo slancio verso la gioia, verso una partecipazione gioiosa alla vita, è impedito da questa sopravvivenza e permanenza di vetustà nella nostra vita. E amiamo tante cose vecchie.

Io giorni fa sono andato a Ravenna per il funerale di una grande suora, Suor Giuliana[1]. Il vescovo, parlando alle suore, si è commosso e ha detto: voi soffrirete dell’assenza di questa donna così meravigliosa. Io poi alle suore ho detto: non sono d’accordo col vescovo, perché la morte è un’intensificazione della presenza. Quando il fiore si dischiude e lancia il suo polline a fecondare altri fiori non crea mica delle assenze: intensifica la sua presenza, rende più forte e più fertile la sua vita. È questo che avviene anche nella morte.

Vedete come i vecchi pensieri ci impediscono di partecipare a quel senso di risurrezione che è intensificazione di vita, che deve sempre accompagnarci. Allora ritorniamo ai vecchi pianti, ai vecchi lamenti, ritorniamo ai digiuni, al senso del peccato. Ci sono delle persone che si trascinano tutta la vita il senso del peccato oppure delle cose non giuste avvenute nella loro infanzia; se le trascinano dietro e le rimuginano e si sentono turbate, conturbate, appesantite nel loro cammino per queste cose che sono avvenute nel passato. Ma se si ha il senso del Cristo presente, del Cristo datore di vita nella nostra esistenza e nell’esistenza di tutte quante le creature, allora la tristezza passa, scompare, e saremo più veri, saremo più autentici, saremo più positivi, più intensi nella nostra partecipazione alla vita.

Ecco, lo Sposo è sempre in mezzo a noi. Ed è dove una parola esprime qualcosa di poetico, di bello. È una verità questa che dobbiamo raggiungere con il nostro essere, liberando le nostre cantine da tutti gli otri vecchi e lasciandoci riempire dal vino nuovo di gioia che Cristo ci ha dato. Allora parteciperemo più serenamente e più positivamente alla vita. E anche se è dura, in mezzo alle durezze noi conserveremo la fiducia nella validità della nostra presenza, della nostra fede, della nostra ascesa nella verità dell’uomo. Non per il bene nostro personale, ma per la gioia di tutti quanti gli altri esseri, perché quello che riusciamo a conquistare, poco o molto che sia, nel nostro cammino di uomini, si riversa a intensificare la vita degli altri.

Quindi, quando nella nostra Chiesa nascono dei momenti di durezza, di tristezza, di rimpianto, di condanna, pensate che è la nostra Chiesa che in alcuni individui torna indietro e non vive il mistero della risurrezione di Cristo e non sente la gioia di avere in mezzo a sé lo Sposo. Allora superiamo questi momenti di tristezza e di rimpianto e di acrimonia che spesso accompagnano il nostro cammino di cristiani; intensifichiamo la nostra fiducia nella certezza che lo Sposo è in mezzo a noi.

E avremo pace, avremo serenità, avremo fiducia. Vedremo le dolorose vicende dell’uomo, ma vi interverremo in una maniera positiva, come il fiore che feconda gli altri fiori. E saremo polline di gioia, polline di libertà, polline di vita per tutti gli uomini.

Cristo ci ha chiamati alla gioia e non dobbiamo mai perdere di vista questa realtà: Cristo è sempre in mezzo a noi come lo Sposo che ci attende per iniziare con noi la grande danza degli uomini che dalla sua grazia, dalla sua forza, dalla sua vita, sono stati liberati. E questo è necessario che noi lo percepiamo non con il linguaggio e con la mente, ma che lo sperimentiamo attraverso la trasformazione del nostro essere, che deve spogliarsi da tutte le vetustà per essere rinnovato pienamente nella gioia e nell’ardore del vino nuovo che Cristo continuamente ci dona.

 



[1] Suor Giuliana Morigi. - Madre generale del convento delle «Serve di Maria» di Ravenna.

 



1Giovanni Vannucci, «essere polline di gioia, di libertà, di vita per tutti gli uomini  omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica delle ore 18, domenica 29 febbraio 1976, nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti (FI). Pubblicata in Nel cuore dell’essere, edizioni Fraternità di Romena, Pratovecchio (AR) 2004.