IL PECCATO CANCELLATO1
Il brano di Is 43, 18-25 costituisce un testo misterioso: Dio annuncia
al popolo di aver dato l’avvio a una cosa nuova. Il vocabolo « nuovo » nei
testi biblici indica un evento che risolve, capovolgendole, le realtà vigenti.
La «novità» è in atto e sarà come una nuova pista nel deserto, come una
corrente d’acqua che renderà fertile la steppa. Essa è costituita dalla cancellazione
dei peccati d’Israele, prospettiva che può avere due sensi: quello,
tradizionale, di riduzione a zero delle anteriori passività tra Israele e
l’Altissimo con il rilancio di una nuova contabilità, le cui partite,
passive o attive, cadano sempre sotto il giudizio divino; quello, nuovo, non
mai visto fino a quel momento, dell’inizio di una inaudita corrente di vita
che, abolendo ogni senso di colpa e di condanna, avrebbe iniziato una
partecipazione più ardente e gioiosa alla creazione divina. Ambedue i sensi
sono possibili; nel primo il vocabolo «nuovo» non avrebbe il suo pieno
significato di abolizione del passato.
Il testo di Mc 2, 1-12, che
è quello della Buona Novella, del compimento delle promesse e delle attese
antiche, ci indica che la novità promessa da Dio è
quella del secondo senso: «Figliolo, i tuoi peccati sono condonati, essi non
pesino più né davanti a Dio né davanti a te stesso, alzati e riprendi
la vita con nuove forze» (Mc 2, 5. 11).
Parole che risvegliano l’opposizione dei dotti che le
avevano ascoltate: «Costui sta ingiuriando Dio. Solo Dio può perdonare i
peccati» (Mc 2, 7). E nella
mente dei dotti il perdono dell’Altissimo, causa prima del condono, avrebbe
dovuto passare attraverso le loro prescrizioni e i loro rituali, cause seconde,
strumentali, dell’azione divina.
Gesù, nella sua solitudine di uomo
nuovo, con un gesto, la guarigione, e una parola, «i tuoi peccati ti sono
condonati», crea la nuova realtà coscienziale, la
certezza che Lui, l’Agnello che toglie il peccato del mondo, ha abolito il
peccato, il complesso di colpa, il peso di sentirsi condannato.
Non nega, Gesù, il peccato, ma, essendo lui
l’atteggiamento positivo di fronte a tutte le
manifestazioni dell’esistenza, il «Sì», l’attuazione affermativa delle promesse
divine (2 Cor 1, 18-22), induce un nuovo stato di coscienza nell’uomo, quello
che guarda con serena saggezza le proprie deficienze e colpe, non per
angustiarsene, ma per considerarle nelle loro profonde radici, per capire le
immaturità e involuzioni che le causano, e per riprendere il proprio cammino
assumendo i peccati come indicazione delle ombre che ancora dominano l’intimo
di ognuno.
Placato dal sacrificio di Cristo il nostro bisogno di
perdono e di espiazione, rinnovati dal suo sangue a
una vita diversa, dobbiamo vivere in quella gioia, in quella fiducia mediante
la quale «sale a Dio il nostro “Amen” per la sua gloria» (2 Cor
1, 20). Nota di gioia e di confidenza che ha costituito la
caratteristica spirituale dei primi cristiani e che si è perduta mano a mano
che la parola evangelica si è concretata in dogmi e in prescrizioni
moralistiche. Se il sacrificio di Cristo ha abolito ogni altra forma di espiazione che convogliava il nostro complesso di colpa,
dobbiamo gioire vivendo questa novità che ci urge a partecipare sempre più intensamente
all’ascesa gloriosa delle creature umane, senza fermarci in inutili rimpianti,
a cercare con la possibile energia quella compiuta maturazione che ci farà
sollevare sopra la miseria della nostra carne, e sopra i limiti dell’anima
nostra. Assurgendo verso la piena partecipazione dell’onda dello Spirito Santo,
usciremo dai limiti di una malintesa inferiorità cui ci persuade il nostro
immaturo «io».
La novità cristiana non è concessa ad alcuni e negata
ad altri, è partecipata a tutti. In essa viviamo, ci
muoviamo, respiriamo e siamo. È essa che ci rende consapevoli degli altri, come
pellegrini verso lo stesso destino: l’apparizione dell’uomo vero, non più
impoverito da inutili timori, da soffocanti complessi di colpa o di inferiorità. Nessuno è maggiore o minore, tutti abbiamo una dimora nella casa del Padre. In questa
prospettiva ognuno vede il suo compito e il suo posto come ugualmente onorevole,
meritorio e ugualmente faticoso. Il filo d’erba non pensa a competere con la
quercia, esso è perfetto come filo d’erba e la quercia come quercia. Non vi è
ingiustizia nella distribuzione dei compiti, purché ogni compito sia perfettamente
eseguito. Solo chi sa fiorire ove fu seminato obbedisce al mandato! La gioiosa
partecipazione cristiana alla vita è materiata di
questo: sentirsi a servizio dell’ascesa della vita.
In questa prospettiva, cristianamente, non possiamo
che accogliere con gioia quanto nelle scienze umane, dalla psicologia alla
tecnica, cerca laboriosamente di aiutare l’uomo a
essere più libero, ad affrancarlo dai pesi di una coscienza colpevole e di una
vita oppressa dal male.
Liberandoci dal complesso di colpa e dai suoi
derivati, ci avviamo all’adorazione di Dio in spirito e verità che sola può
ricolmare di luce infinita la nostra mente creata.
Chi nel suo intimo ha provato, anche una sola volta,
la vibrazione gaudiosa della novità cristiana, non potrà che dare ragione a
queste parole. In quegli istanti tutto è limpido, sereno, armonioso, puro; si è
in pace con l’intero creato, ben disposti verso ogni creatura. Sono attimi che
indicano che la bontà divina diventa umana nell’uomo. Questo Cristo ci ha comunicato
con le parole: «Alzati, prendi il tuo fardello, e non ricadere più
nell’intricata maglia delle colpe e delle espiazioni, e cammina gioioso verso
la casa del Padre!».
Sentiremo che la vita è un grandissimo dono, che va
accettato con gratitudine, per creare in noi degli esseri armoniosi,
equilibrati e forti; capaci di vivere, di soffrire, di lottare e di vincere
sempre, anche quando, apparentemente, saremo sconfitti. La vita non ha
complessi, ha solo dei problemi che la ferma pazienza sempre risolverà.
Un’ideale risurrezione è annidata nella coscienza di ogni uomo; Cristo risorgente ne è la causa e il simbolo
più vero. Nessuno giaccia nel sepolcro dei complessi, rovesci
la pietra degli inutili sconforti, degli inutili malinconici ricordi delle
colpe, esca nella gloria del mattino, fuori del sepolcro è la primavera!
Chi ama, chi crede, non morirà giammai!
1 Giovanni Vannucci, 07a domenica del tempo ordinario - Anno B - «Il peccato cancellato», in Verso la luce, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 123-126.