L’ILLUMINATORE1
L’illuminazione del cieco nato ci rivela il drammatico
cammino che la Luce vera - Cristo luce che illumina ogni uomo (Gv 1, 9) - compie per aprire la vista interiore nella coscienza.
La chiave per comprendere questo episodio, storico e metastorico insieme, è nell’identificare noi stessi col
cieco nato, nel sentirci partecipi della vicenda esemplare della sua
illuminazione, narrata dall’evangelista Giovanni (Gv
9, 1-41).
Consideriamo i punti salienti della narrazione. Gesù,
dopo aver detto di se stesso: «Io sono la luce del mondo» (Gv
8, 12), incontra un cieco fin dalla nascita; ai discepoli che l’interrogano se
quella sciagura fosse la conseguenza dei peccati del cieco o di quelli dei suoi
genitori risponde: «No, quest’uomo è cieco perché sia
illuminato, e la luce divina splendendo in lui riveli
l’azione creatrice di Dio». Così, avvertiti i discepoli del significato di ciò
che stava per compiere, della duplice luce fisica e spirituale che avrebbe dato al cieco, fa con la saliva e la polvere un po’
di fango e lo applica agli occhi del cieco; quindi lo invia a lavarsi in una vasca
dal nome simbolico «l’Inviato da Dio». Il cieco va e, dopo essersi lavato gli
occhi, comincia a vedere. Il miracolo è compiuto senza la
minima partecipazione del soggetto, egli collabora con la semplice
obbedienza.
La luce che si è accesa improvvisamente in quegli occhi si rivela luce che acceca gli altri, in particolare
gli avversari di Cristo. I vicini di casa non sanno se egli sia o no lo stesso
uomo che, seduto, domandava l’elemosina; egli afferma di esserlo: «Cosa è avvenuto che non ci vedevi e ora ci vedi?». Racconta il fatto nei suoi particolari; udito il nome di Gesù, i
vicini lo conducono dai Farisei; il giorno in cui Gesù aveva ridato la vista a
quegli occhi spenti era di Sabato, il racconto del cieco illuminato non può
essere negato, i Farisei affermano che, essendo stato compiuto di Sabato, costituiva un’offesa dei comandamenti di Dio,
chi l’aveva attuato non poteva che essere un riprovato da Dio. Il miracolato risponde: «Se
egli sia reprobo o no, io non posso dirlo, una cosa è
certa: prima ero cieco e ora vedo... Non si è mai sentito dire che alcuno abbia
aperto gli occhi a un cieco; se non fosse amico di Dio, non avrebbe potuto far
nulla». Risposero i Farisei: «Sei nato nei peccati e ci vuoi ammaestrare?». E lo cacciarono fuori. Essi, nella loro proterva chiusura,
temono che la luce esteriore non si traduca in quella luce così temibile che è
la luce di Dio accesa in lui, e lo cacciarono fuori dalla
sinagoga, lo scomunicarono. Allora Gesù gli si rivolge: «Credi nel Figlio di
Dio, nella luce di Dio in me incarnata?». Il miracolato, che aveva
in sé sentita confusamente, nella luce fisica, quella spirituale,
sperimenta ora l’apertura dell’occhio interiore, riconosce la presenza della
luce divina in Gesù e gli s’inginocchia davanti.
Così si compie l’illuminazione del cieco: sperimenta
che la luce fisica non è che simbolo e stimolo della
luce spirituale. Gesù rivela il significato dell’illuminazione del cieco: la
sua luce divina illumina chi a essa si offre in
umiltà, acceca chi è chiuso nel proprio orgoglio di vedente. Acceca
chi vede, chi non sa e crede di sapere; illumina chi è cieco, chi non sa e non
riconosce la sua ignoranza; questa è la giustizia, il giudizio che compie la
luce nell’uomo: «Son venuto nel mondo perché i
vedenti non vedano, e i non vedenti vedano». I Farisei
presenti a queste parole gli chiedono: «Forse anche noi siamo ciechi?». «Non lo
sareste, risponde Gesù, se riusciste a vedere la vostra cecità. Non la vedete
perché la scambiate per luce, per questo respingete la luce. La vostra cecità
più si fa cieca, quanto più si crede luce».
Questo è il giudizio nel
mondo della Luce divina: suscita e assume quella luce creata che a lei si arrende;
rende più ottenebrata quella luce creata che stima se stessa assoluta e divina;
respinge le tenebre nelle tenebre. Ognuno di noi nasce dalla luce, quando nasce sulla terra
è l’estrema densificazione, nella carne, della luce iniziale,
da sé nulla vede. La Luce divina ci è offerta e ognuno
può scegliere: o accettarla fondendosi nel suo ritmo di ascesa; o rifiutarla
ottenebrandosi in un proprio ritmo chiuso e incomunicabile. Nel primo caso si
ha l’assunzione, nel secondo la distruzione dell’uomo.
Nell’alto, nel mondo di Dio, si ha
la vibrazione massima della Luce divina, nel basso si ha la densificazione massima della stessa luce. La coscienza che
diviene consapevole della densità della sua tenebra e comincia ad aspirare alla
luce vera, inizia quel processo di ascesa che la farà
incontrare con la sorgente della luce e della vita. Si libererà
dall’esistenza, entrerà nel luminoso mondo dell’essenza, dell’Essere. Il
punto della massima densificazione della luce ha una
doppia possibilità, quella di accettare la densificazione
come luce, quella di iniziare un movimento contrario di ascesa.
Nell’ascesa sarà sorretto dalle forze fecondatrici della Parola eterna che discende
e ascende, che aggrega la materia e la trasfigura nello spirito.
Queste affermazioni
sottintendono l’inutilità di sapere solo intellettualmente che la Luce, la
Parola creatrice sono in noi, e insieme la necessità
di permettere alla Luce e alla Parola divine di compiere in noi la loro opera
di vita e di trasfigurazione. I Farisei pensavano in termini di
ideologia, di continuità di interpretazioni, di dogmi e di riti; il
cieco illuminato, nel suo cedersi alla Luce vera, non poteva che essere oggetto
di scandalo e di rifiuto. Per i primi la Rivelazione era una ripetizione di
formule e di consuetudini, di credenze; per l’Illuminatore la
Rivelazione è, ed è attiva e operosa in ogni istante, purché l’anima riconosca
le sue tenebre, e sappia morire continuamente ad ogni idea, ad ogni
definizione, ad ogni rapporto immaginario con un Dio di sua proiezione. La Luce
non può illuminarci che nel silenzio di una mente profondamente seria.
1
Giovanni Vannucci, «L’Illuminatore»,
04° domenica di Quaresima, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a
ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano
1984; Pag. 54-56.