IL PANE SPEZZATO1
Sulla
strada di Emmaus i due
discepoli incontrano Cristo, non lo riconoscono, disputano sulle Scritture
lungo tutto il tragitto, ma i loro occhi rimangono ottenebrati. Cristo parla il
loro stesso linguaggio, essi fissi sull’idea messianica della loro fede
ebraica, nulla intendono. Durante la cena, quando
Cristo spezza il pane, lo riconoscono e gli dicono:
«Signore, resta con noi perché si fa sera» (Lc
24,29). Dopo la frazione del pane Cristo scompare.
Il
«pane spezzato» è il punto centrale e risolutivo dell’episodio narrato in Lc 24,13-35; i discepoli non hanno bisogno di toccare le
piaghe del Risorto per riconoscerlo, è loro sufficiente il pane spezzato.
L’episodio sembra la traduzione in termini cristiani, quindi di pienezza di
rivelazione, della scena rituale culminante nella celebrazione dei misteri eleusini, dell’attesa della suprema rivelazione. La
celebrazione dei misteri era preceduta dal digiuno, da riti austeri, che aiutavano gli iniziandi a sorpassare
i limiti della loro coscienza ordinaria, a raggiungere una capacità percettiva
ultrasensibile. Nell’ultima notte veniva celebrata l’epopteia, la visione soprasensibile; in essa
il celebrante mostrava agli iniziandi una spiga
matura di grano. Questo gesto non era la semplice allusione alla periodica morte-risurrezione del grano seminato nei solchi, ma faceva
interiorizzare negli iniziati il processo della vegetazione del grano: essi sperimentavano
di essere il seme che, caduto sulla terra, muore e risorge moltiplicato (Gv 12,24), non temevano più la
morte avendo visto nascere il frutto eterno dell’anima, l’Io superiore, e
acquistato la certezza dell’esistenza sempre nuova dell’Io umano.
«Beati
quelli che, partecipando alla celebrazione dei misteri, vi trovano quella vita
che altri inutilmente cercano» (Sofocle). Il grano, come l’olivo e la vite, hanno accompagnato ed espresso il divenire e le formulazioni
della cultura spirituale e sociale dell’umanità mediterranea e occidentale in
genere. Essi non sono stati soltanto i tre doni che la divinità ha fatto all’uomo,
ma sono gli alimenti vitali che hanno richiesto un assiduo lavoro di
generazioni di uomini. Il frumento ha richiesto, prima
di raggiungere la forma del pane mediante la fermentazione e la cottura, un
assiduo lavoro di generazioni. Dalle primitive elaborazioni dei nomadi,
consistenti in farina spenta nell’acqua o in gallette cotte sulla pietra
arroventata, al pane fermentato e cotto, l’umanità ha compiuto un lungo cammino
di incivilimento. Osservando l’elaborazione della
farina di frumento si possono cogliere le caratteristiche di un gruppo; un clan
non ancora organizzato improvvisa la cottura in farinate o gallette, un gruppo
invece strutturato elabora il suo pane ritualmente; quanto più una collettività si differenzia in
famiglie e individui, tanto maggiore sarà la diversità di panificazione; quando
invece una società subisce un processo di massificazione, prevale un unico tipo
di pane imposto dall’autorità centrale. Cosicché il pane è il
più sicuro simbolo per valutare la libertà personale esistente in una cultura.
Questa
constatazione ci aiuta a comprendere il significato della spiga nelle celebrazioni
misteriche e del pane spezzato nella religione
cristiana. Cristo solleva non la spiga, pane in divenire, ma il pane che conclude il processo di morte-vita
del grano, e infrange la forma finale della trasformazione del grano. Tenendo
presente lo stretto nesso simbolico tra il grano-pane e il processo di individuazione della coscienza umana, ci è dato di
comprendere il significato del gesto di Cristo: l’uomo-grano deve morire per
raggiungere la sua maturazione nel pane, raggiunta la quale è chiamato, cristianamente,
a frantumarsi perché un’onda di più potente vita erompa dalla maturità
conquistata. E il pane spezzato rivela l’essenza del
mistero cristiano che è consumazione per l’altrui vita, frantumazione delle
forme perché la vita ascenda in ritmi più vasti e grandiosi. Il pane spezzato è
l’icona che Cristo ha lasciato di se stesso e insieme la rivelazione del
mistero ultimo dell’Essere increato e creato. Il
mistero divino è pane che si spezza per la fame di tutti, il
mistero di ogni vita è frantumazione di forme perché il fluire della
vita non sia fermato. Tutto nasce da una forma che si frange. La gemma muore e
risorge nel fiore, il fiore nel frutto, il frutto nel seme che, a sua volta,
muore e risorge. La morte non esiste, solo la vita esiste e si afferma nella
consumazione di tutte le forme raggiunte e nel passaggio ad altre più belle e
vigorose. La bellezza della fanciulla sfiorisce nella
maternità, si spezza per generare esseri nuovi. I figli migliori dell’umanità vengono perseguitati e abbandonati perché nella solitudine e
nella consumazione creino cicli nuovi di umanità.
Il
pane spezzato è la suprema rivelazione della vita, i discorsi
sulle Sacre lettere possono commuovere il cuore, riscaldare la mente, il
gesto della frazione del pane sconvolge l’essere totalmente. E il gesto del
grano che ha raggiunto il compimento della sua natura nel pane, è il gesto del
Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo, è il gesto di ogni
io umano che ha raggiunto l’ultimo gradino dell’ascesa. Cristo è sempre dietro
questo gesto vivente e pieno d’amore, nessun tradimento, nessuna delusione lo fanno desistere, il suo gesto rimarrà fino alla consumazione
del tempo, essendo la legge profonda e stimolante della vita in ascesa. Non
rifiuta il suo corpo a chi lo vuole consumare, anche quando l’uomo non vuol più
saperne di lui.
La
rivelazione del pane spezzato, di vivere la nostra personale vita amando,
servendo, consumandoci, affrontando tutti i rischi e le morti che vi sono incluse, è il più grande dono che Cristo ci ha dato. In
virtù di questo dono, anche noi possiamo dare. Legge severa della vita è il
dare; nella natura il dare è necessità, nell’uomo è frutto di libera scelta.
Chi getta la propria vita allo sbaraglio la troverà;
dando la vita, il nostro piccolo io fiorisce nell’infinita vita di Dio.
1
Giovanni Vannucci, «Il pane
spezzato», 03° domenica di Pasqua, Anno A; in Risveglio della coscienza,
1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG)
ed. CENS, Milano 1984; Pag. 69-71.