«Il tempo è
breve: non fermatevi»1
Dopo
che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea
predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è
vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e
Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò
diventare pescatori di uomini». E
subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide anche sulla
barca Giacomo di Zebedèo e Giovanni
suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed
essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. (Mc. I, 14-20)
Le parole che abbiamo ascoltato ci
hanno riempito sicuramente di stupore. San Paolo ci dice che il tempo è breve:
chi è sposato viva come se non lo fosse, chi attende ai commerci di questo
mondo viva come se non vi attendesse, perché il Signore viene. E nel Vangelo
c’è l’appello ai discepoli affinché abbandonino tutto per diventare pescatori di uomini.
Queste due letture sono collegate da
una realtà concreta che possiamo verificare noi stessi ogni
momento della nostra esistenza. Viviamo e attendiamo a tante cose che
costituiscono la nostra giornata, il nostro lavoro, i nostri impegni, le nostre
professioni, le nostre occupazioni, i nostri giochi, i nostri amori, ecc.
Questa è la realtà nella quale viviamo
e nella quale siamo immersi. E san Paolo e Cristo ci dicono
che dentro a questa realtà, la nostra realtà e la nostra vita di tutti i
giorni, ci è continuamente rivolto un appello che ci spinge ad andare oltre,
verso un assoluto che non è compreso dalle realtà e dalle opere che noi
compiamo nell’esistenza, verso una pienezza di vita che va ben oltre i piccoli
limiti delle nostre brevi vite sulla terra. E cos’è
questo oltre? E’ la maturazione nella verità, nella giustizia, nell’amore,
nell’infinita vita della nostra coscienza di uomini.
Un grave rischio che noi incontriamo
continuamente e nel quale cadiamo sempre, o quasi sempre,
o nel quale solo pochi uomini riescono a non precipitare, è quello di rendere assoluta
la nostra vita, cioè di dare un significato totale e assoluto alle cose che
costituiscono la nostra realtà terrena.
Quando nell’esperienza della famiglia,
la famiglia diventa un assoluto, oppure quando nell’esperienza del lavoro, di
una professione, questo lavoro, questa professione diventano
assoluti e ci prendono totalmente e noi ci identifichiamo con le cose cui
partecipiamo e con le cose che stiamo facendo, ecco che rimaniamo chiusi come
in una gabbia, in una prigione e non sentiamo più che le cose che facciamo
devono essere fatte, ma devono anche essere fecondate da questa nostra ansia di
andare oltre.
Quando il commerciante o il politico o
il prete o lo sposato o il maestro o l’operaio rendono assoluto il loro impegno
nella vita, diventano idolatri, cioè non sentono più
che il Cristo passa vicino a loro e dice: “Venite e seguitemi, vi farò
pescatori di uomini”, cioè dovete essere in mezzo agli uomini dei punti di una
realtà nuova, dei creatori di forme di vita umana e di vita associata del tutto
differenti da quelle che vengono costruite dagli uomini che rimangono chiusi
nelle loro opere e nei loro sistemi, nelle loro ideologie, nelle loro teorie,
nelle loro chiese, nelle loro professioni, nelle loro vite.
C’è il pericolo di assolutizzare. Assolutizziamo una
teoria, un’ideologia e non ammettiamo che il pensiero possa andare oltre o
possa pensare differentemente dai dati che noi abbiamo accettato come assoluti.
E allora creiamo degli spazi chiusi e in ogni spazio
chiuso avviene sempre una degradazione
delle energie, una degradazione dell’uomo, una degradazione di quelle
caratteristiche che costituiscono la verità dell’uomo. Una delle verità, direi
delle forze, del cristianesimo che sono ritornate, almeno come linguaggio,
nella nostra esperienza, è l’escatologia.
Cosa significa escatologia? Escatologia significa la
tensione del nostro essere verso realtà che ancora non sono
compiute. Se guardiamo alla nostra vita di tutti i
giorni possiamo constatare che quello che abbiamo costruito o che stiamo
costruendo, che le cose che ci prendono come uomini nel lavoro, nella
professione, negli impegni, sono tutte cose imperfette, incomplete. Se
guardiamo la nostra società italiana vediamo: la
scuola è imperfetta, le strutture sociali sono imperfette, insoddisfacenti, le
strutture religiose sono imperfette e insoddisfacenti.
Se noi assolutizziamo questa
realtà, rimaniamo imprigionati e diventiamo degli idolatri. Cioè
trasferiamo quella aspirazione verso più pienezza, verso più verità, più
giustizia, più vita, più amore, la trasferiamo dentro i brevi limiti della
nostra esperienza individuale o di gruppo, o familiare o sociale. E trasferendo
questa aspirazione all’assoluto, diventiamo immediatamente
degli uomini prigionieri di queste realtà che sono imperfette e incomplete e
che vengono superate quando in noi sorge quest’ansia
di più vita, di più verità, di più esattezza, di più giustizia, di più armonia,
di più pace. Vengono travolte quando in noi,
personalmente, c’è questa forza che rompe quelle brevi barriere che abbiamo
edificato e che pensiamo siano eterne. E allora in ciascuno
di noi passa Cristo che dice: seguimi; lascia la barca, lascia la rete e seguimi;
perché il tuo destino è oltre.
Non è così la nostra vita? Siamo
sempre insoddisfatti e anche quando parliamo della incompletezza
della nostra vita personale, di tutte le nostre insoddisfazioni, di tutte le
nostre insufficienze, di tutte le nostre frustrazioni, dobbiamo guardarci dal
diventare schiavi di questi sentimenti negativi e dobbiamo riprendere la forza,
sapendo che l’incompletezza deve essere superata da noi, in questo anelito
verso più perfezione, verso cose più urgenti, verso cose più mature, verso cose
che non imprigionino l’uomo, ma lo liberino e lo rendano autentico.
Se voi riflettete sulla differenza che c’è fra l’uomo e
le creature che appartengono agli altri ordini della natura, gli animali per
esempio, osserverete questo: l’uomo è, nel regno della natura, l’essere vivente
che è vivo perché non ripete mai, ma va sempre oltre tutte le sue creazioni. Se guardiamo la storia vediamo che l’uomo ha costruito dei
grandissimi imperi: l’impero egiziano, l’impero babilonese; nell’area mediterranea
l’impero romano, l’impero franco, l’impero germanico. Poi tutti gli imperi, le
grandi repubbliche, tutte le grandi strutture sociali che abbiamo
edificato nel corso della nostra non breve storia vengono distrutte e l’uomo va
oltre, nel tentativo di creare un qualcosa di più vero e di più esatto, di più
corrispondente a questa sua aspirazione verso l’infinito.
Se guardate invece le api - le api le
conosciamo già dalla letteratura egiziana -, le api di cinquemila anni fa
ripetono lo stesso lavoro, che è meraviglioso, delle api di oggi:
costruiscono il loro alveare, le loro casette, con la stessa legge di
architettura che è esatta; producono il miele sempre nella stessa maniera; la
loro vita sociale si svolge sempre con lo stesso ritmo ripetitivo.
E l’uomo si differenzia rispetto a tutti gli altri
esseri proprio per questa sua aspirazione verso un qualcosa che va oltre le
realizzazioni che ha compiuto nel tempo presente. Per questo san Paolo ci dice:
il tempo è breve, non fermatevi.
Si sta bene in una struttura sociale,
in una struttura religiosa; si sta bene nella nostra Chiesa. San Paolo ci dice:
non vi fermate. E Cristo ci dice: lascia tutto e vai oltre.
Questo andare oltre è la caratteristica dell’uomo. E allora noi la dobbiamo tradurre nella nostra pratica
quotidiana. Non innalzare degli idoli, non mettere dei nomi eterni
a ciò che è legato al tempo e quindi alla consunzione e alla distruzione.
“Non nominare il nome di Dio invano” significa non porre il nome di Dio a cose
che sono legate al tempo, allo spazio e alla consumazione della storia. Metti
il nome di Dio soltanto all’Eterno e in te dai il nome di Dio a questa aspirazione verso l’assoluto, verso la perfezione,
verso una vita più intensa e più piena.
Quando noi viviamo nella nostra
dimensione personale questa aspirazione verso l’assoluto,
allora abbiamo una profonda fiducia nella vita. Sì, i tempi in cui viviamo sono tristissimi, per la nostra nazione sono tempi
tristissimi: qualcosa viene distrutto o con violenza o senza violenza, ma se in
noi c’è questa aspirazione verso l’assoluto, sappiamo che un giorno, attraverso
tutto il nostro travaglio di uomini, appariranno una terra nuova e un cielo
nuovo, dove potremo respirare più libertà, più serenità, più amore; dove
potremo avere una pace che ancora non siamo riusciti a stabilire per brevi
istanti sulla terra.
E allora il nostro impegno di uomini qual è? E’ quello di non guardare indietro ma
guardare avanti, di aiutare la trasformazione nostra verso le esigenze della infinita vita e di dare una mano agli altri perché si
dischiudano a questa vicenda che è meravigliosa anche se è dura, che l’uomo
deve correre nell’ esistenza del tempo presente. E
dire a noi: il tempo è breve, non fermiamoci quando dobbiamo camminare, non
guardiamo al passato quando dobbiamo guardare l’avvenire, e sentire che Cristo
passa continuamente.
Vi ho ripetuto varie volte che
dobbiamo leggere il Vangelo con il senso che ciò che leggiamo compiuto in un
tempo si compie anche ora, nel senso del Vangelo eterno. Ecco,
dobbiamo leggere il Vangelo con questa percezione, con questa certezza: ciò che
leggiamo nel passato avviene nel presente. E come Cristo è passato vicino
ai primi discepoli e ha detto: lasciate tutto e seguitemi, così Cristo passa
vicino a me, passa vicino a ciascuno di voi e vi dice: non costruite delle dimore
eterne, delle ideologie eterne qui sulla terra, perché come uomo, come
coscienza umana, sei fatto per una vita di cui ora
senti il sorgere, ma non ne vedi la fisionomia precisa, non ne vedi la figura
ben definita e devi andare oltre.
Allora
introdurremo nella vita una duttilità, una capacità di adattamento
alle mutevolezze del tempo che ci sorreggerà e ci permetterà di essere in mezzo
agli uomini delle presenze che fecondano, che risvegliano i grandi sogni, che
additano agli uomini le grandi mete verso le quali sono tesi. Perché noi ci facciamo del male quando chiamiamo eterno ciò
che non è eterno, quando dichiariamo delle verità che sono mutevoli, le
dichiariamo dogmi inconsumabili e da ripetersi per
sempre.
Vedete come tutto
muta nel mondo. E noi siamo vivi perché nel
nostro fisico, nella nostra psiche, nella nostra parte nervosa, in tutto ciò
che costituisce la nostra realtà umana, c’è questa mutazione continua. Il
giorno in cui il mio corpo si fermerà io non sarò più vivo, ma finché il mio
corpo muterà attraverso il cambiamento della figura del momento presente verso
la figura che avrà il momento successivo, io sarò vivo. E questo è vero per
tutte le realtà che costituiscono la nostra vita di uomini
sulla terra.
Allora sentiamo così Cristo che ci
dice: non ammassare sulla terra dei tesori, ammassali nel Cielo. Orientati
verso la vita infinita e avrai una capacità di camminare sulla terra con una
saggezza che altrimenti non avresti. Una saggezza che non viene dalla ripetizione di un passato, ma da
una partecipazione intensa al manifestarsi di Dio, che va sempre oltre tutte le
nostre definizioni e tutte le nostre raffigurazioni.
1 Giovanni
Vannucci, Omelia pronunciata domenica 25 gennaio 1976 - 3a del tempo
ordinario, durante il rito eucaristico pomeridiano delle ore 18
nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti (FI). Pubblicata in Nel cuore dell’essere, 1a
ed. Fraternità di Romena, editrice, Pratovecchio (AR), dicembre 2004, pag.
27-33.