LA TRASFIGURAZIONE1

 

Il nostro tempo stimola noi cristiani, con un’esigenza assoluta, indeclinabile, non nuova in sé, ma nella forza con la quale agisce in noi. Intensificazione di forza che è l’effetto di fallimenti storici della testimonianza cristiana, e di un approfondimento del fatto religioso che, anche se fino a ora è ristretto a un numero limitato di coscienze, andrà rivelandosi come l’unica risposta alla ricerca religiosa dell’uomo. Esigenza che nasce da una duplice constatazione: una, l’approfondimento del mistero della Parola eterna che è discesa nella carne; l’altra, l’avvertimento, consapevole o no, che il nostro bisogno di storicizzare il Mistero e le sue manifestazioni ha cristallizzato in una serie di forme-pensiero la presenza eterna di Cristo. Le parole del Maestro: «Io sarò con voi fino alla consumazione del tempo», ci dicono che Cristo è la trascendenza divina immanente nella vita. La sua vicenda è la vicenda esemplare di ogni coscienza umana, le tappe salienti della sua vita sono le stesse che ogni coscienza è obbligata a percorrere se vuole giungere alla sua personale trasfigurazione.

 

Trasfigurazione, come ben l’ha compreso il cristianesimo ortodosso, è la parola chiave dell’esperienza cristiana. Vocabolo che comprende numerosi significati: estetici, affettivi, religiosi, teologici. Nel suo senso più immediato e umile, indica il passaggio da una figura a un’altra. Nel suo più elevato senso, richiama il «corpo glorioso» della tradizione cristiana, il «corpo di luce» del sufismo iraniano, il «corpo di risurrezione» della tradizione ebraico-cabalista.

Il termine di trasfigurazione include due concetti fondamentali: quello di purificazione e di elevazione. Si dice «un viso trasfigurato dalla gioia» e all’inverso «un viso sfigurato dalla paura». La gioia, la felicità sprigionano le essenze dell’alto, le irradiano per effetto della diffusività del Bene. In questa Trasfigurazione c’è un doppio processo di superamento di ciò che è contrario alla gioia e di integrazione dell’essere nella gioia, il secondo concetto è l’aspetto improvviso, fulmineo della Trasfigurazione. Cristo viene trasfigurato inaspettatamente davanti ai discepoli; dopo aver superato le suggestioni delle essenze del basso. Cristo incontra le essenze dell’alto e l’incontro è come un corto circuito folgorante tra ambedue: il basso viene assunto e trasfigurato dall’alto, l’alto nel suo impatto con il basso si manifesta nella teofania di Cristo irradiante luce.

 

Nell’immagine della Trasfigurazione riportata da Mt 17,1-9 si hanno tre livelli: nell’alto quello del «corpo glorioso», Gesù attorniato da Mosè e da Elia; nel mezzo i tre apostoli Pietro, Giovanni, Giacomo prostrati al suolo, accecati dalla nube luminosa; ai piedi del monte gli altri discepoli e la folla. La scena è dominata dalla voce che ne rivela il significato: «Costui è il mio Figlio, il prediletto. Lui ascoltate». Pietro, Giovanni e Giacomo, sono la proiezione nell’umanità sonnolenta della triade luminosa di Mosè, Gesù, Elia. Gesù è il luminoso centro di essa, come Giovanni è il centro della seconda. I tre personaggi di ambedue sono le funzioni che caratterizzano ogni movimento d’ascesa verso lo Spirito. Mosè, il Legislatore della Vecchia Alleanza, ma che non entrò nella terra promessa; Pietro, l’energia strutturante della Nuova Alleanza, con tutti i suoi entusiasmi e tradimenti; Elia e Giacomo simboli del profetismo, dell’energia che demolisce ogni chiusura raggiunta e definita; Gesù e Giovanni figure della suprema sintesi nello Spirito che unisce la coscienza umana con la realtà della vita divina, per cui l’uomo da figlio della terra e della carne diventa il Figlio prediletto.

Riprendendo il concetto iniziale di non storicizzare il tempo e gli eventi della storia dell’anima, e sovrapponendolo alla teofania, alla manifestazione divina della Trasfigurazione redatta dall’evangelista Matteo, abbiamo questi tre piani, nel basso un’umanità agitata e distratta: la generazione incredula e pervertita; nel piano intermedio tre figure, tre funzioni: la funzione organizzatrice, quella profetico-inquietante; la loro sintesi in un movimento ascensionale verso il piano trasfigurato. Considerando la Trasfigurazione, nella sua immagine tripartita, e non dimenticando che essa appartiene al tempo e alla storia dell’anima, e non al tempo e alla storia degli avvenimenti esteriori, essa ci rivela il suo travolgente e coinvolgente significato: non riguarda solo Cristo e i discepoli, ma riguarda ogni uomo e di conseguenza tutta l’umanità. In me esiste una zona caotica di pensieri, di volontà, di desideri, di passioni, «la generazione incredula e pervertita»; in me esiste un’indomita volontà di luce, di ascesa, di trasfigurazione; le conquiste che riesco a fare, il dominio che raggiungo mi porta a formulare in precettistiche, in sistemi di conoscenza e di morale le vie sperimentate e le nozioni raggiunte, a sentirmi bene in queste vittorie, a voler costruire delle tende per render durevole la pace raggiunta: è la funzione di Mosè e di Pietro.

Una volta raggiunta la tranquillità, sento nascere in me una sottile inquietudine che mi sussurra: sempre oltre, sempre oltre è la tua dimora, l’infinito cui sei chiamato dimora non ha: è la funzione profetica di Elia e di Giacomo. Riprendo allora il mio cammino che, come quello del Figlio dell’Uomo, non ha riparo ove pernottare, né pietra ove posare il capo. Il termine del mio cammino è la Trasfigurazione gloriosa in Cristo, in Cristo Figlio prediletto; cammino che sono chiamato a percorrere andando sempre oltre. Egli è l’infinita vita, l’infinita luce che opera nel tempo e nello spazio, ma non vi è contenuta.

La Trasfigurazione, allora, non è un’immagine letteraria, ma la più positiva delle realtà: nessun essere umano raggiungerà la luce del Figlio se non nella propria carne e nel riordinamento della propria realtà terrestre.

 

 



1 Giovanni Vannucci, «La Trasfigurazione», 02a domenica di Quaresima, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 48-50