vivere secondo il ritmo della verità1

Domenica, 18 Gennaio 1976 (IIa del tempo ordinario).

 

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In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’Agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?» Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?» Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)». (Gv I, 35-42)

 

 

Prima di parlarvi del vangelo di Giovanni che vi ho letto, volevo dirvi, per sincerità, che non condivido - e non vi scandalizzate di questo, abbiamo tutti la libertà dei figli di Dio -, non condivido un brano della lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi dove dice: “Fuggite la prostituzione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo”. Non condivido questo pensiero, perché mi sembra che il peccato nasca nell’anima, nasca dall’interiore. E ogni peccato si serve sempre dello strumento del corpo: non uccidere! è un peccato che si commette col corpo, sia pure se l’azione è diretta verso un altro corpo. L’impudicizia naturalmente coinvolge un’attività sessuale personale che si svolge anche attraverso il proprio corpo, ma limitare l’impudicizia unicamente a un’azione fisica, inquinante, mi sembra un ritornare verso dimensioni che il cristianesimo ha superato.

Quello che deve preoccupare noi cristiani, e direi tutti gli uomini dopo Cristo, è la pulizia dell’anima, l’avere un’anima corrispondente al ritmo della verità. Quando io, dentro, sono vero, allora anche il mio corpo è vero; quando io, dentro, sono sbagliato, allora anche il mio corpo è sbagliato. Ecco, non credo che esista un peccato che parte dall’esterno e che inquini l’uomo perché parte dall’esterno; ma in san Paolo è comprensibile, perché c’è tutta una mentalità puritana veterotestamentaria - che, purtroppo, ha continuato poi anche nel corso della storia del cristianesimo -, che non ci ha permesso di cogliere, in tutta la sua forza e verità, quella conversione dell’anima e di mente che Cristo domanda incessantemente a tutti i cristiani. Quando Cristo dice alla Maddalena - sapete, era una donna che aveva sbagliato nella direzione dell’amore, ma aveva amato -: tu hai amato molto e ti è molto perdonato, vuol dire che la grazia, la mondezza dell’uomo viene da una qualità che anche attraverso vie sbagliate l’uomo può raggiungere; e questa qualità è l’amore. Hai amato molto e ti è perdonato molto. Che grandi parole ha affidato a questa donna Cristo! e come dovremmo pensarci attentamente per poterle capire e per poterci liberare da certi atteggiamenti di giudizio, di condanna, che sono frequenti nel cristianesimo.

Ora volevo parlarvi del Vangelo. Giovanni è insieme a due dei suoi discepoli; vede passare Cristo e addita Cristo ai discepoli dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio”.

Cosa significa l’Agnello di Dio? Noi siamo abituati, specialmente a Firenze, a vedere l’Agnello che porta la croce o Giovanni Battista che annuncia l’Agnello di Dio e abbiamo dato a queste parole di Giovanni tutta una nostra interpretazione, ma dobbiamo domandarci se è veramente l’interpretazione che nel pensiero di Giovanni era racchiusa nella metafora, nel simbolo dell’Agnello di Dio. E io penso di no. E lo penso stando ai documenti del tempo, a quel poco che ci è rimasto dell’epoca di Cristo.

Nella bocca di Giovanni “Ecco l’Agnello di Dio” significava: ecco colui che si metterà a capo del popolo di Israele per distruggere il peccato. Ma il peccato non era un fatto soltanto morale, era un fatto, direi, sociale. Gli Ebrei erano i giusti. Al di fuori dell’ebraismo c’era il peccato: le nazioni erano i peccatori. E l’Agnello di Dio che abolisce il peccato, nel pensiero di Giovanni, è il condottiero del popolo santo che guida il popolo santo a sconfiggere il male, perché tutti i popoli confluiscano nella venerazione dell’unico Dio a Gerusalemme.

Nella nostra esperienza religiosa, invece, l’Agnello di Dio ha un significato diverso e l’abbiamo visto nella vita di Cristo. Egli non conduce nessun esercito, ma è colui che dà la vita perché dalla coscienza dell’uomo, il rimorso, le conseguenze del peccato, le pesantezze del peccato vengano totalmente aboliti e l’uomo cominci a respirare in un’atmosfera nuova, dove non diventa impeccabile, ma dove il peccato non lo opprime, come nel periodo della legge opprimeva la coscienza dell’uomo.

Non vi dico altro su questo; il discorso andrebbe molto in lungo. Dobbiamo sentire questo: nella nostra realtà umana il peccato che ognuno di noi commette non deve gravare il nostro cammino di uomini, perché l’innocenza è Cristo. È inevitabile che sbagliamo, ma dobbiamo riprendere con serenità il nostro cammino ogni volta che sbagliamo. I nostri sbagli sono delle gesta, delle azioni, dei pensieri, che ci rivelano la nostra immaturità, la nostra incompletezza di uomini. Ma sappiamo che in noi c’è una spinta che ci porta a essere sempre più vicini alla verità dell’uomo. E anche l’errore deve dare a noi un principio di vita, di ripresa di vita, in quanto, misurando la nostra piccola statura, cerchiamo di compiere dei passi più decisi verso la totale liberazione del nostro essere dalle insufficienze, dagli smarrimenti, dalle immaturità.

Quindi il peccato rivela semplicemente quello che noi siamo, ma non è un qualcosa che deve incidersi profondamente nella nostra coscienza in modo da renderci degli eterni piagnoni e degli eterni recitanti del miserere. Cristo è risorto, Cristo ha vinto la morte e ha superato il peccato, e noi in Cristo abbiamo questa forza, di liberarci da tutte le nostre ombre, da tutte le nostre pesantezze di anima, di mente, di carne, e un giorno saremo luminosi come il Cristo sul monte Tabor, quando le forze che Dio ha disseminato nel nostro essere saranno totalmente assimilate.

Ma volevo dirvi anche un’altra cosa. Avete mai pensato che il tempo che viviamo noi uomini ha un doppio aspetto? C’è un tempo esteriore, quel tempo della nostra vita per cui ci alziamo al mattino, compiamo delle azioni, poi lavoriamo, viviamo e misuriamo questo tempo col nostro orologio e col nostro calendario. Questo è il tempo storico, è il tempo della vita esteriore degli uomini. Ma c’è anche un altro tempo e questo è molto più importante: è il tempo in cui, quando veniamo a esserne consapevoli, entriamo nella pienezza della vita reale dell’uomo. È il tempo dell’anima. È il tempo nel quale Iddio ci comunica le sue grandi rivelazioni e le nuove visioni. E questo tempo è differente dal primo tempo, perché il primo è misurabile, è quantitativo: un’ora, sessanta minuti, lavoro quattro ore, lavoro otto ore, dormo otto ore, dormo quattro ore. Vedete, tutto misurabile secondo dei dati di quantità. Il secondo tempo, invece, non è quantitativo ma qualitativo.

E questo è importante per noi: sapere la qualità del nostro tempo, cioè cosa ci viene richiesto in questo momento, cosa viene richiesto a me in questo momento e in questo posto dal tempo dell’anima, dal tempo di Dio, dal tempo reale, per essere veramente uomo, veramente in corrispondenza con tutti quegli appelli che mi vengono rivolti da tutta l’esistenza di cui faccio parte. E la mia esistenza non è soltanto l’esistenza esteriore, percepibile con i sensi, ma è anche un’esistenza interiore, un’esistenza di anima. Così la nostra esistenza, così l’esistenza di tutte le creature. C’è questa doppia dimensione.

Quando i due discepoli vanno dietro a Cristo e gli domandano: dove è la tua casa? hanno capito un fatto importante, hanno capito che con Cristo iniziava un nuovo tempo qualitativo.

Il tempo di Giovanni è il tempo del giudizio. Se leggete tutte le parole riferite dal Vangelo a Giovanni, sono parole di un profeta duro, che dice: ormai la scure è alla radice dell’albero; fate penitenza, perché il giorno della punizione divina è giunto.

Quindi, come vi dicevo, l’Agnello di Dio sulle labbra di Giovanni significava: ecco il Messia, colui che verrà a giudicare, a ristabilire la giustizia fra gli uomini che vivono nell’ingiustizia, nella maggioranza perché non riconoscono l’unico vero Dio portato come tesoro inalienabile dal popolo di Israele.

Questi due discepoli capiscono che inizia una nuova qualità. È la qualità dell’amore, del non giudicare, del non intervenire nella vita con dei principi assoluti o dogmatici o moralistici o legalistici. Cristo dice: non giudicate. Cristo ci dice: amate. E amandovi risolverete tutto, cambierete il mondo. Questa è la qualità che nasce con Cristo, già preannunciata e nell’ebraismo e fuori dell’ebraismo, ma questa qualità nasce con Cristo. E cosa fanno questi due discepoli? Seguono Cristo. Lasciano Giovanni e seguono Cristo. Cioè si inseriscono in quella nuova verità che scaturiva da Cristo, in quella nuova qualità che, attraverso Cristo, Dio determinava nella coscienza di tutti gli uomini. Ed ecco che i primi discepoli di Cristo vivono pienamente nel reale, non soltanto nel tempo storico - l’anno primo dell’era cristiana -, ma vivono nel tempo della qualità, nel tempo che rende l’uomo veramente reale.

Ora, cosa succede nella nostra vita di uomini quando noi usciamo fuori da questa intensità che ci viene data dall’essere dentro la nuova qualità di un tempo? Cominciamo a definire questo spazio mitico, questo spazio di spirito, questo spazio di anima con delle proposizioni precise, con delle verità astratte, con delle leggi sempre più accurate e sempre più esatte, con delle forme di vita morale che vengono imposte. Quando nella storia religiosa di qualunque momento dell’umanità avviene questo secondo momento riflesso, possiamo dire che esso è il momento della decadenza, della degradazione del mito della religione.

Questo sapete perché ve lo dico? Ve lo dico per un pensiero che mi ha molto rattristato in questi giorni.

Leggendo la dichiarazione dei vescovi riguardo ai problemi sessuali dell’umanità presente [1]


, ho capito sempre più dolorosamente un fatto che si verifica nella cristianità, non soltanto cattolica, ma in tutta la cristianità: abbiamo ridotto la qualità dell’amore cristiano a delle casistiche, a delle leggi che vogliamo sempre più precise, ma che sono sempre delle astrazioni. Io, leggendo con una certa cura e con una certa sofferenza questo documento dei vescovi, mi sono domandato: ma sono inseriti nella realtà? Le cose che denunciano sono sempre avvenute. Ci sono sempre stati degli smarrimenti, sul piano dell’esperienza sessuale degli uomini, sempre. Ci sono degli uomini che seguono delle vie che noi non dobbiamo giudicare, perché non sappiamo a quale esposizione di luce la mela sull’albero matura. Non dobbiamo giudicare, ma dobbiamo vivere intensamente la liberazione dal male, personalmente, e senza giudicare.

Ecco, mi domandavo: ma tengono conto di una gran parte di umanità che soffre, soffre per essere fedele a una vita ideale, a un ideale di vita più pulita, più nobile, più elevata? Oggi avevamo qui da noi dei giovani. Hanno fatto dei discorsi serissimi - erano tutti ragazzi sui venti, ventidue, ventitré anni -, discorsi serissimi anche su questi problemi.

Ora, bisognerebbe che i nostri pastori vivessero talmente a contatto con la realtà umana da non avere soltanto delle visioni tenebrose, dolorose, di una umanità che persegue delle strade aberranti. Se vedessero la realtà si accorgerebbero che su mille giovani aberranti ce ne sono diecimila che non lo sono, su mille uomini che possono sbagliare ve ne sono diecimila che non possono sbagliare. E poi, questa ossessione continua, sempre sul sesso. È un fatto importante capire il sesso e maturare le proprie forze sessuali, è un fatto importante, direi fondamentale nella vita. È anche un fatto di tale delicatezza che deve rimanere chiuso nella nostra dolorosa vicenda umana, nella nostra maturazione lenta e faticosa di uomini.

Ma quando vediamo una religione che si degrada in questi piccoli annunci, in queste piccole casistiche, in queste piccole e limitate visioni della realtà, non possiamo avere che tristezza. Io tante volte penso o desidero di poter avvicinare il Papa e dirgli: guardi gli uomini con un viso più sorridente; lei che è vestito di bianco, come Cristo sul monte Tabor, non guardi soltanto le ombre che ci sono nell’umanità, come ci saranno in lei, ma guardi le luci, guardi il cammino che fa l’uomo, anche attraverso delle teorie che possono sembrare sbagliate, aberranti, ma che comportano una ricerca dolorosa e che sicuramente daranno poi i loro frutti nella vita.

Ecco, questo volevo dirvi. E qual è il nostro impegno di cristiani? È vivere dentro la qualità cristiana dell’amore. Sarebbe così bello se ci venissero sempre date delle indicazioni che alimentassero in noi la speranza e la fiducia nella vita! Ma se Cristo è risorto, se la grazia di Dio opera nel profondo delle coscienze di tutti gli uomini, non possiamo che avere speranza, e io vorrei che gli annunci che ci vengono da quelli che hanno la responsabilità della nostra Chiesa fossero sempre annunci di pace, di vita, di serenità, di fiducia nella vita. E se ci fossero delle denunce dovrebbero essere delle denunce, direi, globali, non per giudicare, ma per additare certi mali che fioriscono continuamente in seno all’umanità.

Stasera è venuta una ragazza che ha fatto da interprete al Tribunale Russell [1]


 sono affiorate delle cose dolorosissime che si compiono nell’umanità e che sono molto peggiori di certe aberrazioni sessuali, perché certe aberrazioni di crudeltà, di sadismo, di violenza, di sfruttamento vengono pagate dagli innocenti e da chi non ne è responsabile e si trova dentro a queste forme mostruose, a queste qualità negative e ne soffre.

Scusate se vi ho intrattenuto su questo documento, ma credo che noi cristiani dobbiamo avere profonda fiducia nell’uomo e nell’uomo singolo, perché l’uomo cammina e porta con sé una sanità e una nobiltà di ricerca che troppo spesso dimentichiamo.

Io spesso mi domando: se l’adultera non avesse commesso adulterio, avrebbe incontrato Cristo? È una domanda che viene così, con semplicità, dalla lettura di quel meraviglioso episodio del Vangelo. Perciò: liberare la nostra coscienza da ogni indurimento e sentire che Cristo è l’Agnello di Dio, l’Agnello come l’abbiamo interpretato noi cristiani; cioè l’innocenza che porta su di sé il peso di tutti gli uomini, il peso delle colpe e delle malvagità di tutti gli uomini, bruciandole e rivelandole. Se non ci fossero degli innocenti che soffrono - e non vi paia paradossale la mia frase - come potremmo noi cogliere tutti quei germi di sadismo, di cattiveria, di durezza, che sono nel nostro spirito?

Nella vita faremo di tutto perché la nostra presenza non arrechi sofferenza a nessuna creatura. Nella vita associata noi interverremo perché queste forme di immiserimento della grandezza dell’uomo non si verifichino o si verifichino in una misura sempre minore. Ma nella nostra vita personale di cristiani, inseriti nel mito di Cristo, inseriti nella qualità di Cristo, noi continueremo a vivere nell’amore e sperando con profonda fiducia, direi, con certezza, che un giorno tutta l’umanità fiorirà nell’amore.

E allora avremo pace, saremo più forti, saremo più precisi nei nostri interventi, più esatti nella nostra partecipazione alla vita e avremo questa unica preoccupazione: di amare come Cristo ci ha amati. Allora tutto sarà risolto, per noi e per le persone che sono intorno a noi.

 



[1] Il 15 gennaio 1976 la Congregazione per la difesa della fede, l’ex Sant’Uffizio, diffuse un documento sui problemi della sessualità nel mondo, che condannava una serie di comportamenti e pratiche sessuali.

 



1 Giovanni Vannucci, «vivere secondo il ritmo della verità» omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica delle ore 18, domenica 18 gennaio 1976, nell’eremo di San Pietro alle Stinche - Greve in Chianti (FI). Pubblicata in Nel cuore dell’essere, edizioni Fraternità di Romena, Pratovecchio (AR) 2004.

[1] Tribunale Russell (War crimes tribunal). - L’organismo istituito nel 1966 dal filosofo, matematico, pubblicista inglese e libero pensatore Bertrand Arthur William Russell (Trelleck 18 maggio 1872 - Minffordd, nel Galles, 2 febbraio 1970) a seguito della guerra nel Vietnam, contro le atrocità compiute dai governi in nome della ragion di stato. Bertrand Russell è stato l’alfiere di un impegno militante in tutti i grandi temi civili del sec. XX. Con Albert Einstein firmò il manifesto per il disarmo mondiale. Per le sue molte opere ottenne, nel 1950, il premio Nobel per la letteratura.