LA
FEDE NEL RISORTO1
Percorrendo gli scritti evangelici e cercando di cogliere le differenze
che intercorrono tra il comportamento di Gesù Cristo prima della morte e quello
dopo la risurrezione, rimaniamo colpiti dall’umanità calda e misericordiosa del
Risorto. Risalendo dagli inferi alla terra, ci appare come la coscienza di chi
ha assunto quanto negli abissi era contenuto e, avendone sperimentata
l’angosciante desolazione, l’ha risolta in un amore più intenso e consapevole.
Egli entrò nel cenacolo chiuso, come un vero spirito; la densità della
sua carne risorta era diversa dalla densità della carne non risorta. I più puri
e ingenui accettano l’apparizione del Risorto semplicemente come un dato di
fatto; i più complicati lo obbligano a un’opera di rivelazione; chi non si
aspettava d’incontrarlo lungo la strada lo prende per un viandante qualunque;
Tommaso, che invece l’attendeva suo malgrado, gli chiede la più elementare
delle prove, quella di toccare le piaghe delle mani e del costato: « Non
crederò se non metterò la mano nelle sue piaghe » (Gv
20, 25).
E Cristo appare nel Cenacolo con la sua carne risorta, Tommaso corre a
toccarlo sicuro di sé, incontra la carne piagata, sfiora le ferite con le dita;
crede a ciò che vede, a ciò che tocca. Aveva rifiutato la testimonianza, deluso
la fiducia degli altri, adesso crede perché tocca, perché vede.
Cristo prova una pena profonda per il discepolo incredulo, con dolore
accetta un dato di fatto: Tommaso non crede allo spirito, crede alla materia;
non alla verità sempre enunciata, ma alla testimonianza dei sensi; non ciò che
è, « è », ma ciò che sembra « è »!
Cristo comprende che Satana, sconfitto negli inferi, lo attacca
nell’anima e nella mente di un suo discepolo.
Tommaso è solo un piccolo uomo che crede a ciò che vede e non indaga oltre.
È abituato a idee solide: ciò che gli occhi vedono e le mani toccano è vero.
Cristo lo ammonisce: « Tommaso, tu credi a ciò che hai veduto! Beato chi
crederà a ciò che non vede! » (Gv 20, 29). Cioè: beato
chi attua la conoscenza fuori di ogni forma corporea; beato chi vede con gli
occhi dello spirito e non con quelli della materia!
Sta di fatto che gli uomini evitano volentieri ogni sforzo spirituale,
credere a ciò che si vede è più facile che credere a ciò che s’intuisce.
Realizzare in un piano di aderenza fisica, sembra più facile che realizzare in
un piano di aderenza spirituale. La gran parte degli uomini si accontenta della
carne, ma ciò non significa che la scelta sia la migliore. Cristo lo comprende
e ne soffre; quando verrà qualcuno che attuerà nello spirito la pienezza della
fede?
Sul Calvario un ladrone l’aveva accettato e creduto; dopo il Calvario,
nella realtà della vita terrena, un discepolo lo pone in dubbio, ma non dubita
di Lui in quanto spirito e dottrina, dubita di Lui in quanto carne e sangue;
non crede a Lui come spirito e dottrina, crede a Lui come corpo materiale. Il
lungo insegnamento degli anni terreni naufraga davanti a un piccolo fatto che
impegna la concretezza di una mente davanti a una realtà che la trascende: «
Beato chi crede senza aver veduto ».
Credere senza vedere è possibile soltanto attraverso un profondo e
intimo convincimento della mente; chi potrà accogliere l’insegnamento, che
Tommaso in quel momento rifiutava, potrà accogliere la testimonianza dello
Spirito che non avverrà mai nel piano della materia concreta, ma nell’attuarsi
cosciente di uno stato spirituale. Lo stato di coscienza cristiana non può
essere raggiunto in un piano di densità corporea, ma solo puntando alle più
sottili facoltà dell’anima.
Per anni Cristo aveva istruito i suoi discepoli cercando di costruire
nella loro mente dei supporti al pensiero spirituale, aveva. spiegato le
Scritture, chiarito i Profeti, rivelato i misteri; per anni aveva parlato di un
Dio che è amore e che è spirito, che è Padre dell’uomo perché in lui ha
inserito una scintilla della sua luce.
Ora per ora, vivendo e operando, Egli aveva testimoniato di se stesso,
aveva preparato le menti a dischiudersi a una fede trascendente, le aveva
iniziate ai colloqui sottili con l’Invisibile. Risorgendo dalla morte,
manifestandosi nella sua gloriosa corporeità, confermò il lungo insegnamento;
ora invece constatava che i discepoli credevano grossolanamente a ciò che
vedevano e non indagavano oltre.
Come fanciulli incantati da una fiaba, gioivano di aver vicino il corpo
che amavano, senza voler vedere o intendere altro. Di tutte le possibilità di
risurrezione dalla morte essi capivano solo quella del corpo vivente e
respirante, che avevano sorretto senza vita e deposto nel sepolcro, e che ora
stava davanti a loro.
Di fronte ai discepoli, ancora legati alla mente concreta bisognosa di
segni sensibili, Gesù non si perde in ragionamenti, ma comunica loro lo Spirito
Santo: « Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno
rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti » (Gv
20, 22-23).
E nello Spirito Santo Cristo avrebbe continuato la sua discesa negli
inferi della coscienza umana, fino a quando in essa una particella mentale si
protenderà verso l’infinito amore. Lo Spirito Santo si sarebbe espresso
nell’anima dei discepoli, presenti, e futuri, con un insopprimibile bisogno di
trasmettere il perdono divino alle coscienze ancora avvolte nelle tenebre. Si
sarebbe comunicato non come un potere di giudizio discriminante, ma come un dovere
impellente.
L’anima del discepolo che vive nel fuoco dello Spirito comunica le
energie che liberano le anime oppresse dal male; se in lui lo Spirito non è un
fuoco divoratore, il peccato rimarrà in lui e nelle coscienze che dovrebbe
illuminare.
1
Giovanni Vannucci, «La fede nel Risorto» - 02a
domenica di Pasqua - Anno B; in Verso la luce, 1a ed. Centro
studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 71-73.