LA CROCE E LA CHIESA1

 

 

La seconda domenica di Quaresima, nelle tre letture, pone al centro della riflessione cristiana un tema che abitualmente viene rimosso: la necessità della sofferenza per giungere alla Verità. Abramo per vivere la sua fede deve immolare il figlio Isacco (prima lettura: Gen 22, 1-18); Dio non ha risparmiato il proprio Figlio per risvegliare alla vita la coscienza umana (seconda lettura: Rm 8, 31-34); Cristo, dopo la sua Trasfigurazione, toglie ai tre discepoli, che hanno assistito alla rivelazione della sua luminosa natura, ogni illusione trionfalistica dicendo: «Non dite a nessuno ciò che avete visto, se non dopo aver superato il trauma della mia morte» (terza lettura: Mc 9, 2-10).

Non dobbiamo tirarci indietro: alla realtà cristiana è unita l’idea dell’immolazione. Cristo non è il figlio della gioia, anche se porta nelle mani la gemma eterna della felicità, è il redentore e la vittima espiatrice; ciò che lo consacra sacerdote in eterno, lo consacra vittima in eterno. Egli è lo Spirito che si fa materia per dar vita alla materia; è la luce che scende nelle tenebre per illuminarle; Egli placa le belve con il suono della sua lira, non placa le violente passioni umane che lo sbraneranno per appropriarsi della sua luce e della sua vita.

La realtà di Cristo è legata a quella dell’immolazione, e attraverso il sacrificio si trasforma in realtà di vita e viene a legarsi in tal maniera con quella di morte e risurrezione.

Cristo è la vita che contamina la morte di se stesso, per farla vivente, perché lo Spirito è la vita della materia che ritornerà spirito quando Lui l’avrà violentata e costretta a partorire la sua forma più bella e perfetta: l’Uomo vero.

La figura di Abramo, che porta sul monte il proprio figlio per immolarlo in un gesto di fede assoluta, costituisce una delle numerose figure che hanno indicato la dura necessità dell’immolazione per incontrare la Verità. Quella Verità che è al di là delle vedute personali e collettive; al di là di tutte le possibili interpretazioni e sistemazioni; al di là di ogni riduzione dottrinale e sociale.

È significativa la menzione della morte, della Croce nel giorno della lettura dell’episodio della Trasfigurazione. La nostra natura si sarebbe aspettata, attorno a Cristo sfolgorante di luce, la visione di un imponente e gioioso corteggio di tutte le creature che nella carne luminosa del Redentore avrebbero sentito il compimento della loro travagliata esistenza. Sì, c’è la carne luminosa di Cristo, ma c’è anche la dolorosa figura di Abramo che sta immolando il figlio e le parole di san Paolo: «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio» (Rm 8, 32); e l’interrogazione dei tre apostoli prescelti: «Si domandavano cosa volesse dire risuscitare dai morti» (Mc 9, 10).

L’ombra della morte, che è il contrappunto della Trasfigurazione, ci .rivela l’aspetto profondo e sconvolgente della Rivelazione, che è un incessante andare avanti della coscienza attraverso una pulsazione di vita-morte-vita. Partecipare a questa Rivelazione permette la manifestazione, in noi, della vita divina, l’incarnazione della Parola eterna nella nostra umile esistenza quotidiana.

Rivelazione vivente che è oltre le immagini esteriori, fatti o oggetti storici; oltre quelle interiori: pensieri, dottrine, sentimenti, con le quali la mente cerca di esprimerla, avvolgendola inevitabilmente con le sue ombre limitatrici.

Cristo deve morire per risorgere, la coscienza umana deve trovare la vita perdendola, e in questo ci è offerta l’unica possibilità di far vivere in noi la vita vera.

L’episodio della Trasfigurazione, considerato dal punto di vista della Croce, si dischiude rivelandoci le costanti della nuova umanità di cui Cristo è la sorgente.

L’Immagine della Trasfigurazione ha due Triadi, una celeste, archetipale: Mosè, Elia, Gesù Cristo; l’altra speculare, terrena: Pietro, Giacomo, Giovanni. Mosè, la Parola strutturata nella Legge e nell’Organizzazione; Elia, la Parola profetica che sgorga imprevedibile, il cui compito è di impedire la cristallizzazione delle istituzioni legali; Gesù Cristo, la Parola incarnata che è il frutto, la sintesi dell’incontro armonioso della Lettera e dello Spirito, della Legge e del Profetismo.

L’immagine speculare dell’archetipo celeste, Pietro, Giacomo, Giovanni, costituisce la rivelazione delle componenti della Chiesa: l’energia strutturante e legalistica: Pietro; l’annuncio profetico: Giacomo; la sintesi che ambedue trasfigura in una superiore verità: Giovanni.

Pietro, il punto d’origine della tradizione episcopale, è il primo che formula in espressioni razionali il mistero di Cristo: «Tu sei il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16); è lui che propone di costruire sul Tabor tre tende (Mt 17, 4); è lui che si ribella alla Croce e riceve da Cristo il titolo di Satana (Mt 16, 21-23); è lui che recalcitra all’apertura universalistica del messaggio cristiano proposta da Paolo (Gal 2, 14); è lui che rinnega e non è presente sul Calvario, e la sua missione è legata al tempo (Gv 21, 22).

Giacomo, il primo apostolo martire ucciso da Erode Agrippa (At 12, 2), è il testimone dell’amore ardente e appassionato per la Verità cristiana. Non ha lasciato né parole, né scritti, solo l’esempio di una fedeltà silenziosa e totale che gli ha fatto accettare il martirio. È il rappresentante della tradizione profetica degli umili e dei silenziosi che, senza preoccuparsi di inserirsi nelle disquisizioni dottrinali del loro tempo o di compiere gesta clamorose, vivono con semplice e invitta fedeltà la verità cristiana. L’anima religiosa del popolo ha espresso la sua simpatia per l’apostolo Giacomo nei pellegrinaggi, numerosi e frequenti, a Compostella in Galizia ove dal secolo VII si riteneva fosse la sua tomba.

Giovanni, l’Apostolo prediletto, l’annunciatore dell’Incarnazione del Verbo, l’unico dei dodici che seguì Cristo fino al Calvario, l’apostolo che addita a Pietro il Risorto, sulla riva del lago (Gv 21, 7), l’apostolo che dovrà rimanere fino al ritorno di Cristo (Gv 21, 23).

Pietro è la Legge e l’enunciazione dottrinale, Giacomo la santità fedele, Giovanni il fiore dell’incontro di ambedue in una conoscenza resa feconda dalla santità, e di una santità resa credibile dalla conoscenza.

Pietro, la Legge e la Dottrina, deve morire nella santità, la santità è chiamata a superare il rischio dell’individualismo settario, a morire nella Legge e nella Dottrina.

La Legge e la Dottrina, prive della santità, si perdono sul sentiero dei dogmatismi; la santità, priva delle conoscenze, conduce al fanatismo; il Discepolo prediletto è il frutto dell’armonioso incontro di ambedue.

 



1 Giovanni Vannucci, 02a domenica di Quaresima - Anno B «La Croce e la Chiesa», in Verso la luce, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 49-52.